Progetto Security del Parco nazionale dell’Appennino lucano, Legambiente: «Ritirare il bando

«La missione del Parco è conservare la biodiversità e non fare assistenzialismo con i soldi del petrolio»

[5 febbraio 2016]

Parco Val d'Agri

Il 28 gennaio greenreport.it, raccogliendo le segnalazioni di alcuni lettori, aveva dato a notizia che «il Parco nazionale dell’Appennino lucano, Val d’Agri, Lagonegrese ha bandito una gara da oltre 3 milioni di euro (Progetto security) per difendersi dai danni dell’estrazione del petrolio che prevede la ricognizione visiva della tenuta delle condotte petrolifere che collegano i pozzi ricadenti nel territorio del Parco». Oggi interviene Legambiente Basilicata  che definisce « inopportuno e finanche dannoso»  quel bando di gara del progetto Security «attraverso il quale l’Ente Parco nazionale dell’Appennino Lucano Val d’Agri-Lagonegrese intende spendere 3,5 milioni di euro “per la prevenzione di eventuali danni al territorio attraverso la ricognizione visiva delle condotte che collegano i pozzi petroliferi e che attraversano il territorio del Parco”».

Il Cigno Verde  Lucano spiega che «Il progetto Security, come si legge nel bando, mirerebbe ad attuare un programma di monitoraggio ambientale e di controllo del territorio finalizzato a identificare e pianificare gli interventi per risanare situazioni che rappresentano pericoli incombenti e potenziali per la sicurezza e la salvaguardia del territorio e la salute umana. Il monitoraggio e il controllo delle condotte dovrebbe essere effettuato, però, solo mediante ispezioni visive in loco con l’impiego esclusivo e diretto di risorse umane. Sebbene l’addetto al controllo potrà integrare il sistema visivo con ulteriori controlli, secondo l’associazione si tratta in sostanza di controllare visivamente: cioè, andare sul posto e guardare tutti i giorni, per 3 anni – l’appalto è inoltre prorogabile per ulteriori 3 anni per altri 3,5 milioni di euro – le condotte ricadenti o limitrofe al territorio del Parco».

Secondo l’associazione ambientalista si tratta di «Un laboratorio di affarismi dilettantistici alimentati dalle risorse delle royalties, mentre l’Ente Parco dovrebbe approfittare di questa disponibilità economica per dare un senso alla compensazione ambientale, sperimentando tutto ciò che è altro dal petrolio, oltre il petrolio».

Per questo, Alessandro Ferri presidente di Legambiente Basilicata e Antonio Nicoletti, responsabile Legambiente nazionale Aree protette e biodiversità, chiedono o all’Ente parco di ritirare il bando: «Il monitoraggio ambientale è una cosa seria ed è importante che lo si faccia attraverso strumenti e protocolli scientificamente corretti. Pensare di tutelare l’ambiente e la biodiversità del Parco affidandosi a una azione di monitoraggio visivo vuol dire ignorare le più banali regole scientifiche, e sconfinare in pratiche di pseudo tutela dell’ambiente a fini assistenziali, poiché non ci sfugge che per svolgere le attività del bando non serve personale con particolare professionalità. Il Parco si concentri su azioni concrete di conservazione, chieda a chi mette a rischio la biodiversità di investire in tecnologie innovative per la tutela e dimostri di essere realmente, con la sua azione, motore di sviluppo locale sostenibile».