Popolazioni rurali, clamorosa retromarcia della Banca mondiale sulla salvaguardia dei diritti

[27 agosto 2014]

Nell’aprile del 2013, a ridosso della conferenza annuale  su “Land and Poverty” , la Banca Mondiale “stupì” positivamente tutti con un’ appassionata dichiarazione pubblica a supporto della “sicurizzazione” dell’accesso alla terra per i contadini poveri del mondo. A distanza di poco più di un anno , quest’estate ha pubblicato il nuovo draft dei principi di salvaguardia ambientale e sociale per lo sviluppo sostenibile (Environmental and Social Standards – ESSs) nel contesto degli investimenti agricoli. Un documento che segna una retromarcia pericolosa per la protezione, a livello globale, dei diritti delle popolazioni rurali e degli indigeni.

Tra i vari punti di dubbio contenuto sollevati da una coalizione globale della società civile, il draft innanzitutto indebolisce i criteri per le attività di evacuazione e reinsediamento (involontario) facente seguito ad acquisizioni di terra da parte di un attore commerciale, mal definendo i meccanismi di consultazione delle persone soggette a dislocamento e ridicolizzando l’importanza del monitoraggio. In particolare, nel caso degli “autoctoni”, il draft pur riconoscendo l’essenzialità del Consenso Previo, Informato e Libero (FPIC) delle popolazioni e di alcuni diritti umani fondamentali, al paragrafo 9 dell’ESS7 offre una strategia di “svincolamento” (opt-out) per gli attori commerciali che investono su terre indigene: la possibilità di utilizzare altri standard (oltre all’ESS7) per calcolare i rischi dell’ investimento quando il processo di identificazione degli indigeni sul territorio possa creare seri rischi di tensioni etniche e/o sia in contraddizione con i principi nazionali del paese dove si investe.

Questa misura è pericolosa  perché non è dato sapere come e quali altri standard possano essere applicati ma soprattutto perché non si tiene conto del fatto che molto spesso le popolazioni autoctone sono messe in pericolo dagli stessi principi nazionali che permettono agli Stati di investire sui loro territori per “ragioni di interesse pubblico”. Infine,  sebbene il testo riconosca l’importanza di evitare o mitigare gli effetti negativi di investimenti sulle comunità e/o sugli indigeni, non include in questo standard: a) gli investimenti che portano a ricollocazione volontaria né b) i programmi di registrazione formale delle terre (spesso fatti più per agevolare l’azione degli attori commerciali che per la popolazione locale). Un atteggiamento decisamente ipocrita se si pensa che in entrambi i casi  “la volontarietà” del trasferimento di terra è molto limitata  perché a decidere sono quasi sempre pochi attori “forti” (leader governativi e tradizionali)  a discapito delle categorie più vulnerabili della stessa comunità.

Dati i presupposti di questa bozza di documento, il grido contro “l’oltraggio” ai diritti dei più deboli è unanime da parte della società civile internazionale  e richiede il ritiro immediato di alcune clausole degli standard proposti nonché una nuova discussione più  trasparente a livello internazionale. Il dibattito sulle consultazioni è aperto ma resta alta la preoccupazione da parte di quasi tutti gli interlocutori della Banca sull’effettiva possibilità che standard sociali e ambientali rispettosi dei più basilari diritti umani  possano essere proposti dalla Banca Mondiale innanzitutto nel bene di quelle popolazioni rurali delle quali la stessa, da più di 50 anni, dice di volerne ridurre la povertà.

di Giorgia Mei, PhD in Agrarian Law and Sustainable Development of the Land, Scuola Superiore Sant’Anna