Per salvare la biodiversità del Pianeta basterebbe il 2,5% della spesa militare globale

Nel mondo solo un’area protetta su quattro è ben gestita. 543 i parchi declassificati o soppressi

[7 novembre 2014]

Secondo il dossier “The performance and potential of protected areas”, pubblicato su Nature da un team  di esperti di Wildlife Conservation Society (Wcs), Università del Queensland e World Commission on Protected Areas dell’ International Union for Conservation of Nature (Wcpa-Iucn), «per garantire che le aree protette esprimano appieno il loro potenziale di conservazione,  sociale ed economico, è necessario un passo fondamentale verso il cambiamento che comporta un aumento dei finanziamenti e dell’impegno politico». Lo speciale di 7 pagine  di Nature sulle aree protette è stato rilanciato con grande evidenza dall’Iucn come uno dei documenti preparatori del World Parks Congress 2014 – Parks, People, Planet: Inspiring solutions, che l’organizzazione mondiale delle aree protette terrà dal 12 al 19 novembre  Sydney, in Australia.

Secondo gli autori: «Se ogni anno venisse assegnato alle aree protette un ammontare tra i  45 ed i 76 miliardi di dollari – cioè solamente il  2,5% dell’insieme delle spese militari annuali mondiali – questo potrebbe migliorare la gestione di questi spazi e permettere loro così di apportare pienamente il loro contributo potenziale al benessere del pianeta».

Numerose specie minacciate di estinzione, come l’elefante asiatico, la tigre e tutti i rinoceronti, ma anche numerosi rettili, anfibi, piante, sopravvivono grazie a Parchi e Riserve terrestri. Le Aree marine protette ben gestite ospitano una biomassa totale di grandi pesci ed una biomassa di squali che sono rispettivamente più di 5 e 14 volte superiori di quelle nelle aree dove la pesca non è regolamentata.

Il principale autore dello studio,  James Watson, della Wcs e dell’università del Queensland, spiega che «Le aree protette apportano delle soluzioni alle sfide più pressanti  della nostra epoca. Ma se continuiamo come se niente fosse, falliranno. Non è né impossibile né irrealistico passare ad una velocità superiore in materia di finanziamenti, di  governance e di valore dato alle aree protette e questo rappresenterebbe solo una piccola parte delle spese militari annuali nel mondo»

Secondo i dati più recenti, le aree protette coprono circa il 15% delle terre emerse ed il  3% degli oceani del Pianeta. Il rapporto “The performance and potential of protected areas” però segnala che «Malgrado l’importante crescita della loro estensione nel corso del secolo passato, siamo sempre al di sotto degli obiettivi mondiali previsti per il 2020, cioè la protezione del 17% degli spazi terrestri e del 10% degli oceani. Numerosi ecosistemi sono ancora mal salvaguardati perché le aree protette non inglobano sempre le zone più importanti per la biodiversità. Inoltre, la grande maggioranza delle aree protette esistenti che sono ben situate non dispongono di risorse sufficienti per essere efficaci». Secondo alcuni studi  solo un’area protetta su quattro sarebbe gestita efficacemente  e  le minacce crescenti legate al cambiamento climatico ed all’aggravamento del bracconaggio esercitano pressini sempre più forti sulle aree protette di tutto il mondo.

Un altro degli autori del rapporto, Marc Hockings, dell’università del Queensland e della Wcpa-Iucn, sottolinea che «Delle arre protette tra le più emblematiche del Pianeta, come il Parco nazionale delle Galapagos in Equador, subiscono un degrado importante, in parte a causa di una incapacità a gestirle efficacemente. Ora, i governi non possono essere ritenuti i soli responsabili della realizzazione del potenziale delle aree protette. Dobbiamo trovare delle modalità innovatrici per finanziarle e gestirle, coinvolgendo attivamente le autorità governative, le imprese ed i gruppi comunitari».

Il documento sottolinea anche una tendenza allarmante: sempre più governi, sia dei Paesi sviluppati che di quelli in via in via di sviluppo,  rivedono i loro impegni a causa di tagli al bilancio e di cambiamenti politici. Uno recente studio a livello mondiale ha censito 543 casi in cui lo status delle aree protette è stato indebolito o del tutto soppresso. L’Iucn fa diversi esempi: i recenti tagli al bilancio di Parks Canada hanno ridotto del 15% le spese per la salvaguardia della natura; in Uganda all’interno di numerose aree protette, compreso il Murchison Falls National Park, si sta estraendo petrolio; nel 2010 in Indonesia sono state date concessioni minerarie all’interno di 481.000 ettari di aree protette;  In Russia, nelle foreste vergini dei Komi, sono in corso modifiche importanti dei confini di riserve come il Parco nazionale di Yugyd Va per permettere di realizzare miniere; nell’Oman l’Arabian Oryx Sanctuary  è stato tolto dalla lista del Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco dopo che l’estensione della riserva è stata ridotta del 90%  per permettere l’estrazione di petrolio e gas.

Un altro degli autori dello studio, Nigel Dudley, di Equilibrium Research e dell’università del Queensland, evidenzia che «C’è fondamentalmente il bisogno di un aumento del sostegno delle aree protette a livello mondiale, compreso  una migliore ricognizione e pianificazione dei finanziamenti e del rispetto della legge. I governi devono impegnarsi maggiormente , ma anche la collettività nel suo insieme deve ugualmente assumersi la responsabilità collettiva per le aree protette».

Parchi terrestri ed aree protette marine salvaguardano la biodiversità e forniscono le risorse necessarie alla sopravvivenza di gran parte  delle popolazioni più povere del mondo, fornendo loro nutrimento, acqua, riparo e medicine. Svolgono un ruolo essenziale nell’attenuazione e nell’adattamento al cambiamento climatico e, attraverso il turismo, rappresentano una forte fonte di entrate per molte economie nazionali. Per esempio, in  Rwanda le entrate  prodotte da visitatori del Parc national des Volcans per vedere i gorilla di montagna sono la più grande fonte di moneta straniera del paese, arrivando a 200 milioni di dollari all’anno. In Australia il  budget 2012-2013 della Great Barrier Reef Marine Park Authority era di  circa 50 milioni di dollari australiani, ma le entrate legate al turismo nella regione della Grande Barriera Corallina porta ben  5,2 miliardi di dollari australiani all’anno all’economia del Paese.

La direttrice generale dell’Iucn, Julia Marton-Lefèvre, conclude: «La crescita del moderno movimento mondiale delle aree protette nel corso degli ultimi 100 anni è senza dubbio il più grande successo della conservazione. Le aree protette sono anche sempre più importanti a livello mondiale per i mezzi  di sussistenza e per la sicurezza. Adesso i Paesi devono riconoscere il ritorno degli investimenti che offrono le aree protette e rendersi conto che questi siti sono essenziali per l’avvenire della vita sul Pianeta. E’ precisamente quel che noi speriamo di ottenere con il prossimo Congresso mondiale dei parchi dell’Iucn».

Per leggere il dossier completo (in inglese): http://www.nature.com/nature/journal/v515/n7525/pdf/nature13947.pdf