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Prende il via la riforma dei beni culturali, alcune riflessioni sulla Toscana

[18 luglio 2014]

Giustamente si parte dai principali musei statali, che non possono essere gestiti come una qualsiasi struttura burocratico – amministrativa, dalla riunificazione delle soprintendenze con il superamento della divisione tra storico artistica  e architettonica.

Ovviamente ci sono preoccupazioni, ovviamente la riforma non deve portare alla riduzione dei posti di lavoro, ma la riforma è indispensabile per avere musei aperti, moderni, non musei rimasti indietro di 50 e forse più anni.

Basta un solo esempio, almeno in Toscana, per comprendere: la Villa napoleonica di S.Martino a Portoferraio, assieme a Villa Mulini, è il secondo museo per visitatori nella regione: non esiste un book shop, non esiste un locale ristoro, l’orario di lavoro è quello ordinario dalle 9 alle 19, ma tra luglio e agosto forse sarebbe più probabile avere visitatori tra le 19 e le 24.

Quindi diciamo sì alla direzione di marcia impressa dal ministro Franceschini, ma si invoca anche una contestuale riflessione sulle competenze e capacità delle soprintendenze a far fronte ai propri compiti quando si tratta del paesaggio; alla necessità di andare oltre, realizzando, d’intesa con regioni ed enti locali, sistemi museali locali dove possono confluire musei statali e locali, per dargli gestioni manageriali e non residuali

Si sottolinea questo perché, come dimostrano sia la recente vicenda dell’adeguamento paesaggistico del PIT, sia prese di posizione che sembrano ancora una volta opporre ai cattivi (i comuni, i professionisti, i cittadini e le imprese con i loro bisogni o le loro aspettative), i buoni, cioè le soprintendenze e magari ora anche le regioni ridefinite ( si potrebbe dire autoridefinite) vestali della tutela. Si evidenzia questo perché, per esempio, non c’è traccia, nel PIT, di un bilancio della gestione dei vincoli di tutela paesaggistica (magari a campione si poteva fare)  che, in non pochi casi addirittura ultra cinquantennale, non può dirsi sufficiente, o può definirsi insufficiente. Ma quanto si rileva sul territorio, per quante colpe possano avere i pianificatori (politici e tecnici), è l’esito di percorsi sui quali le stesse soprintendenze hanno messo i loro pareri, anzi, in talune fasi temporali, ante anni settanta in genere, prima dell’avvento delle licenze edilizie e della diffusione generalizzata dei piani regolatori, prima sul progetto si faceva mettere il timbro del soprintendente, poi si passava in comune a ritirare l’autorizzazione alla costruzione. E quelli sono stati anni d’oro, come altri peraltro, quando i piani  regolatori venivano approvati dalle regioni previa istruttoria e parere di commissione di esperti.

Tutto questo porta ad una conclusione, le riforme non sono una norma di legge, non sono un piano, ma sono percorsi culturali che debbono essere coinvolgenti di tutti gli attori in campo. Altrimenti possono apparire, come la vittoria di qualcuno su qualche altro, cioè il prevalere di un interesse, anche legittimo, anche diffuso, ma probabilmente più utile a stabilire gerarchie istituzionali o professionali, non al reale conseguimento degli obiettivi.

Si capisce che in un paese dove fare le riforme è difficile, dove i tempi della politica sono in genere biblici, andare per il sottile a volte non sia possibile, ma su questi temi, che poi si riverberano sul quotidiano di ognuno (molto di più di una disputa sull’elezione diretta o meno dei senatori, quando fino ad oggi il senato costa alla comunità più di 1 miliardo l’anno), qualche attenzione in più non sarebbe errata, ne sulla riforma dei beni culturali, ne sulla gestione del paesaggio.

Obiettivi che nessuno contesta, ma che non possono essere perseguiti semplicemente dividendo il mondo in buoni e cattivi, anche perché, poi, qualcuno, lo deve spiegare al cittadino che deve aprire la finestra per rendere vivibile una stanza, o ampliare la casa di una stanza in una periferia urbana. una evidente zona di banali costruzioni edilizie cumulatesi in 50 anni in un comune vincolato, ci vuole, dopo le previsioni di piano, spese di progettazione, pareri del comune, anche il parere della soprintendenza che, magari, è rimasta alla stanca riproposizione di vecchi stilemi  edilizio – architettonici e rinnega che nel frattempo c’è stata una rivoluzione tecnologica.

Ma non anticipiamo i tempi, vediamo cosa proporrà definitivamente il Ministro Franceschini, vediamo si sul PIT ci sarà capacità reale di ascolto e volontà di migliorare, di ”percorrere il territorio” perché al di là delle carte e di google maps (strumenti utili ovviamente) se il territorio no lo si vive, non lo si capisce e si tramuta il piano in una interpretazione soggettiva, in luogo di una prima fase di una costruzione collettiva.

 Mauro Parigi