Piombino e le promesse dell’ampliamento del porto per l’ambiente

[10 luglio 2014]

Nella lotta per aggiudicarsi lo smaltimento della Concordia la città di Piombino, e la Toscana con lei, è uscita perdente. Se i piani di Costa verranno rispettati, attorno al relitto cominceranno le operazioni di rigalleggiamento nella giornata di lunedì; sarà poi trasportato in un rischioso tragitto verso Genova. Ma a Piombino i giochi non sono chiusi. Abbandonata la partita della Concordia rimane da affrontare quella per l’ammodernamento del porto, con l’augurio che – almeno questa – si concluda in modo opposto. È in questo porto, solo per dirne una, che dovranno essere smaltite le svariate tonnellate di navi militari promesse dal governo.

Tra Regione e governo, sono circa 133 i milioni di euro in gioco, con impatti sul porto si auspicano profondi. E sull’ambiente? Dall’Autorità portuale di Piombino e dell’Elba rassicurano: «I lavori per la realizzazione delle opere e degli interventi infrastrutturali – viene comunicato in una nota – in attuazione del piano per il rilancio e la competitività industriale e portuale del porto di Piombino, procedono seguendo un accurato programma di monitoraggio ambientale».

In particolare, sottolineano dall’Autorità, sono effettuati monitoraggi che investono oggetti specifici: le acque di balneazione, la risposta biologica, l’inquinamento acustico e atmosferico, e naturalmente il monitoraggio della linea di costa.

Tramite l’Istituto di biologia ed ecologia marina di Piombino, inoltre, si sta portando avanti un importante «azione svolta per vegetazioni, flora, fauna ed ecosistemi, che ha previsto vari interventi. A cominciare dal trasferimento delle specie protette di interesse conservazionistico (Pinna nobilis, Cladocora caespitosa e 2000 talee di Cymodocea nodosa), avvenuto già nel corso del 2013, per arrivare al posizionamento di venti stazioni di monitoraggio per la posidonia oceanica».

Tutto questo, sottolineano da Piombino, perché quello della città mira «a proporsi come un porto moderno, in grado di intercettare nuovi bisogni e ampliare il giro d’affari attuale, così da generare nuovo lavoro».

Una missione centrale, ma che per essere realizzata in pieno deve andare oltre al pur indispensabile piano di monitoraggio ambientale. I lavori di ampliamento del porto non devono solo salvaguardare l’ecosistema naturale, ma dare fondo alle possibilità di sviluppo sostenibile che il peculiare “ecosistema economico” di Piombino racchiude.

Già l’anno scorso l’Autorità portuale comunicava la previsione di utilizzare 130mila metri cubi di conglomix, un materiale riciclato a km zero, prodotto da Tap e derivato dagli scarti industriali della Lucchini, simile al calcestruzzo. L’utilizzo del conglomix, però, sarebbe giocoforza limitato, mentre gli scarti di lavorazione dell’acciaieria Lucchini, accumulatisi nel tempo e composti prevalentemente da scorie e loppe d’acciaio, sono presenti in svariati milioni di tonnellate.

A causa di norme giuridico-amministrative che li classifica incomprensibilmente come “materiali non certificati” per l’utilizzo in acqua, sembra ormai certo che ancora una volta rimarranno sottoutilizzati, anziché rappresentare una valida alternativa a materiali vergini, estratti dalle cave (e in cima alla lista ci sono le colline della vicina Campiglia Marittima).

L’Autorità portuale assicura che «sviluppo e sostenibilità possono e devono coincidere», e a ha ragione. Ma perché questo accada compiutamente, a Piombino come altrove, sono molti i tasselli del puzzle che ancora devono trovare il proprio posto.