Perché i parchi e le aree protette faticano a ritornare in scena

[13 giugno 2013]

Sui temi ambientali qualcosa si muove anche a Roma. L’abbiamo detto e lo ripetiamo, perché dopo anni di silenzio è sicuramente una novità di cui è bene prendere atto. Timido e modesto quanto vogliamo ma pur sempre un buon segno. Il merito principale è di quei movimenti, associazioni e personalità che sul suolo, il paesaggio, il consumo del territorio sono riusciti a dare la sveglia – un po’ di sveglia– anche alle istituzioni.

E tuttavia per i parchi e le aree protette che giocano un ruolo fondamentale per l’ambiente sul piano nazionale, regionale e locale la sveglia non sembra essere ancora suonata. Certo è una buona cosa che si siano accantonati proposti di stravolgimento della legge nazionale che ne regola compiti e modalità di gestione. Ma il quadro d’insieme resta confuso mentre in tante regioni accadono cose e si stanno per prendere decisioni che a tutto potrebbero servire tranne che a rilanciarne il ruolo.

La Provincia di Trento, ad esempio, chiede giustamente al ministero dell’Ambiente di intervenire subito per bloccare la decisione presa a suo tempo di tripartire la gestione del territorio del Parco nazionale dello Stelvio tra Trento, Bolzano e Lombardia che – facendo venire meno la gestione unitaria del territorio – ne depotenzierebbe inevitabilmente capacità e efficacia di gestione, tanto più dopo il riconoscimento dell’Unesco alle Dolomiti. Una tripartizione per essere chiari che non ha nulla a che fare con le esigenze del Parco, ma solo con ‘interessi politici’, soprattutto di Bolzano.

Non meno allarmanti i contesti regionali. Nel Veneto sono in discussione tre proposte di legge per riordinare i 5 parchi regionali, che per qualcuno dovrebbero essere ricondotti ad un’unica direzione regionale. Per la giunta attuale soprattutto si tratta di tagliare la spesa e riuscire a ridurne i ‘vincoli’,   perché in nome dello sviluppo economico i parchi non possano esercitare quel ruolo che gli compete. Insomma, come si sostiene in più d’un caso anche in altre regioni vista la crisi economico-sociale è bene che i parchi e le aree protette o non si istituiscano neppure dove sono in lista d’attesa da anni o se ci sono si lascino fare il più possibile i loro comodi a quelli che hanno già portato l’economia  e l’ambiente al disastro.

Il Piemonte i suoi parchi li ha messi già in castigo e la Lombardia aveva cominciato a farlo da tempo. Per Cota se vuoi i parchi te li paghi; non molto meglio di Calderoli che voleva più sbrigativamente abrogarli.

Ma non tira buona aria neppure in Liguria dove i sei parchi regionali dovrebbero – come nel Veneto – essere ricondotti ad un unico ufficio regionale; siamo matti a voler pagare sei direttori, ha detto il presidente Burlando. Quindi accorpiamo, e se così viene meno quel radicamento sui rispettivi territori che è la condizione per cui si istituiscono i parchi e le aree protette poco male. Anche in Toscana le cose stentano, e da anni si è in attesa di una nuova legge mentre i presidenti dei parchi regionali nel frattempo sono stati privati di qualsiasi indennità.

Un po’ meglio nel Lazio, dove dopo i danni arrecati dalla Polverini si può fare solo meglio.

Colpisce in tutte le situazioni pur diverse tra loro (comprese le diverse altre regioni non citate) che il tutto si riduca a come tagliare i costi, quasi che cose decisive per un parco – il piano, i progetti, il governo insomma del territorio protetto – implichino e comportino solo aspetti ragionieristici.  Decidere alla Piana di Firenze se la nuova pista dell’aereoporto deve passare o no in quel Parco agricolo non comporta spese ma coraggio politico-culturale, consapevolezza ambientale.

Quando ai parchi il nuovo codice dei beni culturali ha sottratto la competenza sul paesaggio ha ‘risparmiato’, fatto cassetta o ha semplicemente amputato un ruolo fondamentale che la legge quadro gli affidava per la semplice ragione che il paesaggio non è separabile dalla natura e dalla biodiversità.

Di tutto questo, come dicevamo, non si sta discutendo seriamente e approfonditamente in nessuna sede né per  quanto riguarda i parchi nazionali, né per quelli regionali e tutte le altre aree protette e siti anche comunitari che pure dovrebbero trovare momenti di confronto perché nessuno può pensare di sbrigarsela senza fare i conti con la legge e nuove politiche. Tutto o quasi finora sembra ruotare intorno alle spese, come se una stagione di austerità che tanti danni ha già fatto all’economia potesse rimediare alla crisi profonda dei nostri parchi.

Ecco perché, visto che il ministero dell’Ambiente dopo i tanti, troppi silenzi ha riacquistato la parola dobbiamo far mettere finalmente – prima che sia troppo tardi- in agenda la questione. Il gruppo di San Rossore lo farà, e non solo con il ministro.

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