Riceviamo e pubblichiamo

Quale riforma della 394 sarebbe la “meno peggiore”?

«Per gestire a livello dirigenziale le aree protette la "riforma" dice che bastano e avanzano laureati in legge. Non credo che vada bene»

[11 aprile 2017]

Quando si parla di riforma dobbiamo intenderci bene sul significato delle parole. L’Enciclopedia Treccani scrive:  “Modificazione sostanziale, ma attuata con metodo non violento, di uno stato di cose, un’istituzione, un ordinamento, ecc., rispondente a varie necessità ma soprattutto a esigenze di rinnovamento e di adeguamento ai tempi …”.

Per definire riforma – nel caso di una legge – dovremmo dunque capire quali siano le modificazioni sostanziali in relazione alle esigenze di miglioramento e di adeguamento ai tempi. Forse i difensori/propugnatori del disegno di legge di modifica alla 394, attualmente in discussione, non sempre hanno enunciato trattarsi di “riforma”. Ma  non poche sono voci – di quelle a favore – hanno sottolineato la necessità di adeguarsi ai mutamenti nonché la non adeguatezza in tal senso del vecchio impianto legislativo.

Eppure, va rimarcato che la proposta di legge non considera minimamente tali modificazioni. In verità, l’istituzione dei parchi nazionali e di altre aree protette mediante una legge cornice dello Stato arriva tardi in Italia. Tardi, nel senso che è proprio nell’ultimo decennio del XX secolo che avvengono profonde modificazioni dei comportamenti della collettività nazionale relativi al tempo libero, alle comunicazioni e, quindi agli atteggiamenti pratici e ideali verso le aree di pregio naturalistico.

La diffusione popolare del telefonino, la tecnologia applicata alle attrezzature sportive, l’aumento delle automobili (10 milioni in più fra il 1992 e il 2016), Internet medesima esplodono proprio mentre i parchi compiono i primi passi ed è fatale che queste istituzioni pensate e meditate a partire dagli anni settanta e culminante come documento già nel 1980 con il primo convegno di Camerino, siano in breve sorpassate dagli avvenimenti. Si noti del resto che uno dei manifesti dei conservazionisti e cioè “Uomini e Parchi” di Giacomini e Romani, esce già nel 1982, lasciando molte speranze sul fecondo rapporto fra amministratori locali e ambientalismo.

Mi sembra che due possano essere le caratteristiche della crisi: a) la progressiva “abbordabilità” delle aree protette, nel senso che raggiungerle, utilizzarle e conoscerle (mediaticamente) richiede poco tempo e poca fatica, quindi poco impegno fisico e intellettuale; b) l’equivoco dei parchi come volano economico, votati quindi più ad un qualche sviluppo che a farne un “tempio” da fruire in punta di piedi.

E mantenere un tempio, sia pure accogliente, costa. Pure, la collettività è portata a pensare alle aree protette come luoghi ideali per lo svago e il tempio libero, possibilmente con poche regole, dove le buone intenzioni e le autocertificazioni di “utilizzo innocuo” giustificano tutto. Ovviamente, il turismo porta economia. Più turisti significa più benessere. Ma il turismo comporta anche molti problemi, specie se è comodo, come si è detto.

Ragionevolezza avrebbe voluto che di questi aspetti se avesse cura. Ciò non sembra invece sia riscontrabile nell’impianto proposto alla Camera, dopo il primo passaggio in Senato.

E veniamo ad alcuni dei maggiori punti critici, in particolare per i parchi nazionali.

  1. La sorveglianza. 20 parchi nazionali su 22 (ometto di parlare dello Stelvio) sono senza sorveglianza alle loro dipendenze. Con il passaggio del Corpo Forestale ai Carabinieri, un corpo che forniva un qualche servizio (ma in modo indipendente) si sarebbe potuto pensare ad una riforma che assicurasse ai parchi questo qualificato personale. E sarebbe stato a costi zero. Non si è voluto farlo.
  2. L’organico. I 20 parchi nazionali hanno un addetto ogni 2.600 ettari di territorio (estremi 480 circa – 6800 circa). Ci sono parchi nazionali con 6 – 7 dipendenti. Molti non hanno ufficio stampa. Due parchi hanno più di 100 comuni: significa 100 piani regolatori da esaminare. Non c’è un criterio equo di ripartizione degli addetti e neppure la considerazione di necessità minime.
  3. Il montante peso burocratico. Sono state applicate ai parchi tutte le normative riguardanti l’amministrazione pubblica senza riguardo né alle specificità e neppure alle esigenze e agli organici esistenti. Dice qualcosa di sostanziale, a questo proposito, la “riforma”? Proprio nulla.
  4. La composizione del Consiglio Direttivo. Poca cosa si dirà, un rappresentante delle associazioni degli agricoltori (o dei pescatori): uno su otto non è nulla. Nominare un rappresentante di interessi potenzialmente conflittuali con la conservazione ed escludere la componente scientifica dal consiglio significa però privilegiare gli interessi produttivi su quelli dell’ambiente. Un Parco, soprattutto se nazionale, ha come finalità prioritaria la conservazione non l’economia.
  5. La presidenza e la direzione. Giacomo Nicolucci – di cui ho un’alta stima nonché simpatia personale – compie un grave errore laddove sostiene cheil direttore del parco deve essere (o saper essere) soltanto un bravo dirigente di una pubblica amministrazione, anche proveniente dalle libere professioni, con una forte preparazione giuridico-amministrativa. Inutile che sappia di ecopatologia della fauna selvatica, di biologia dei grandi carnivori, o di botanica, quando per questo esistono e devono esistere gli uffici ed i servizi, nel mentre deve impegnare la propria attività con atti e provvedimenti giuridicamente corretti e rispettosi di una quantità di normative (inimmaginabili ai tempi dell’istituzione dell’albo).” E perché mai un direttore dovrebbe sapere solo di amministrazione? Qui si imbalsama la situazione attuale (un direttore, figura unica, oppresso dalla burocrazia) come la migliore possibile. Questa è una tecnica nota che si chiama “aggiustare il bersaglio per colpirlo meglio”. Facile allora centrarlo!

Provo a non aggiustare il bersaglio e su questo importante punto voglio dedicare uno spazio maggiore.

Come si legge, nell’opinione dell’illustre collega si accetta la situazione attuale. Nessuna semplificazione burocratica, nessun ritocco (ma un semplice ritocco non basterebbe) agli organici. Come si fa allora a sostenere che “devono esistere gli uffici ed i servizi”? Oggi sono in gran parte insufficienti. Un accenno sarebbe stato opportuno, credo.

Una legge ha pur sempre un corpo essenziale ed è dotata di una sua certa ragionevolezza, diciamo un certo equilibrio. Per esempio, organici ridotti (ma almeno programmati in modo equo) consentirebbero ai parchi di sopravvivere qualora la burocrazia fosse drasticamente ridotta; la carenza di sorveglianza potrebbe essere superata – in parte – concedendo ai parchi la facoltà di convenzionarsi con agenzie di sorveglianza. Soluzioni certo non ottimali ma almeno sarebbe qualcosa. Come è però noto, così non è.

Inoltre, la funzione prioritaria di occuparsi di conservazione non può essere demandata agli uffici, declassandola di fatto. E poi, a quale ufficio? Al biologo – naturalista? Al veterinario? Al forestale? All’agronomo?

È invece la direzione generale a poter comprendere meglio, svincolata com’è da attività “specializzate” (aree faunistiche, censimenti, tagli boschivi, danni alle colture, controllo della fauna, progetti Life, reintroduzioni, ricerche applicate, rapporti sullo stato della fauna e della flora, nulla osta eccetera) quale sia il complesso, l’insieme di quanto si deve fare o non fare, promuovere e permettere, suggerire e tollerare nel grande settore, lo ripeto, della conservazione. Grande sintesi, grande equilibrio proprio per una sintesi operativa sui valori complessivi dell’area protetta.

Cosa può capire un buon amministratore di tutto ciò? Un buon amministratore fa funzionare la macchina. Certo, è indispensabile. Ma sa dove andare?

Perché non pensare allora al funzionamento delle ASL, dove accanto al direttore tecnico (che è un medico, quindi una persona che conosce la materia), un direttore amministrativo? Un buon meccanico (d. amministrativo), che prepara la macchina in modo ottimale ma anche un valente autista (d. tecnico) che sa dove andare prima e dopo, soprattutto dove, come e quando.

Il dove in senso generale lo dirà comunque il Consiglio, presieduto dal Presidente. Che è l’organo di governo del Parco. Poi ci torniamo, sulla figura dl Presidente.

Restando ancora sul direttore tecnico sarà lui, per la sua competenza olistica, a stimolare, suggerire, allertare Consiglio e Presidenza su gli obiettivi generali, sulle necessità concrete, su quanto è preferibile fare, nel quadro generale stabilito appunto dal Consiglio. Ma questo può essere fatto solamente se il direttore conosce i problemi in modo complessivo ed è svincolato dal dover risolvere problemi amministrativi.

In questo senso, il direttore tecnico è il primo comunicatore degli aspetti conservativi del Parco. È colui che riesce, proprio per la carica che possiede (non può farlo lo specialista dell’ufficio sia naturalista che altro non per incapacità – conosco molti tecnici che hanno la stoffa per fare il direttore – ma per questioni di tempo) a dimostrare empatia al territorio, parlando con singoli e con amministratori e facendosi sentire vicino, ripeto, empaticamente, ai problemi dei residenti. Si può fare? Si può, se il parco è forte. Altrimenti… è la situazione che vediamo ogni giorno: granelli di sabbia nell’ingranaggio di degradazione dell’ambiente naturale.

L’empatia e i buoni rapporti personali sono alla radice di quanto dicevano Giacomini e Romani e cioè la bella frase “l’area protetta lavora a fianco delle comunità locali”. Non contro. E neppure come vorrebbero queste ultime, un pericolo che mi sembra di ravvisare nella cosiddetta riforma. Organici come ora, niente sorveglianza, solo amministrativi che applicano la legge, empatia poca, conflittualità latente ammorbidita dalle concessioni anche… contro natura. Non è questa la strada.

E veniamo al presidente. Come in tutte le situazioni delicate un po’ di competenza ci vuole. Nulla da dire sulla circostanza che il presidente sia una figura politica. Se è trombata (parolaccia e anche sciocca) meglio ancora. Magari ha voluto opporsi a qualche speculatore e non è stato votato. Bene, allora!

Ma cosa è corretto chiedere a questo mediatore supremo? Che sappia di ambiente, tutto qui.

Certo non è facile e i casi non sono comuni. Giampiero Sammuri (altra persona che stimo, anche se sono in “robusto” disaccordo con le sue posizioni) non solo conosce gli aspetti amministrativi ma anche quelli naturalistici. E anche se ha superato i 50 anni (data che secondo un presidente di un’associazione ambientalista lo porterebbe diritto alla rottamazione) resta però un caso non frequente di sintesi di due diverse competenze. Non va bene?

Ma perché rinunciare allora alle competenze presidenziali in materia ambientale? Si tratta di aree protette e non di enti qualsiasi. Nei 23 parchi nazionali (qui c’è anche lo Stelvio) il nostro Paese tutela 50 orsi marsicani, 400-500 lupi, più di 100 coppie di Aquila reale, 70.000 cinghiali, 27.000 cervi, 35.000 caprioli, 4.500 stambecchi, 25.000 camosci alpini e 2.500 camosci appenninici.

Per gestire a livello dirigenziale e presentare questo biglietto da visita, davanti all’Europa e non solo, la “riforma” dice che bastano e avanzano laureati in legge. Non credo che vada bene. Viva la competenza naturalistica nella dirigenza delle Aree Protette! Tutto qui.

di Franco Perco, già direttore del Parco nazionale dei Monti Sibillini