Ecco il testo dell'intervento del Gruppo di San Rossore alla Conferenza sul mare che si è tenuta a Livorno

Per un Osservatorio nazionale sul mare

[17 novembre 2014]

Come Gruppo di San Rossore concordammo con il ministro Orlando la istituzione presso il Parco di San Rossore che oggi gestisce la riserva marina della Meloria di un Osservatorio nazionale sul mare. Orlando ne parlò anche al presidente Rossi. Con il passaggio di mano al ministro Galletti noi d’intesa con l’assessore ai parchi e all’ambiente della regione toscana Annarita Bramerini abbiamo confermato la nostra disponibilità anche  in ordine alla situazione delle aree protette marine e del santuario dei cetacei –oggetto della Carta di Livorno a cui è dedicato questo incontro internazionale- alla istituzione dell’Osservatorio perché esso potrà contribuire a rimediare ai troppi ritardi ed errori di una gestione nazionale che richiede una svolta. Anche le recenti vicende della Concordia hanno peraltro riproposto questo nostro ritardo che ha già fatto chiedere più volte al governo francese il trasferimento della sede del santuario da Genova a Montecarlo.

Ricordo che qualche anno fa proprio qui a Livorno con alcuni dei relatori presenti anche oggi avemmo modo di discuterne in rapporto anche agli impegni della nostra regione e dell’Osservatorio di Capoliveri. Ma della cabina di regia internazionale del santuario non si hanno notizie da molto tempo nonostante i crescenti rischi di questo tratto di mare zeppo anche di veleni.

 Sulla scorta dei buoni risultati che si stanno ottenendo sul versante Adriatico con la rete delle aree protette costiere e marine di tutti i Paesi all’interno della rete AdriaPAN si potrebbe agire allo stesso modo qui sul Tirreno stimolando la creazione dal basso di una rete di aree protette che rientrano

Nell’ambito geografico del Santuario affinchè si crei una vera presenza sul territorio del Santuario.

In Adriatico si lavora in coordinamento tra aree protette costiere e marine di ogni ordine e grado, siano esse nazionali, regionali o locali, che siano AMP, Riserve, Parchi, siti Natura 2000 e di ogni paese tra europei, come Italia, Slovenia e Croazia e non UE come Montenegro e Albania. Sono 42 aree protette adriatiche che lavorano all’unisono su progetti europei e internazionali  e svolgendo una attività di tutela anche più concreta dei trattati internazionale che più rimangono inapplicati. Qui dove Pelagos è sempre rimasto sulle scrivanie ministeriali prendere a modello una esperienza  come quella di AdriaPAN non a caso indicata come modello da seguire anche sui documenti EUSAIR la Strategia Europea per la Regione Adriatico ionica, diviene un sistema utile per avere un proprio contatto diretto del Santuario con i territori e con la gente.

In questo l’istituzione di un Osservatorio diventerebbe strategica potendo svolgere un ruolo di coordinamento.

E’ una proposta operativa per cercare di uscire dalla situazione di stallo in cui si è venuta a trovare la maggiore aree marina protette mediterranea.

Le cose non vanno meglio per le aree protette marine nel loro complesso.

Nel ventennale della legge quadro ossia dal 2011 il senato avviò addirittura una discussione ancora in corso per  togliere alle regioni la competenza sui ‘brevi tratti di costa (a loro) prospicenti’. Competenza introdotta nella legge 394 all’ultimo momento perché quel testo non faceva alcun riferimento ai parchi regionali né alle regioni che in molto casi -anche quella che ci ospita-  avevano istituiti senza aspettare il legislatore nazionale. Anzi per alcuni di essi si era previsto addirittura di passarli in gestione allo stato.

Insomma mentre l’Europa punta sempre più su politiche di integrazione terra-mare e ben 2000 organi internazionali come ci ha ricordato Sabino Cassese in uno dei suoi ultimi libri si interessano alle politiche per una gestione integrata innanzitutto istituzionale del mare noi stiamo lavorando per estromettere le regioni e ricondurre tutto allo stato in omaggio evidentemente al nuovo titolo V e alla gestione di quello vecchio finito come sappiamo. A volte infatti come sappiamo il peggio ritorna. Io ricordo il duro confronto-scontro in commissione affari costituzionali della Camera sulla legge sul mare di quasi un decennio precedente alla 394 con il ministro della marina Mercantile Calogero Mannino proprio sul ruolo delle regioni che per la prima volta furono coinvolte a fatica nella gestione integrata  delle nostre coste allora in balia alla speculazione.

La Carta di Livorno avrà un senso se riuscirà finalmente a chiudere un capitolo di cui il paese e il ministero dell’ambiente in particolare hanno  poco di cui vantarsi e moltissimo da rimproverarsi. E se le responsabilità delle regioni come degli enti locali sono sicuramente innegabili non è certo lo stato che ha le carte in regola per approfittarne; mi riferisco  in particolare al nuovo titolo V.

Quel recupero urgente a cui mira la Carta di Livorno che muove da una precisa scelta volta sia a stabilire una più stretta cooperazione tra i diversi ministeri peraltro rappresentati nella  cabina di regia del santuario mentre delle nostre tre regioni soltanto una è rappresentata sia a ripristinare sedi e strumenti che già previsti dalla  legge 394 per la costruzione di un sistema nazionale di aree protette oggi allargato con Rete Natura 2000 anche alle aree protette e siti europei una programmazione ma che furono presto liquidati e non più ricostituiti neppure dopo la legge Bassanini. Siamo infatti privi persino di una decente classificazione delle nostre aree protette e specialmente per quelle marine che più d’un ministro come sappiamo ha sempre considerato illegittimamente come sanzionato anche dalla Corte dei conti  come ‘proprietà esclusiva dello stato’.

Anche un recente indagine parlamentare della Commissione ambiente e Commissione delle attività produttive della Camera dedicata al rilancio della green economy ha riconosciuto –ed era ovviamente difficile non farlo- il ruolo di nuove politiche ambientali. Ai parchi e alle altre aree protette terrestri e marine compete perciò un ruolo molto importante anche se dall’indagine ciò non è emerso con la chiarezza che sarebbe stata necessaria.

Eppure alla Sapienza di Roma a fine dicembre 2013 nell’incontro promosso dal governo e dal ministro Orlando l’esigenza di rilanciare dopo anni di appisolamento e di manfrine l’impegno sul piano nazionale del nostro sistema di aree protette che tale non è mai stato lo si era  riconosciuto. La Carta di Livorno deve e può riprendere con forza questa esigenza perché il ministero dell’ ambiente e tutti gli altri interessati e coinvolti anche in questo incontro superino ogni burocratismo ministeriale perchè insieme a regioni ed enti locali  svolgano quel ruolo istituzionale che va oltre i confini romani.