Parchi, la riforma della legge quadro fuori dalla polemica spicciola

[30 ottobre 2013]

Attorno alla eventuale riforma della legge quadro 394/1991 sulle aree protette (parchi) è da tempo in corso un dibattito nazionale tanto aspro quanto volutamente e colpevolmente circoscritto a un numero molto limitato di soggetti. Nel vivo di questo dibattito esce ora un contributo finalmente ampio e ragionato: il primo “Quaderno” del Gruppo di San Rossore, un libro a più mani edito da ETS di Pisa col titolo Aree naturali protette. Il futuro che vogliamo (pagine 158, € 14).

Si tratta di un’opera realizzata in breve tempo come risposta alla procedura parlamentare d’urgenza voluta e ottenuta dal piccolo cartello di promotori della “riforma” (sostanzialmente Legambiente, Federparchi e qualche deputato – o ormai ex-deputato – del Pd) ma che affonda le proprie radici in una elaborazione degli ultimi due anni è stata sviluppata in diversi seminari e in un affollato convegno pisano del 2012. Come sottolineato da diversi contributi dell’opera, la “riforma” è stata energicamente sospinta nelle aule parlamentari in totale assenza sia di una consultazione formale dei molti soggetti istituzionalmente previsti dalla legge (associazionismo, mondo della ricerca, autonomie locali, personale e amministratori dei parchi) sia soprattutto di una qualsiasi documentazione che giustificasse in modo adeguato le misure proposte. Questa doppia assenza ha configurato l’iter della riforma come una sorta di colpo di mano cui alcuni soggetti istituzionali – il grosso dell’ambientalismo, il personale di parchi – hanno dovuto reagire mediante comunicati stampa di inusuale nettezza. Di qui una polemica infuocata che in più di un’occasione ha trasceso, dando così piena misura della anomalia e della gravità della situazione.

L’opera curata dal gruppo di San rossore intende anzitutto colmare l’assenza di documentazione e di dibattito grazie al contributo di Renzo Moschini (l’ideatore e fondatore dell’attuale Federparchi e a lungo impegnato nel Pci, poi Pds), di Roberto Gambino e di Massimo Sargolini (rispettivamente del Politecnico di Torino e dell’Università di Camerino, tra i maggiori esperti italiani di pianificazione ambientale), di Carlo Alberto Graziani (giurista, già presidente del Parco nazionale dei Monti Sibillini), di Paolo Maddalena (vice presidente emerito della Corte Costituzionale) e di molti altri protagonisti di primo piano della vicenda delle aree protette italiane nell’ultimo quarantennio.

I diciannove interventi sono organizzati in una parte generale, una sui parchi regionali e una sulle aree marine protette e presentano un quadro estremamente variegato di punti di osservazione e di questioni, offrendo in questo modo un prezioso vademecum tanto al legislatore quanto agli attori istituzionali e alla cittadinanza. Tra tutti, il saggio che va più a cuore della questione è in ogni caso quello di Carlo Alberto Graziani, che entra nello specifico degli interventi di modifica della legge 394, già effettuati oppure ancora solo proposti, li analizza criticamente e, ciò che più conta, esprime la posizione del Gruppo di San Rossore attorno ai punti in cui la legge quadro necessita realmente di aggiornamenti, di correzioni oppure di quella applicazione piena che per molte sue parti è sempre mancata.

Senza entrare nella discussione dei singoli contributi dell’opera e delle singole criticità della riforma (che comunque i lettori di Greenreport conoscono ormai abbastanza bene) credo si possa dire che tutta l’opera, e quindi tutta la proposta del Gruppo di San Rossore, ruoti attorno a tre nodi fondamentali rispetto ai quali il lavoro legislativo in corso costituisce molto più una minaccia che un’opportunità.

Il primo nodo è quello – fondamentale della genesi e poi nell’ordito stesso della legge quadro – della partecipazione democratica alla vita delle aree protette. Su questo nodo le misure in discussione rischiano di produrre una grave ferita, mortificando in più punti il ruolo delle autonomie e delle comunità locali e introducendo di converso un potere crescente delle lobbies di esperti e soprattutto di gruppi che rappresentano interessi privati e molto settoriali. Per questa via verrebbe tra l’altro snaturato anche il carattere delle aree protette come strumenti di attuazione di un interesse generale.

Il secondo nodo è quello – anch’esso strategico – della precisa definizione del ruolo e della funzione delle aree protette. A questo riguardo diversi contributi (tra cui in particolare quelli di Desideri, Pigliacelli e Giuliano) sottolineano i rischi di uno slittamento progressivo dei parchi dalla sfera della tutela e valorizzazione delle risorse naturali a una mera sfera di sviluppo economico sostenibile dai contorni peraltro ambigui quando non equivoci.

L’ultimo nodo riguarda la necessità di riqualificare e rilanciare le aree protette italiane non soltanto arrestando l’attuale, progressivo strangolamento finanziario ma anche reinserendole nel dibattito internazionale (Gambino), mettendole in rete come – in spregio della legge quadro – non è stato sinora mai fatto e qualificando fortemente e in modo innovativo le iniziative e i soggetti coinvolti nella gestione delle aree protette (Pigliacelli).

L’opera offre insomma una guida finalmente approfondita e qualificata a chi vuole e vorrà affrontare in modo ponderato i molti nodi problematici che in questa fase storica affliggono le aree protette italiane. Lo sforzo fatto dal Gruppo di San Rossore è quindi di grande rilievo e sarebbe un brutto segnale se il legislatore e gli attori istituzionali non lo considerassero con attenzione e soprattutto se non ne cogliessero l’implicito invito a quella discussione informata e approfondita che finora è mancata.