Parchi, le insidie nascoste sulle proposte di modifica alla legge 394

[16 ottobre 2013]

Dopo oltre trent’anni di appassionata militanza nelle associazioni per protezione della natura, con sulle spalle un’intensa e travagliata  esperienza alla direzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise che, assieme al Gran Paradiso, ha segnato la storia delle aree protette italiane, sento il dovere di intervenire sulle proposte di modifica alla legge 394/91, in sede di discussione presso la Commissione Ambiente del Senato.  Lo faccio da libero cittadino, senza “tifoserie” partitiche, associative o lobbistiche, nell’intento di dare, ancora una volta, un contributo anche se  ho già espresso, in più occasioni, quali fossero gli aspetti critici che finora hanno condizionato la piena attuazione della legge sulle aree protette e i vulnus delle proposte di modifica in esame, che la Commissione ha voluto raccogliere in una formula unitaria.

Da un’attenta lettura dei testi e riflessione sui contenuti, sottoposti alla consultazione, questa iniziativa legislativa sottende un insieme di valori, di percezioni, di aspettative e di interessi.

Formalmente, tutti e tre i disegni di legge mirerebbero ad aggiornare la disciplina vigente, ciò che però deve suscitare preoccupazione è  “la filosofia” che guida in particolare, le proposte della maggioranza parlamentare, ovvero la volontà di ribaltare, consapevolmente o inconsapevolmente, l’impostazione del disegno normativo partorito nel 1991, dopo lunghi anni di faticose battaglie civili e mediazioni parlamentari.  Ebbene, nella presentazione della proposta d’iniziativa del senatore D’Alì si sostiene che “si rende necessario realizzare una gestione integrata della materia che tenga conto della naturale vocazione allo sviluppo delle aree protette, in un quadro di compatibilità e adattamento alle esigenze di tutela ambientale”;  in quella del senatore Caleo, si è ancora più espliciti, per così dire,  “innovativi” rispetto alla legislazione vigente,  li dove si sostiene che “gli enti parco, oggi, hanno un ruolo istituzionale diverso dal passato, mentre restano prioritarie le funzioni di tutela  degli ecosistemi, essi si pongono quali soggetti istituzionali promotori di sviluppo locale e di economia territoriale”.

Per i non giuristi e per chiarezza riporto di seguito il testo, dell’art. 1, dove furono rese esplicite le finalità della legge 394/91La presente legge, in attuazione degli articoli 9 e 32 della Costituzione e nel rispetto degli accordi internazionali,  detta principi fondamentali per l’istituzione e la gestione delle aree naturali protette, al fine di garantire e promuovere, in forma coordinata, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale del paese”. Ho voluto ricordare le norme costituzionali alla radice della 394 che riguardano la promozione della cultura e della ricerca, la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione …. La tutela della salute come fondamentale diritto del cittadino e interesse della collettività, in quanto sono questi interessi diffusi e sovraordinati a ogni interesse particolare, che andrebbero ricondotti nella missione delle aree protette.

A commento, voglio riportare una citazione di Fritjof Capra, uno degli intellettuali più importanti e influenti alla frontiera del pensiero scientifico, sociale e filosofico, dalla sua famosa opera “La rete della vita”, “Essere ecologicamente istruiti significa comprendere i principi di organizzazione delle comunità ecologiche e usare quei principi per creare comunità umane sostenibili”;  la logica che invece sottende le proposte di modifica alla legge sui parchi tenderebbe a fare il contrario, in altre parole a trasferire nelle aree protette i principi di un’economia pervasa da fatti e accadimenti, finalizzata a interessi di parte, incapace di comprendere la complessità dei sistemi naturali e di quelli socio-economici.

Dalla lettura dei DDL emerge, allora, il quadro di un paese “delle meraviglie” ben tutelato dove non ci sono più frane, dove non c’è più inquinamento dove, la biodiversità imperversa e le specie selvatiche possono liberamente circolare e riprodursi, tale per cui si rende necessaria anche l’adozione di una norma per il “controllo della fauna selvatica”.  I concetti di tutela passano, allora, in secondo piano fino a dover rinunciare al lemma “riserve” e sostituirlo con quello di “zone” che a parere del relatore sarebbe “più descrittivo e chiaro”.

Sono un lontano ricordo le battaglie civili per la salvaguardia delle specie in estinzione, contro la cementificazione dei fiumi e l’impermeabilizzazione dei suoli, contro l’urbanizzazione selvaggia, l’inquinamento delle falde acquifere e dell’aria che respiriamo.  Oggi assistiamo assuefatti a una crisi ecosistemica, non solo economica, dove ancora prevale il dominio sulla natura a vantaggio di una finanza senza regole e di un’economia spesso camuffata sotto l’appellativo della sostenibilità.   Le nostre comunità locali, comprese quelle educative ed economiche, hanno invece bisogno di un rinnovato impulso così che i principi dell’ecologia si manifestino in esse come principi di educazione, amministrazione e politica.

La posta in gioco è un grave arretramento culturale e, di conseguenza, il fallimento della politica di protezione della natura, per questo otto delle più importanti associazioni ambientaliste hanno rilanciato l’allarme sul destino dei parchi italiani, auspicando un’opportuna riflessione.

Aldo Di Benedetto, ex Direttore Ente Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise