Il paradosso dell’estinzione: gli animali famosi scompaiono ma noi crediamo di no

Per gli animali essere “popolari” è uno svantaggio. Un “diritto all’immagine del leone”?

[16 aprile 2018]

Molte persone non sono consapevoli del fatto le specie selvatiche più popolari, più carismatiche e che appaiono frequentemente nei marchi e nella pubblicità dei prodotti  – che comprendono tigre, leone, elefante, giraffa, leopardo, panda, ghepardo, orso polare, lupo e gorilla  . in natura in realtà sono minacciati di estinzione. A rivelare questo strano paradosso e a proporre una sorta di “diritto all’immagine per finanziare la salvaguardia di queste specie è lo studio “The paradoxical extinction of the most charismatic animals” pubblicato su PLOS Biology da un team di ricercatori francdesi, cechi, statunitensi e svedesi guidato da  Franck Courchamp del Cnrs dal quale emerge che questa “sottovalutazione” avviene perché la presenza nei media, nel cinema, nei giochi e nella pubblicità  di questi animali potrebbe indurre la gente a pensare che questi grandi animali possano prosperare allo stato selvatico.

Lo studio si basa si basa sulle risposte alle domande poste su un sito internet multilingue (inglese, francese, italiano e spagnolo) che ha permesso ai ricercatori di ricevere abbastanza rapidamente circa 6.000 risposte ed è stato completato con questionari simili sottoposti a bambini di 10 anni delle scuole in Spagna, Inghilterra e Spagna, Dopo sono stati utilizzati due altri approcci: catalogare tutti gli animali sui manifesti dei film di animazione di Disney, Pixar e Dreamworks e  tutti gli animali che compaiono sulla home page dei siti web degli zoo delle 100 città più grandi del mondo. Come spiega Courchamp su CNRSLeJournal, «In entrambi i casi, l’idea di partenza, è che queste specie fossero state scelte perche erano carismatiche, D’altronde, i risultati di questi quattro studi sono pressoché  identici», anche se emergono cose abbastanza interessanti a seconda dell’area geografica: gli spagnoli amano molto la lince iberica, mentre gli inglesi preferiscono animali feroci come gli squali tigre o gli anaconda «A mio avviso – dice Courchamp – questo potrebbe riflettere la forte presenza di questi animali nei film della BBC, come i documentari di Richard Attenborough. Un altro punto interessante è che i bambini hanno mota più immaginazione degli adulti e trovano molte più specie».

A meravigliare abbastanza è stata la presenza del lupo grigio   nella lista delle specie più carismatiche. «Questo mi ha in effetti un poco sorpreso – spiega Courchamp, perché è il solo non è esotico, né è il più minacciato, In effetti, benché un terzo del suo territorio sia stato ridotto e che sia stato decimato in diversi Paesi, non è in pericolo di estinzione imminente come gli altri 9. E’ anche un animale che nel mondo storicamente è stato e resta perseguitato ed è quindi sorprendente che sia giudicato allo stesso tempo uno dei più carismatici».

Stilata la lista i ricercatori si sono resi conto che molta gente aveva una scarsa conoscenza delle popolazioni degli animali che ammira e quindi hanno aperto una seconda pagina sul loro sito web nella quale hanno chiesto di associare ad ogni animale famoso a 6 caratteristiche. Una di queste è se la specie fosse minacciata di estinzione e una persona su due ha sbagliato a rispondere. Courchamp spiega ancora su CNRSLeJournal: «Il panda, l’orso polare e la tigre sono i più evidenti  perché beneficiano di numerose campagne di informazione, Ma per altre, come la giraffa, i risultati sono eclatanti. Il pubblico non sembra sapere che la giraffa è una specie in via di estinzione, che nel giro di qualche anno la giraffa masai ha perso il 97% dei suoi esemplari, il che è quasi un genocidio quando si parla di una specie e dei suoi geni. Il pubblico interrogato ignora che, se niente verrà fatto, i leoni potrebbero scomparire in 20 anni. E’ stato un risultato che ho trovato abbastanza probante, soprattutto per delle specie che sono le preferite dal pubblico. Perché se non riusciremo a salvare il leone, il re degli animali, e le specie emblematiche che si trovano su tutti i blasoni, su tutte le bandiere, tutti i loghi sportivi, che speranza abbiamo di salvare una farfalla delle foreste tropicali dell’America del Sud?»

Lo studio avanza l’ipotesi che questa dissociazione tra reale e percepito dipende dal fatto che queste specie siano sovra-rappresentate nel nostro quotidiano e Courchamp sottolinea. «Sì, è perché vediamo queste specie dappertutto che non pensiamo che siano rare. Ne abbiamo una percezione parziale. Colpisce l’esempio della giraffa in Francia. Ogni anno vengono venduti più giocattoli “Sophie la Girafe” dei bambini che nascono (più di 700.000 nel  2016) ed evidentemente ben più delle giraffe che vivono sulla Terra». Così il team di ricercatori ha chiesto a 48 volontari francesi di annotare per una settimana tutte le volte che vedevano l’immagine o la riproduzione di una di queste specie durante il giorno. Alcuni le hanno viste una trentina di volte al giorno. Negli Usa le 10 specie carismatiche corrispondono al 48% dei peluche venduti ogni anno su  Amazon.

La seconda parte dello studio si occupa della reale situazione di queste specie carismatiche a livello globale e le cifre mostrano impietosamente una fragilità incompresa. Uno studio che ha richiesto molto tempo perché il team di ricerca ha confrontato le aree e gli habitat di ogni specie, la dimensione delle popolazioni passate e presenti e le tendenze attuali. Courchamp fa l’esempio delle tigri: «À livello planetario e in libertà ne restano 3.500. Quindi, potremmo dire che si tratta di una popolazione significativa, ma se si tolgono quelle che sono troppo vecchie o troppo giovani per riprodursi – perché quel che è importante  è il potenziale della popolazione . pensiamo che oggi restino solamente mille tigri femmine in grado di riprodursi. Oltre a questo, non si tratta di una sola popolazione ma di numerose piccole popolazioni totalmente isolate all’interno di piccoli territori, Si tratta di una quarantina di gruppi di meno di 100 tigri, il che è molto poco perché ognuna di queste piccole popolazioni abbia delle chance di cavarsela a lungo termine. Per tutte queste specie se si tiene conto di questi due elementi – riproduzione e frammentazione della popolazione – , la percezione è differente. Una di queste specie ha fatto recentemente notizia: l’ultimo rinoceronte bianco dell’Africa del Nord. Era da molto tempo che non poteva più riprodursi e i due ultimi esemplari – due femmine – dsono senza cuccioli. Questo dimostra bene che non è perché restano degli individui che la popolazione riesce a cavarsela».

Lo studio cita anche un rapporto Unep che individua nella caccia una minaccia per le 10 specie carismatiche  e Courchamp  conferma: «In effetti, si tratta di qualcosa di abbastanza sorprendente, perché sono le specie che preferiamo quelle che uccidiamo. Per esempio, le grandi scimmie cacciate per essere mangiate  non scompaiono unicamente a causa della distruzione del loro habitat. Per i leoni, si tratta di caccia ai trofei, l’elefante per le sue zanne, i lupi per proteggere il nostro bestiame e le tigri vengono abbattute per dei preparati della medicina tradizionale. C’è qualcosa di abbastanza paradossale e di cinico».

La specie più a rischio sembra la tigre: diversi studi dimostrano che entro 20 – 30 anni potrebbe essere scomparsa allo stato selvatico. Per gli elefanti il tempo di sopravvivenza è valutato in 50 anni, come per gli orsi bianchi, i ghepardi sono di fronte a un declino della popolazione fino al 70% e in Africa sono già confinati in appena il 9% del loro areale  storico, mentre in Asia vivono ormai pochissimi esemplari di sottospecie rarissime. Courchamp aggiunge: «Questo resta sicuramente difficile da valutare esattamente, ma parliamo di decenni. Se non viene fatto nulla. la maggior parte delle persone che stanno leggendo questa intervista vedranno l’estinzione della maggior parte di queste specie allo stato selvatico, il che, su una scala geologica, è praticamente istantaneo».

Ma la biologa conservazioni sta Sarah Durant della della Zoological Society of London, che non ha partecipato allo studio, avverte in un’intervista a BBC News che «Questo non stabilisce ancora una relazione causale tra vedere la specie frequentemente nella società e se ciò si riferisce alla nostra percezione di pregiudizio della loro messa in pericolo. Altri fattori possono influenzare la comprensione delle persone sullo stato di una specie e la loro partecipazione agli sforzi di conservazione. Non sappiamo molto della psicologia alla base della conservazione, è un campo molto nuovo, penso che molte persone si sentano spesso sopraffatte, perché i problemi sono così enormi. Sarebbe un’area interessante per ulteriori ricerche».

Proprio per questo lo studio sollecita una maggiore ricerca a livello globale «Perché conosciamo  meglio il numero di stelle che ci sono in cielo del numero di specie che esistono sulla Terra, o anche la superficie della luna che i fondali dei nostri oceani, e dico questo ritenendomi  un amatore entusiasta dell’astronomia – evidenzia Courchamp – Ma sfortunatamente oggi non ci sono abbastanza investimenti per preservare la grande ricchezza che abbiamo su questo pianeta. Il problema non è che i ricercatori non si interessano abbastanza a questo problema, ma che mancano dei ricercatori nel campo della conservazione e dell’ecologia. Abbiamo molti studenti ma molti pochi posti per i progetti di ricerca e abbiamo poche possibilità di incrociare fondi privati. E’ per questo che un meccanismo di compensazione potrebbe  permettere di produrre dei fondi per aiutare la salvaguardia di questo patrimonio».

E’ partendo da questa idea che il team di ricerca internazionale ha lanciato un secondo appello: per «un meccanismo che permetterebbe di finanziare la conservazione di alcune specie  dopo l’utilizzo della loro immagine: un “diritto all’immagine del leone”, per esempio». Courchamp  fa notare che per «Per queste imprese, questo non è estraneo alla loro cultura di marketing, perché  pagano dei diritti di autore per ogni immagine che utilizzano. Quanto all’impatto finanziario, questo non rappresenterebbe una gran cosa per un’impresa che utilizza l’immagine di una specie minacciata, ma sarebbe enorme per gli sforzi di conservazione di queste specie. Inoltre, queste imprese avrebbero tutto da guadagnare, perché verrebbero viste come protagoniste della conservazione della specie che le rappresenta, il messaggio per i consumatori sarebbe forte e attrattivo. Al contrario, se perdessero il loro simbolo, questo sarebbe abbastanza pregiudizievole, perché si vedrebbero promuovere fieramente il logo di una specie estinta…». Ci sono già alcune compagnie che lo fanno. La Jaguar  collabora con l’ONG Panthera  e la Lacoste ha fatto una campagna pubblicitaria nella quale il suo logo era stato sostituito con immagini di specie in via di estinzione.

La Durant fa notare che «Sarebbe probabilmente difficile da realizzare, ma è un suggerimento interessante. Questo è solo il primo passo, lanciando in giro questa idea, si aprirà auspicabilmente una discussione sull’utilizzo di queste specie e su come si rapporta alla loro conservazione».

Ma per gli animali della lista il tempo stringe  e anche la Courchamp ritiene che sia necessario fare di più: «Al momento stiamo facendo il primo soccorso a specie che sono sul punto di morire, stiamo solo spingendo in avanti il giorno in cui si estingueranno in natura, non le stiamo salvando».