La produzione di pesce d’allevamento supera quella della carne rossa

Più pesce che bistecche, e anche l’Italia si deve adeguare: «Definire obiettivi strategici piscicoltura»

Giro d’affari da 525milioni di euro e 15.000 occupati i numeri del settore in Italia

[7 agosto 2013]

E’ in aumento su scala globale il consumo di pesce, e di conseguenza il settore dell’allevamento ittico registra numeri da record. «L’acquacoltura è sulla cresta dell’onda, con la produzione di pesce di allevamento che ha superato, nel mondo, quella di carne bovina: 66 milioni di tonnellate di pesce, contro 63 milioni di tonnellate di carne rossa- informa l’Api, l’associazione che riunisce i piscicoltori di Confagricoltura sulla base dei dati diffusi da un rapporto dell’Earth Policy Institute e uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico- Le prospettive per gli allevatori ittici sono buone. Le ‘fish farm’ sono cresciute, a livello globale, sei volte negli ultimi venti anni. Entro il 2015 si consumerà più pesce d’allevamento che pescato».

Per l’Api è questo il miglior riconoscimento dell’importanza dell’acquacoltura all’interno del settore agroalimentare.  Nel nostro Paese il settore sfiora 525milioni di euro di giro d’affari, la filiera occupa 15.000 addetti, produce 195.000 tonnellate tra pesci e molluschi, distribuiti in ottocento siti produttivi concentrati per il 60% al nord, il 18% al centro e il 22% al sud. Il primato, tra i pesci, spetta alla trota, che con 38.000 tonnellate ha raggiunto un valore di 138.000 euro, seguita dall’orata e dalla spigola, con circa 20.000 tonnellate, pari a 133.400 euro.

«In Italia questa è tra le attività più vitali del settore primario- hanno aggiunto i piscicoltori di Api-, nonostante ciò non si è sviluppata quanto avrebbe dovuto, malgrado le ottime caratteristiche del nostro prodotto nazionale che, dal punto di vista nutrizionale, ha qualità paragonabili e, in molti casi, addirittura superiori a quelle del prodotto selvatico, perché contiene elevati quantitativi di elementi nutritivi, come gli acidi grassi e gli omega 3, ottimi per la salute umana».

Quindi per i piscicoltori di Confagricoltura è giunto il momento di attribuire all’acquacoltura il giusto rilievo all’interno del settore agroalimentare. La produzione di pesce d’allevamento dovrebbe consentire la riduzione dello sforzo di pesca sui prodotti selvatici e la ripresa biologica di aree marine sottoposte ad overfishing. Tuttavia anche l’acquacoltura può creare impatto ambientale. Ad esempio c’è il problema dell’allevamento di specie carnivore che hanno bisogno di molto mangime (pesce vivo di taglia inferiore) per essere nutrite, con consumi superiori al peso finale del pesce allevato. Caso tipico è quello del tonno ma anche del salmone.

Dal punto di vista gestionale rimane il problema delle depurazione degli scarichi degli allevamenti ittici, i cui reflui non sempre vengono adeguatamente trattati. Sarebbe quindi opportuno che venissero rese note le filiere produttive “green” di pesce di allevamento con evidenza non solo della qualità del prodotto venduto, ma anche degli accorgimenti per ridurre gli impatti ambientali della produzione.

Insomma anche in questo settore si pone il problema di una certificazione di qualità a tutela dei consumatori e dell’ambiente. Per l’Api gli appuntamenti più urgenti sono la riforma della politica comune della pesca e la revisione dell’Organizzazione comune di mercato (Ocm) del settore. «Fondamentale è anche la definizione dei nuovi strumenti di sostegno 2014/2020 del Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura (FEAMP).

E’ urgente avviare, a livello nazionale, le procedure attuative e definire gli obiettivi strategici per gli allevamenti ittici italiani», hanno concluso dall’associazione dei piscicoltori di Confagricoltura.