A greenreport.it Massimo Morisi, Garante regionale della comunicazione nel governo del territorio

Peretola, il dibattito pubblico sulla pista ci sarà: parola di Garante

La Legge toscana sulla partecipazione dopo 5 anni si rinnova: ecco cosa cambia

[25 luglio 2013]

Attraverso la Legge 69/2007, famosa come legge sulla partecipazione, la Toscana si è fatta anticipatrice in Italia di un modello che ha raccolto molti consensi, anche se non altrettanti risultati: qual è il suo bilancio sui primi 5 anni della legge?

«Personalmente invertirei l’ordine dei fattori: la legge ha raccolto molti risultati, forse pochi consensi. Sono stati avviati oltre un centinaio di progetti partecipativi, che spesso hanno affrontato situazioni conflittuali e accese, e in taluni casi hanno avuto un ruolo importante per risolvere scelte complesse di governo territoriale. Il bilancio è molto positivo. Naturalmente, la legge poteva comunque essere applicata in modo diverso, poteva essere forse più efficace. C’è stato un complicato rodaggio, ma al netto di questo la legge è forse l’iniziativa di carattere politico-istituzionale più innovativa e importante che la Regione abbia sviluppato negli ultimi anni.

Semmai è il consenso attorno all’applicazione della legge da parte del mondo politico che non sempre c’è stato e non ha messo radici solidissime, come dimostra il voto – che comunque, sottolineo, è arrivato – tutt’altro che unanime che ha permesso a questa legge di rinnovarsi».

Siamo d’accordo sulla rilevanza della Legge, ma gli attori chiamati direttamente in causa con la democrazia partecipativa non rischiano di sentirsi presi in giro? Per non deresponsabilizzare giustamente le istituzioni, il risultato della partecipazione prevista dalla 69/2007 non è vincolante: un nodo che rimane comunque controverso per i cittadini.

«Il punto di debolezza nell’applicazione della vecchia legge 69 era il modo in cui si era scritta la norma sul dibattito pubblico, che la rendeva di difficile applicazione, e che è la parte negativa del bilancio. Detto questo, il punto che lei tocca è molto importante, ma bisogna sgombrare il campo da un equivoco: con la legge sulla partecipazione non è che le istituzioni attribuiscano ai cittadini un potere decisionale. Danno ai cittadini la garanzia di avere il massimo delle informazioni, di poterne portare loro, di poter portare ipotesi alternative e di influire in modo rilevante sulla costruzione della decisione e sui suoi contenuti. È una sorta di diritto di influenza garantita, una cosa importante ma altra dalla responsabilità decisionale di un’istituzione di rappresentanza».

Adesso che la 69/2007 – una legge a scadenza – è stata rinnovata, quali novità presenta questo nuovo percorso?

«Innanzitutto presenta un istituto fortemente innovativo quale l’obbligatorietà del dibattito pubblico per le opere e modificazioni territoriali che comportano investimenti superiori a 50 milioni di euro: si tratta di un’obbligatorietà unica, in Italia (anche se con una soglia che, personalmente, ritengo un po’ alta). Il dibattito pubblico adesso non è più un’ipotesi, ma una certezza per un certo tipo almeno di interventi. Si tratta di un atto di coraggio legislativo che ritengo molto importante.

Il secondo elemento fortemente innovativo è rappresentato dal fatto che l’Autorità per la partecipazione diventa collegiale: un gruppo di esperti che ha una sua più spiccata indipendenza rispetto alle istituzioni da cui viene investita, e dunque con potere di promozione dei processi partecipativa più autonomo.

Terzo elemento, c’è un giusto sostegno della legge sui sostegni telematici e le piattaforme di rete cui la partecipazione ha certamente bisogno, insieme a un’attenzione procedurale importante a far sì che la partecipazione sia per le pubbliche amministrazioni davvero un valore aggiunto e non un onere burocratico in più. La partecipazione deve infatti garantire ai cittadini la loro facoltà di controllo sociale e di influenza e nello stesso tempo deve garantire alle amministrazioni di poter chiudere i procedimenti riguardanti le decisioni che loro competono: la nuova legge questo equilibrio, almeno sulla carta, penso possa raggiungerlo con maggior efficacia rispetto alla versione precedente».

Pensa dunque che adesso la nuova Legge, in definitiva, sia uno strumento migliore?

«Credo proprio di sì, anche perché adesso si potrà fare tesoro del lavoro comunque importante fatto in precedenza: anche in questo caso ci sarà del rodaggio da fare, ma buona parte è già stato fatto».

Nel frattempo, però, secondo alcuni non ha brillato per partecipazione un’opera controversa come la nuova pista all’aeroporto di Peretola, che ha fatto ieri il primo passo concreto con l’approvazione della variante al Pit da parte della Regione: qual è la sua opinione in merito?

«Prima una precisazione: la variante al Pit ha avuto un lungo processo partecipativo, durato tre anni, che riguardava il Parco agricolo della Piana. Per quanto riguarda invece i destini di Peretola, non c’è stato un dibattito pubblico sull’infrastruttura quale ad esempio la nuova legge consentirebbe. Nella variante al Pit è stata però scritta una norma che i giornali non hanno colto: quando Adf o chi per lei presenterà un progetto rispettoso delle prescrizioni che il Pit pone, questo sarà sottoposto a dibattito pubblico. Anche in Consiglio regionale ieri, forse mi sbaglio, non se ne è accorto nessuno».

Ci sarà dunque un processo partecipativo sulla pista di Peretola?

«No, qualcosa di più specifico: un dibattito pubblico, nel senso della legge. Un débate public, volessimo tradurre in francese. Un percorso strutturato, in cui le tesi tecniche e le analisi di impatto ambientale e sanitario, le posizioni di coloro che hanno tecnicamente dei supporti da dare alle loro tesi verranno sottoposte ad un pubblico confronto: non un assemblea, quindi, un dibattito pubblico. Si tratta di elemento molto rilevante, una norma di Pit. Se il dibattito pubblico non venisse fatto, per intendersi, non si potrebbe chiudere il procedimento riguardante quel progetto».

E lei, personalmente, cosa ne pensa dell’approvazione della variante al Pit?

«È una tappa di un procedimento che non si è ancora concluso. Si tratta di un’adozione, c’è ancora un percorso di natura procedimentale articolato da affrontare e intanto tutti gli attorni in gioco avranno tempo di far sentire la propria voce. Detto questo, come Garante non posso esprimere un’opinione di merito: tutto ciò che ho ricavato dallo studio del caso io l’ho scritto e riportato nel rapporto del Garante, l’allegato G alla variante al Pit. Posso dire che ho lavorato a lungo come Garante sul tema, in quanto molto affascinato dall’idea di avere un grande parco metropolitano – forse il più grande d’Europa – nel cuore della Toscana più vitale. Questa era la scommessa, questa resta ancora, e sono convinto che il Parco come elemento ordinatore sia ciò che caratterizza questa variante, quale che sia il destino dell’aeroporto di Peretola».