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Il Pit dopo 500 osservazioni…

[22 ottobre 2014]

Trascorso il termine per la presentazione delle osservazioni  (si dice siano 500) la polemica attorno al Pit, il piano paesaggistico sembra placarsi.

C’è tempo per riflettere sul piano,  sulle osservazioni che se fossero effettivamente 500 non sarebbero poche e, al di là degli interessi specifici, sintomo di una attenzione della società toscana. C’è tempo per riprendere le parole del presidente Rossi che certamente ha ragione quando richiama l’inderogabilità di decisioni, di determinare limiti all’espansione dell’edificato, anche se l’ultimo evento, in Maremma, tra Manciano e Albinia, ha colpito un’area che non sembra oggettivamente oppressa da  urbanizzazione selvaggia, abbandono o stravolgimento dell’orditura agricola, delle coltivazioni.

Si può dunque riflettere ad ampio raggio, a partire dalla modificazioni metereologiche e dal ripetersi di piogge molto intense in intervalli di tempo molto ristretti, con conseguente difficoltà o, addirittura, impossibilità di canalizzazione corretta, efficiente ed efficace delle acque.

Oppure per rileggere la “storia del paesaggio agrario italiano” di Emilio Sereni, un testo ancora attuale, che ovviamente non prende in considerazione gli esiti delle vicende degli ultimi anni, ma che può aiutare a capire come il territorio sia un organismo vivo, la cui realtà e configurazione mutevole è conseguenza delle vicende umane, dei rapporti economici e sociali, giuridici, che presiedono ad una data società in un dato periodo.

Quando Sereni scrive, nella prefazione:

“… gli riuscirà facile (allo studioso ed allo storico)  intendere come quel dato istituto giuridico si riflettesse nella realtà del peesaggio agrario contemporaneo, e quale soprattutto fosse il suo nesso con la realtà tecnica, produttiva e sociale di quell’età o di età precedenti….”

“Ed ogni nuova generazione degli uomini, invero, non può prendere le mosse, per quella sua prassi viva ed attuale, se non da una realtà, che l’opera delle generazioni passate è venuta faticosamente elaborando, imponendole forme, contorni, limiti ben definiti.”

“a risolvere questa interna contraddizione del paesaggio, in quanto irrefutabile stato di fatto, e in quanto limite del processo storico, il politico riformatore, e lo stesso privato operatore economico, ricorre – e può ricorrere – alla propria prassi viva ed attuale, che afferma prepotente il suo diritto di contro alla prassi di passate generazioni, ormai cristallizzata e irrigidita nelle forme del paesaggio.”

Si potrebbe continuare con le citazioni, ma quanto sopra ci pone il problema, non solo della conservazione, perché i segni lasciati dalle generazioni precedenti sono comunque parte della nostra identità, ma anche e soprattutto  quello delle condizioni del governo del territorio, del diritto  alla trasformazione, proprio  e irrinunciabile di ogni generazione,  in relazione ai rapporti economici e sociali  che non sono più governati a livello meramente locale, ma sono conseguenza e funzione, ormai, anche della competizione che si svolge a livello planetario e con la quale non possiamo non fare i conti.

Altrettanto lo spazio temporale offerto dall’esame delle osservazioni al PIT può essere utile  per riflettere su alcune parti  del piano paesaggistico che alcuni giudicano incompleto, al limite della  legittimità, mancando l’individuazione delle aree compromesse o degradate, la rilettura puntale dei vincoli apposti con la legge 431 nel 1985 (una vera e propria norma di salvaguardia generalizzata). Cioè per valutare che squelle aree, assoggettate al vincolo per decreto o per legge per un periodo ormai variabile tra i 30 ed i 60 anni, si presentano oggettivamente e, talvolta radicalmente, diverse da come erano al momento dell’apposizione del vincolo stesso, quindi non governabili utilmente con lo stesso metro e la stessa metodologia. Peraltro, riflettere su queste aree, approfondirne la conoscenza, non può che essere di generale utilità almeno per tre ordini di motivi.

Il primo afferente alla necessità e l’urgenza di intervenire sulla città, gli insediamenti esistenti, per limitare o impedire nuovo consumo di suolo.

Il secondo relativo alla possibilità di concretizzare trasformazioni  che comprendano la messa in sicurezza idraulica del territorio, possibilmente a carico dei privati, dato atto che lo Stato le risorse necessarie per tutto non le ha e che quindi la sicurezza sarebbe un intervento sistematicamente rinviato a date successive.

Il terzo connesso alla possibilità di qualificare l’edificato esistente dal punto di vista energetico ed anche architettonico, promovendo tecnologie innovative, architetture contemporanee, superando una cultura della conservazione che a breve ci porterà a definire automaticamente “monumenti” una pletora di edifici pubblici costruiti dopo la seconda guerra mondiale; edifici molto spesso privi di qualità architettonica e costruttiva a cui però qualcuno si appiglia per far valere il proprio ruolo, il proprio potere.

Per fare questo è evidente che si deve uscire dalla tutela come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi (di cui gli esiti sono ben leggibili sul territorio nonostante pareri di commissioni e soprintendenze), assumere posizioni coraggiose, come revisionare i perimetri dei vincoli in connessione alla produzione di nuovi piani urbanistici concertati per liberare nuove energie urbane.

Ovviamente non mancherà chi riterrà l’ipotesi di revisione della perimetrazione dei vincoli una provocazione, se non proprio uno scandalo, ma non si può negare la condizione fattuale che la storia ed il suo trascorrere ci pone davanti ed in forme sempre in evoluzione.  Senza dimenticare che i vincoli molto spesso erano posti a tutela di bellezze naturali che sono state anche profondamente incise. Per non dire poi della bruttura di tanti insediamenti degli ultimi 60 anni la cui permanenza  si sposerebbe con la preferenza per una sorta di nichilismo figlio di una sfiducia generalizzata verso chiunque, altro da se, sia chiamato ad assumere ruoli e responsabilità di governo, quindi con l’assunzione  di una sostanziale stagnazione quale rischio minore.

Ma la storia ha sempre dimostrato il contrario, nel bene o nel male; ha decretato il successo di chi in qualche modo, in modo dolce o violento, ha introdotto innovazione. E allora, qualche certezza in meno e qualche riflessione in più sul piano paesaggistico, forse, non sono tempo perso.

Mauro Parigi