Posidonia oceanica, un ponte tra terra e mare con le dune costiere

[22 luglio 2013]

Direi che dalla lettura del seguente passo (tratto dal racconto “Il Cane di Terracotta”) possiamo affermare che il Ns. Autore ha avuto la “vista lunga” e speriamo di chiederglielo di “di pissona, pissonalmente“.

“Aspettò, interminabilmente aspettò. L’una e mezzo passò e lui si sentì male, ebbe una specie di mancamento. Si versò tre dita di whishy liscio, l’inghiottì di colpo. Poi, la liberazione: il rumore di un’auto lungo il vialetto d’accesso. Si precipitò a spalancare il portoncino. C’era un tassì targato Palermo, ne discese un vecchio molto ben vestito, con un bastone in una

mano e nell’altra una valigetta ventiquattr’ore. Pagò, e mentre il tassì faceva manovra, si taliò attorno. Era dritto, la testa alta, metteva una certa soggezione. Subito a Montalbano gli parse d’averlo visto da qualche parte.

Gli si fece incontro.

«Qua è tutto case?» spiò il vecchio.

«Sì».

«Una volta non c’era niente, solo cespugli e rena e mare». Non si erano salutati, non si erano presentati. Si conoscevano.” (n.d.r. cap. 25 Il Cane di Terracotta – A. Camilleri – 1996)

Cosa sono questi cespugli e la rena di mare? Semplicemente le Dune Costiere!

Le dune costiere sono accumuli di sedimento che si formano sui litorali in seguito all’azione prevalente dei venti, spesso combinata con l’azione delle onde di tempesta dal mare e con gli eventi alluvionali da terra. I sedimenti provenienti dalla spiaggia o da corsi d’acqua limitrofi possono essere trasportati dal vento e accumulati nel retro spiaggia, formando depositi, chiamati campi dunali, le cui dimensioni possono variare da pochi metri a diversi chilometri quadrati, raggiungendo in alcuni casi altezze di oltre dieci metri. Questi ecosistemi, poveri di nutrienti e sferzati da venti salmastri, vengono comunque popolati da specie vegetali (alcune delle quali rare o a rischio di estinzione) che tendono a disporsi in fasce parallele alla riva. Dopo una prima fascia in cui la vegetazione è assente, incontriamo le specie pioniere annuali, come la Cakile maritima. Via via che ci si allontana dalla riva, compaiono altri tipi di vegetazione erbacea perenne, che contribuiscono a stabilizzare la duna.

Le dune sono dei veri e propri ecosistemi in costante evoluzione e come tali svolgono importanti funzioni:

• ostacolano l’avanzata del mare durante gli eventi di tempesta

• costituiscono un’importante riserva di sabbia per il ripascimento naturale della spiaggia.

La presenza di materiali organici, come legno e altri resti vegetali, conchiglie e in particolare gli accumuli di Posidonia oceanica (che molti scambiano per alghe) è molto importante per la protezione di questi ecosistemi. Una spiaggia filtrata, setacciata con mezzi meccanici, ed infine appiattita come una tavola, è debole e molto più vulnerabile all’azione degli agenti naturali che ne possono causare, col tempo, la scomparsa.

Sulle dune maggiormente consolidate si instaura una vegetazione costituita da boscaglie in cui predomina il ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus subsp. macrocarpa). Dal momento in cui la duna si forma (spesso a partire dai resti spiaggiati di Posidonia oceanica e altro materiale organico) e per tutta la sua esistenza, le piante marine e terrestri svolgono un ruolo fondamentale per la sua conservazione.

Vi siete quindi mai chiesto cosa sono quelle strane “palle” marroni che ritroviamo sulle nostre spiagge? (No, non si tratta di escrementi di pesci.) Oppure cosa sono quelle alghe (!) dalle foglie lunghe e strette che i bagnini sono costretti a raccogliere e a farle sparire dalla spiaggia?
Ebbene, queste ultime sono foglie staccate o strappate dal fondo del mare, mentre le prime sono formate da queste foglie, sminuzzate ed aggregate dal moto ondoso e poi spiaggiate: entrambe sono resti di Posidonia oceanica (L.) Delile (dal nome dello studioso Delile).

Ma che cos’è in realtà la Posidonia oceanica ?

La Posidonia oceanica non è, come tanti pensano, un’alga ma una vera e propria pianta endemica (cioè tipica) del Mediterraneo e proprio come le piante terrestri ha radici, fusto (o rizoma) e foglie nastriformi lunghe fino ad un metro. La Posidonia oceanica ha un ciclo stagionale con fiori in autunno e frutti in primavera chiamati ‘olive di mare’, in realtà la fioritura avviene solo ogni 10 anni mentre è più frequente la riproduzione asessuata, per stolonizzazione (per allungamento) dei rizomi della pianta, da cui si formano direttamente nuove pianticelle.

Come le piante terrestri, anche la Posidonia oceanica deve difendersi dai suoi predatori, e lo fa producendo acido cicorico: questo espediente fa sì che solo pochi animali, come il riccio Paracentrotus lividus o i pesci Idotea baltica basteri e la Salpa, la trovino appetibile.

Le radici possono crescere in orizzontale e in verticale: le prime servono ad ancorare la pianta al substrato grazie alle radici, mentre le seconde servono a contrastare l’insabbiamento dovuto alla continua sedimentazione del fondale; in questo modo si formano strutture particolari a terrazza (matte) costituite dall’intreccio dei rizomi rimasti sepolti dal sedimento intrappolato e compattato.

Essendo una pianta, la Posidonia oceanica necessita di luce per vivere, è quindi situata tra i 0 e i 40 metri di profondità ma può trovarsi anche fino a 80 metri in acque particolarmente limpide; inoltre non la troverete mai alle foci dei fiumi o nelle lagune poiché non sopporta variazioni troppo intense di salinità.

Dopo questa barbosa spiegazione vi chiederete,”Cosa avrà mai di cosi importante questa pianta?
Ve lo dico subito!

Negli ecosistemi costieri la Posidonia è fondamentale perché:

  • grazie alle foglie libera in media 14 litri di ossigeno al giorno per ogni m2 di prateria;
  • produce ed esporta biomassa sia negli ecosistemi limitrofi sia in profondità, creando fonti di nutrimento dove non ci sono;
  • fornisce un riparo per molte specie marine, a partire dagli organismi che vivono attaccati alle sue foglie (comunità epifite ed epizoe);
  • ha la capacità di fissare i fondali impedendo l’asporto dei depositi sabbiosi trattenuti nelle matte;
  • è un efficace indicatore dello stato di salute dei litorali;
  • protegge la costa dall’erosione sia grazie alle sue lunghe foglie che riducono l’idrodinamismo, sia alle “banquettes” lo strato, a volte spesso più di un metro, di foglie morte accumulate sulla riva che proteggono la spiaggia dall’asporto di sabbia.

Nonostante la sua grande importanza, la Posidonia oceanica è una specie a rischio, vuoi perché per la formazione di nuova prateria sono necessari decenni, vuoi perché la pesca a strascico, il continuo raschiamento delle ancore sul fondale, i dragaggi, e l’inquinamento più in generale, la stanno decimando sempre più e la riprova l’abbiamo dal progressivo arretramento delle coste sabbiose.

Per tutto questo si è cercato negli anni di sensibilizzare l’opinione pubblica e i governi affinché siano attuate misure di salvaguardia per la sua tutela in tutto il Mediterraneo: da circa 20 anni viene sottoposta a studi di ogni genere. In passato era usata come isolante per tetti, lettiera per bestiame e per imballare materiali fragili, oggi si sta valutando la possibilità di utilizzarla per produrre biogas. L’argomento Posidonia oceanica è fin troppo vasto per un solo articolo quindi per ulteriori approfondimenti non avete altro che da consultare ad esempio: “Formazione e gestione delle banquettes di Posidonia oceanica sugli arenili” – Isprambiente:

http://www.lifeprime.eu/wp/wp-content/uploads/2012/04/Linee-Guida-ISPRA_55_2010.pdf

Nel filmato la Baia di Porto Conte per vedere la verde prateria di posidonia oceanica, le Pinne Nobilis e gli Spirografi con la Adventure Diving di Alghero. (Area marina protetta Capo Caccia e Isola Piana).

Francesco Cancellieri, Centro Educazione Ambientale Messina per greenreport.it

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  • Posidonia Oceanica a Porto Conte