Il Parco nazionale e la filiera del cinghiale all’Elba

Feri risponde alla questione sollevata da Mazzantini

[7 dicembre 2017]

Riguardo alla vicenda della ipotetica filiera di trasformazione dei cinghiali posso dire che al momento il Parco Nazionale è l’unico soggetto che effettua prelievi annuali incisivi (oltre 1000 esemplari l’anno) e che questi animali, una volta catturati o abbattuti non vengono avviati a miglior sorte rispetto a quella che prevede la suddetta filiera.

Questo avviene da circa 10 anni e pur essendo auspicabile per il Parco giungere alla completa eradicazione della specie, ciò non è stato fino ad ora possibile e difficilmente lo sarà, se questo obbiettivo non è condiviso da chi gestisce ed amministra il resto del territorio elbano (Regione Toscana, Comuni). Come dimostrato infatti, i soli sforzi del Parco, anche se sono notevoli, non sono in grado di risolvere definitivamente il problema.

Permanendo questa situazione quindi, poco cambia, dal punto di vista del Parco, che fine facciano i cinghiali catturati o abbattuti. Una filiera potrebbe permettere di destinare al consumo alimentare un prodotto controllato e certificato da un punto di vista sanitario, non sarebbe certo un peggioramento rispetto alla situazione attuale.

Noi li vogliamo levare dal territorio elbano e anzi intensificheremo le attività.

Questo vorrà dire che nei prossimi anni ci sarà grande disponibilità di cinghiali per chi vuol fare la filiera, ma chi intende realizzare la filiera deve anche sapere che se pensa ad un investimento per 20 anni, potrebbe trovarsi prima senza materia prima e questo non è un problema del Parco.

 

Stefano Feri, Presidente facente funzione Parco Nazionale Arcipelago Toscano