Piccioni, topi e ratti: la fauna dell’Antropocene che sostituisce le specie autoctone

La modificazione degli habitat causata dall’uomo fa diminuire la biodiversità locale

[6 dicembre 2018]

Lo studio “Widespread winners and narrow-ranged losers: Land use homogenizes biodiversity in local assemblages worldwide”, pubblicato su Plos Biology da un team di ricercatori britannici, cinesi e tedeschi guidato da Tim Newbold, del Centre for biodiversity and environment research dell’University College London (UCL), evidenzia che le modificazioni  del territorio per l’agricoltura e l’espansione edilizia stanno favorendo ovunque l’espansione delle stesse specie. Animali come ratti e piccioni stanno prendendo il sopravvento su specie meno comuni, che possono sopravvivere solo in determinati habitat.

I ricercatori hanno esaminato 20.000 specie di animali e piante in 81 Paesi, scoprendo che le specie che occupano un vasto areale tendono ad aumentare dove gli esseri umani utilizzano il territorio, il tutto a scapito delle specie che hanno un piccolo areale di distribuzione e che si estinguono o si riducono fortemente.

Newbold, del Department of genetics, evolution and environment dell’UCL, spiega: «Abbiamo dimostrato che in tutto il mondo quando gli esseri umani modificano gli habitat, queste specie uniche vengono costantemente perse e sostituite da specie che si trovano ovunque, come i piccioni nelle città e topi nei terreni agricoli. Ratti, topi, passeri e piccioni sono esempi di specie con vasti areali che se la cavano bene quando gli habitat naturali vengono sostituiti con terreni agricoli e città».

Il problema è che i perdenti, gli animali e le piante che vivono in areali sempre più ristretti, comprendono specie che possono avere un grande valore culturale, come i rinoceronti e le tigri.

UN altro autore dello studio, Andy Purvis del Natural History Museum di Londra, paragona i cambiamenti della biodiversità a quel che sta accadendo nei centri commerciali britannici «Così come i piccoli commercianti indipendenti stanno fallendo e predominano le grandi catene, e questo fa sembrare tutte le città uguali ed è meno facile dire dove sei, allo stesso modo le persone stanno influenzando la natura ovunque vadano e ovunque ci sono specie locali che stanno lottando per sopravvivere».

I risultati dello studio sono importanti per la conservazione delle specie: piante e animali che vivono solo in areali molto ristretti sono già a più alto rischio di estinzione rispetto alle specie che si sono adattate a vivere in tutto il mondo.

Ricerche precedenti hanno dimostrato che gli animali e le piante che occupano piccole aree hanno anche ruoli distinti e importanti all’interno della rete della vita e possono essere fondamentali per la nostra sicurezza alimentare.

«Piccioni, falchi pellegrini, passeri domestici, topi r e ratti  sono ovunque perché sono particolarmente a loro agio in questi nuovi habitat – spiega Newbold su Le Monde – Viceversa, allo stesso tempo. nei territori sfruttati dall’uomo c’è un declino, sia in termini di abbondanza che di diversità, di specie animali e vegetali meno comuni – che hanno gamme geografiche modeste e sono quindi più vulnerabili ai cambiamenti nel loro ambiente -. Di cui fanno parte il barbagianni di Celebes, il leopardo delle nevi o l’Amblystomus niger, una rarissima specie di coleotteri che si trova solo in Francia».

Anche se la continua perdita di biodiversità è molto studiata, è la prima volta che uno studio è stato condotto in tutto il mondo usando questa metodologia: i ricercatori hanno compilato e analizzato più di un milione di dati su 19.334 specie – tra cui 7.111 piante terrestri, 7.048 invertebrati e 5.175 vertebrati – di 81 Paesi. Sono stati sottoposti a screening tutti i biomi terrestri, ad eccezione delle praterie e delle savane soggette a inondazioni.  I risultati mostrano che,  «Rispetto alle aree con vegetazione primaria, il fenomeno di uniformità delle specie colpisce principalmente le aree urbane, le piantagioni forestali, i campi e i pascoli, vale a dire gli habitat che l’uomo controlla di più. La perdita di diversità e abbondanza di specie locali può raggiungere il 30-50% rispetto agli habitat non modificati dagli esseri umani». Ma anche la biodiversità delle zone di vegetazione secondaria non corrisponde a quella delle regioni con piante autoctone».

L’impatto sugli ecosistemi dominati dall’uomo è più pronunciato nei tropici che nelle regioni temperate, cosa che i ricercatori attribuiscono al fatto che le specie endemiche tropicali sono più specializzate e hanno areali  più piccoli. rispetto a quelle delle zone temperate.

Per Denis Couvet, direttrice del département d’écologie et de gestion de la biodiversité au Muséum national d’histoire naturelle di Parigi, «Questi risultati sollevano un grave problema per la biodiversità – e quindi per gli esseri umani – in particolare a causa del degrado di servizi ecosistemici che ne dovrebbe risultare. Questa perdita di biodiversità rischia di minare la capacità di recupero degli ecosistemi di fronte al cambiamento globale».

Per prevenire la “standardizzazione” delle specie, la Couvet raccomanda «Lo sviluppo di pratiche forestali che integrino più diversità e la riduzione dell’agricoltura convenzionale a beneficio dell’agro-ecologia che richiede infrastrutture ecologiche – siepi, boschetti, legname – necessari per gli impollinatori e gli ausiliari delle colture e occupa terreni più piccoli e diversificati. Infatti, richiede e ricrea una grande diversità di habitat, favorevole alle specie specializzate. Anche consumare meno ridurrebbe la pressione umana sugli ecosistemi, legata al loro sfruttamento».