Piano del paesaggio e non solo, attenzione a tecnicismi e accentramento

[3 novembre 2014]

L’approvazione delle norme regionali di governo del territorio è stata accolta positivamente anche sul piano nazionale, che in questo momento non brilla certo su questi temi. E’ apprezzato in particolare l’intento di mettere un freno al consumo dissennato del territorio, specialmente agricolo, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. L’intervista del  Tirreno a Gianfranco Venturi – relatore della legge – spiega e motiva perché non si potrà più costruire nelle aree naturali. Nei casi controversi si riunirà una conferenza di co-pianificazione composta da Regione, province e comuni che autorizza o meno sulla base di un parere comune l’intervento. Questo parere sorpassa quindi quello del comune.

Qui forse vale la pena di soffermarci un momento per due ragioni. La prima è che a dire la loro non ci saranno né le autorità di bacino né i parchi e le altre aree protette, che su questi territori operano spesso con  strumenti di pianificazione proprio di ‘area vasta’. Lo dico ricordando le discussioni nel consiglio del parco di San Rossore per concedere o meno il nulla osta per interventi analoghi a quelli ricordati da Venturi in aree agricole per capannonni, stalle, ricoveri per attrezzi etc. E’ vero che la Regione Toscana in omaggio al nuovo Codice dei beni culturali a suo tempo tolse inopinatamente questo parere ai parchi, così oggi torna l’esclusione da qualsiasi coinvolgimento, il che ci appare tanto più inspiegabile nel momento in cui la Regione sta per approvare anche la nuova legge regionale sui parchi.

Ma c’è anche un’altra ragione non meno evidente, e cioè  l’accentramento regionale di queste norme. Davvero è necessario decidere in una conferenza dei servizi a livello regionale se devo autorizzare un capanno per attrezzi agricoli in una comune della Maremma o del parco di San Rossore, il cui territorio interessato in molti casi  è all’interno di un’area protetta locale, regionale o nazionale? Sono segni di un accentramento di cui troviamo più d’una traccia anche nella legge sui parchi che non gioveranno al governo del territorio. L’accentramento statale oggi rilanciato anche dal nuovo Titolo V in discussione non ha giovato e non giova alle regioni, come abbiamo visto e vediamo. Le tentazioni sono forti se persino per l’area agricola di San Rossore si era cercato di farla gestire da Firenze sulla base di uno strampalato organo aziendale. Per fortuna si è riusciti a far saltare l’iniziativa, ma non è certo bene cullare di nuovo idee tanto fasulle prevedendo appunto accentramenti che servono solo a deresponsabilizzare i vari soggetti istituzionali decentrati.

E ci si risparmi il solito pretesto che il piatto piange. Qualcuno ha fatto qualche conto di cosa ha significato e quanto è costato al paese e alle regioni non far funzionare a dovere la pianificazione agricola ma anche fluviale, ambientale, forestale? Qualcuno si è chiesto perché anche in ambiti disastrati come il suolo spesso non sia riusciti a utilizzare le risorse disponibili comunitarie ma anche nazionali? Qui serve a poco rifarsela con la burocrazia per poi magari affidare ai tecnici ruoli che sono politico-istituzionali. Già con i governi tecnici sotto questo profilo abbiamo pagato dazio, perché bissare anche nelle regioni?

di Renzo Moschini – Gruppo San Rossore

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