Perché i bracconieri di elefanti avvelenano gli avvoltoi africani

[12 agosto 2014]

Ormai i ranger e i ricercatori che in Sudafrica combattono i bracconieri di elefanti e rinoceronti non individuano più il luogo dell’abbattimento dei pachidermi dal volo e dal fracasso prodotto dalle zuffe tra gli animali spazzini: quando arrivano sul luogo del delitto quello che li colpisce è il silenzio. Un fenomeno conosciuto molto bene da  André Botha e dal suo team del vulture specialist group dell’International Union for Conservation of Nature (Iucn) che qualche settimana fa nell’Hluhluwe-iMfolozi Park hanno trovato accanto 37 avvoltoi africani dorso bianco morti accanto ad una carcassa di elefante  appena morto che era stata avvelenata proprio per impedire che gli avvoltoi se ne nutrissero e segnalassero così con la loro presenza il luogo dove i bracconieri di avorio erano al lavoro.

A completare il macabro quadro, le teste di 29 avvoltoi erano state tagliate per essere vendute  per la medicina tradizionale africana. Gli otto avvoltoi con la testa ancora intatta dimostravano che l’enorme corpo avvelenato dell’elefante stava continuando ad uccidere e che avrebbe innescato una lunghissime strage di animali spazzini d se il team di Botha non fosse intervenuto.  Come scrive Madeline Bodin su Yale Environment 360, «E’, con alcune varianti, la storia degli avvoltoi in tutta l’Africa . Nel luglio del 2013, morirono circa 600 avvoltoi dopo aver spolpato un elefante morto che era stato avvelenato nei pressi del Bwabwata National Park della Namibia.  Nelle savane dell’Africa orientale e dell’Africa australe, c’è stato un declino di avvoltoi circa dal 50 al 60%». Nei Paesi africani occidentali  del Burkina Faso, Mali e Niger, in 35 anni, al di fuori delle aree protette, quattro specie di grandi avvoltoi sono diminuite  del 98% ed un declino simile è stato riscontrato anche in Camerun. Oltre all’uccisione diretta o per avvelenamento gli avvoltoi devono fare i conti anche con  la perdita di habitat e il declino degli ungulati selvatici dei quali spesso si  cibano.

Secondo Ralph Buij, un ricercatore dell’università olandese di Alterra Wageningen, che ha studiato la situazione del Camerun, «Anche le specie più comuni di avvoltoi sono diminuite dal 44 al 55% rispetto agli anni ‘70. Le ragioni che stanno dietro all’uccisione degli avvoltoi africani sono molto diverse – e spesso più malevole – che i cali ripidi e ampiamente pubblicizzati delle popolazioni di avvoltoi in India , Pakistan e Nepal. Lì, gli avvoltoi sono stati accidentalmente avvelenato dopo che si sono alimentati delle carcasse di bovini trattati con il diclofenac, un farmaco veterinario anti-infiammatorio, che è altamente tossico per loro». Secondo BirdLife International, 5 specie di avvoltoio del subcontinente indiano sono diminuite del 95%  nel periodo 1993-2000. La perdita di così tanti avvoltoi ha avuto gravi conseguenze, con il bestiame che si decompone per le strade, l’aumento di cani selvatici e della rabbia. La moria di avvoltoi si è fermata solo nel  2007, un anno dopo che India, Pakistan e Nepal hanno vietato le produzione del farmaco ed avviato l’utilizzo di farmaci alternativi e la riproduzione in cattività di avvoltoi.

In Africa le recenti grandi morie di avvoltoi vedono i bracconieri come protagonisti. Negli ultimi 3 o 4 anni, per evitare di essere segnalati da questi uccelli spazzini, dopo aver abbattuto elefanti e rinoceronti i bracconieri  li avvelenano con  Carbofuran un veleno comunemente usato come insetticida. Botha spiega alla Bodin: «I bracconieri uccidono un elefante e avvelenano le carcasse per eliminare gli avvoltoi dall’ambiente. In questo momento la cosa è dilagante in Africa orientale». In tutto il mondo, gli agricoltori proteggono il loro bestiame uccidendo carnivori. In Africa, il metodo preferito è il veleno. Darcy Ogada, vecedirettore per l’Africa del The Peregrine Fund sottolinea che «In Kenya, avuto la prima conferma di questa situazione quando l’avvelenamento di leoni, leopardi, iene è diventato  di nuovo un grosso problema. Gli agricoltori espongono carcasse di bestiame trattate con il veleno. Gli avvoltoi arrivano e muoiono a centinaia. Gli avvoltoi morti sono molto più numerosi dei carnivori che i contadini intendevano uccidere».

Anche l’avvelenamento di avvoltoi per la medicina tradizionale africana sta anche richiedendo un pedaggio, soprattutto in Camerun, dove Buij ha scoperto che la richiesta di parti di avvoltoio per rifornire iil mercato della medicina tradizionale africana in Nigeria era così forte da aver quasi spazzato via diverse specie in  Camerun, Niger, Benin, Ciad e Sudan dove la maggior parte dei grossi uccelli spazzini viene avvelenata. Buij spiega ancora che «L’uso di avvoltoi nella medicina tradizionale si limita per lo più all’Africa occidentale. Si ritiene che gli avvoltoi potino fortuna e che siano in grado di prevedere il futuro. La chiaroveggenza degli  avvoltoi viene associata alla testa, rendendo quella parte del corpo particolarmente prezioso. Le vendite sono forti quando c’è un grande jackpot della lotteria».  Botha aggiunge che «Anche in Sudafrica c’è la tradizione di utilizzare il capo degli avvoltoi nella medicina tradizionale e anche lì gli avvoltoi sono anche pregiati».

Ogada evidenzia che «Mentre in Camerun le teste degli avvoltoi vengono inviate in Nigeria, la carne degli uccelli viene mangiata localmente. In Nigeria, un quarto degli avvoltoi venduti erano destinati a cibo. In Africa, utilizzare veleni chimici per uccidere animali selvatici per il commercio di carne selvatica e per utilizzarli nella medicina tradizionale è comune. A volte la causa della morte vienè nascosta al consumatore, ma in alcuni luoghi la carne e le medicine tradizionali provenienti da animali selvatici avvelenati vengono consumate consapevolmente. Forse, una storia fatta di  caccia con le frecce intinte nel veleno a base di piante ha fornito una soluzione facile per il problema di avvoltoi avvelenati in Africa».

Asd aprile la Volture conservation foundation ha organizzato un summit internazionale sull’avvelenamento degli avvoltoi africani, portando ad esempio il programma anti-avvelenamento attuato in  Andalusia. In Spagna, uno degli hot spot  degli avvoltoi europei e di alcune specie che migrano dall’Africa. Anche in Andalusia l’utilizzo di veleni nell’agricoltura e da parte dei bracconieri stava minacciando diverse specie di fauna selvatica, in particolare aquile e avvoltoi. Negli ultimi 10 anni l’Andalusia ha rafforzato le leggi contro l’avvelenamento, ha iniziato perseguire gli avvelenatori e portato le multe fino a 200.000 euro.  In Andalusia il team che indaga sugli avvelenamenti della fauna selvatica comprende due squadre di cani addestrati ad annusare i veleni nelle carcasse e nel cibo lasciato come esca. Il tutto è portato avanti da investigatori specializzati mentre un laboratorio forense è attrezzato per riconoscere più di 100 veleni. In questo modo i casi di avvelenamento sono diminuiti del 60% ed un modello simile dovrebbe essere applicato in Africa. Ma gli scienziati si chiedono se un programma di questo tipo sia praticabile nei Paesi in via di sviluppo. Secondo alcuni s^: rafforzando il quadro giuridico nei Paesi africani e dando a pastori ed agricoltori un incentivo economico per la conservazione della fauna selvatica, come ad esempio la formazione e l’assunzione di gente del posto per fare gli scout antibracconaggio o come guide di birdwatching, una tattica sperimentata o con un certo successo in Kenya.

Fino ad oggi la maggior parte del lavoro degli ecologisti sugli avvoltoi in Africa si è concentrato sul documentarne il declino. Una delle prime Ong internazionali ad interessarsi degli avvoltoi africani è stato il e Peregrine Fund che ha creato un programma per spiegare ai giovani masai il valore ecologico degli avvoltoi e che in Kenya sta lavorando per installare luci per scoraggiare gli attacchi al bestiame da parte di leoni e altri predatori, perché gli avvoltoi sono le vittime più comuni quando i proprietari del bestiame si vendicano i avvelenando i predatori.

Le speranze di  arginare l’avvelenamento della fauna selvatica e salvare gli  avvoltoi sono più alte nei Paesi che hanno governi relativamente stabili, come il Kenya, o che sono relativamente ricchi,  come il Sudafrica. Quando Botha ha indagato sull’avvelenamento degli avvoltoio nel Parco Hluhluwe-iMfolozi,  il suo team è stato raggiunto dalla polizia, che ha raccolto due carcasse di avvoltoio come prova e registrato il sesso e le specie degli altri. Per prevenire un ulteriormente l’avvelenamento, il team ha bruciato la carcassa dell’elefante. Ma Ogada non è ottimista: «Anche ai governi che potrebbero essere in grado di risparmiare alcune risorse per evitare l’estinzione di avvoltoi africani manca la volontà politica. Spesso ci vogliono pressioni dall’esterno dell’Africa per creare un cambiamento. Ad esempio, c’è stato scarso successo nel frenare gli avvelenamenti dei leoni  fino a circa cinque anni fa, dopo che il programma di un telegiornale statunitense, “60 Minutes”, ha mandato in onda un rapporto. Tuttavia, per un uccello che può variare da paese a paese e addirittura continenti, il successo in un Paese non è sufficiente». Botha  conclude: «Quando l’anno scorso in Namibia sono stati avvelenati  600 avvoltoi, la gente ha notato un minor numero di avvoltoi nel Kalahari meridionale in Sudafrica, a centinaia di chilometri di distanza».

Il veleno, dicono gli spagnoli, «non ha né occhi né cuore, e non rispetta i confini».