Quale riforma per la legge sulle Aree protette? Forum di greenreport.it

Risponde Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi

[28 ottobre 2016]

Dopo l’approvazione della riforma della legge quadro 394/91 sulle Aree protette in Commissione ambiente in Senato, le Associazioni ambientaliste hanno firmato un documento unitario che contiene osservazioni e proposte a quel testo che i senatori stanno discutendo in Aula.

Di fronte ad un importante documento, che unisce nuovamente il fronte ambientalista sulle aree protette, greenreport.it ha promosso un Forum sulla riforma delle Aree protette rivolgendo 4 domande ai protagonisti della vicenda, tra questi c’è sicuramente il presidente di Federparchi Giampiero Sammuri.

Ecco cosa ci ha risposto

1)       Con il documento “Aree protette, tesoro italiano. Per un rilancio delle aree protette italiane e un’efficace riforma della Legge 394”, le associazioni ambientaliste hanno ritrovato il dialogo e il confronto sul testo di modifica della legge sulle aree protette in discussione al Senato. Quali sono i punti che la convincono e quali no nel documento unitario?

Il giorno stesso in cui le quattro associazioni ambientaliste proponenti (Italia Nostra, Legambiente, Lipu e Wwf hanno reso noto il documento, ho espresso un giudizio largamente positivo. Al di là dei singoli punti, sui quali mi soffermerò più avanti, la cosa fondamentale è che, con il documento, quattro associazioni ambientaliste, storiche e rappresentative, hanno affermato, unitariamente che si può discutere di riforma della 394/91, entrando nel merito e facendo proposte. È un fatto nuovo, una svolta, almeno per alcune delle associazioni firmatarie, una cosa di cui, sinceramente, si sentiva la mancanza. Siamo talmente pochi a occuparci di aree protette e biodiversità che non ci possiamo certo permettere di rinunciare a qualunque contributo.

Entrando nel merito nel documento ci sono numerosi punti che noi condividiamo, alcuni dei quali sono già presenti nel DDL approvato dalla Commissione Ambiente del Senato.

Cominciando da questi, il primo è quello di attribuire nuovamente  ai parchi competenze paesaggistiche e sul patrimonio storico culturale. Nel testo approvato dalla commissione troviamo questo aspetto trattato sia nelle nuove caratteristiche attribuite al piano del parco, sia nel ritorno al rilascio del nullaosta comprensivo degli aspetti paesaggistici. Altra cosa sulla quale siamo d’accordo è quella di conferire uno status diverso ai soggetti gestori delle aree marine protette; nel testo approvato c’è qualcosa in tal senso (per esempio sul personale) ma si può fare di più. Pienamente condivisibile è anche la proposta dei tempi certi per l’approvazione dei piani dei parchi nazionali da parte delle Regioni (entro 12 mesi), per poi far scattare il silenzio assenso.  Al momento il testo licenziato dalla commissione affronta il problema dando un potere sostitutivo al Ministero, dopo che siano trascorsi 12 mesi. È un passo avanti ma insufficiente. Visto che il tempo medio di approvazione dei piani da parte delle Regioni è di 5 anni e 8 mesi,  preferiremmo l’immediato silenzio/assenso senza potere sostitutivo.

L’utilizzo dei beni demaniali da parte degli enti parco, in modo gratuito e con le finalità indicate nel documento delle associazioni, è già sostanzialmente presente nel testo approvato, che  noi condividiamo, così come una migliore definizione delle modalità di utilizzo del marchio del parco

Tra le cose che invece mancano nel DDL, segnalate nel documento e sulle quali siamo d’accordo, sottolineerei l’esigenza di trasferire quanto prima alla gestione dei parchi le riserve naturali statali inserite negli stessi e oggi gestite dal Corpo forestale dello stato. Era una norma già scritta nella 394, 25 anni fa, mai attuata, e ora quanto mai urgente, visto anche lo scioglimento del CFS. Favorevoli anche alla possibilità di trasferire negli organici dei parchi gli agenti del CFS. Entrambe sono anche nostre proposte.

Le cose che non condividiamo (mi riferisco ad aspetti di una certa importanza) sono sicuramente meno di quelle che ci trovano d’accordo. La prima è la presenza di un rappresentante delle associazioni agricole nei consigli dei parchi nazionali, per noi opportuna. A parte che, già ora, è una cosa che spesso si realizza indirettamente attraverso le nomine indicate dal Ministero dell’Agricoltura, noi riteniamo che gli agricoltori siano i primi alleati degli ambientalisti, anzi non è infrequente che i due tratti coincidano. Poi, dove per i parchi regionali esiste una norma analoga (Regione Marche, da anni), i risultati sono più che positivi.

Altro dissenso è sulla figura del direttore di parco. Noi, infatti, non riteniamo che siano fondamentali le conoscenze di carattere naturalistico (che se ci sono è meglio), quanto piuttosto quelle organizzativo-manageriali. Le conoscenze che vengono indicate nel documento devono essere detenute da una figura fondamentale nei parchi e cioè il responsabile dell’ufficio conservazione e biodiversità, che però non ha il compito di dirigere e coordinare tutti i dipendenti del parco. Personalmente, pur essendo biologo, con oltre 30 pubblicazioni di carattere faunistico, in oltre 25 anni di dirigenza pubblica, ho trovato molto più importante sviluppare altri tipi di conoscenze per coordinare e far lavorare al meglio alcune decine di persone. Pensiamo anche che sia sbagliato far nominare il direttore dal ministro, che già nomina il presidente. Il direttore deve lavorare a stretto contatto con il presidente e il consiglio e quindi, come avviene in tutti gli enti pubblici, è l’organo con il quale deve lavorare che nomina il dirigente apicale. Ovviamente, come dice il DDL, con procedure a evidenza pubblica, come per tutti i dirigenti pubblici.

L’ultimo punto importante di differenza è suI contributo per i servizi ecosistemici; non condividiamo le preoccupazioni per le eventuali scadenze degli impianti esistenti. Infatti quasi tutti quelli elencati nella norma, o non hanno scadenza, o ce l’hanno solo virtuale (elettrodotti, metanodotti, gasdotti, impianti per energie rinnovabili o idroelettriche, etc.). In più, siamo tranquilli che se un impianto, ancorché esistente, avesse una scadenza e durante l’esercizio si fossero riscontrati problemi importanti di impatto ambientale, non sarebbe certo il contributo che cambierebbe l’atteggiamento del parco. Infine non si capisce perché il parco che ha degli impianti non dovrebbe usufruire del 70% dei contributi per poterne mitigare gli effetti. Ci sembra che il 70-30 sia un rapporto equilibrato. Ovviamente è una questione di opinioni, ma il 100% sottratto al parco non ci sembra giusto.

2)      Quali sono i punti più controversi della proposta del Senato? Quali quelli positivi?

Il riconoscimento della rappresentanza istituzionale del sistema delle aree protette italiane  a Federparchi. Approfitto dell’opportunità che mi viene  offerta da Greenreport per chiarire sull’argomento, dato che al riguardo  ho letto e ho ascoltato molte sciocchezze.

La Federparchi, come è ovvio che sia, segue con molta attenzione e presenza l’iter di modifica della 394, da quando se ne è cominciato a parlare nella Commissione Ambiente del Senato ormai 5 anni fa. Da allora abbiamo partecipato a tre audizioni presso la commissione, lasciando documenti che sono ancora depositati e consultabili, abbiamo dedicato alla riforma non meno di 10 consigli direttivi che hanno prodotto deliberazioni e relativi documenti e  tenuto due  congressi (2012, 2015). Il sottoscritto e altri dirigenti della Federparchi hanno partecipato a decine di incontri pubblici, rilasciato interviste e scritto articoli. Siamo soddisfatti del fatto che diverse nostre proposte siano state recepite ed inserite nel testo del DDL, ma mai, dico mai, abbiamo chiesto che nella legge ci fosse qualcosa che riguardasse il riconoscimento della Federparchi.

Chi afferma una cosa del genere mente, non so se sapendo di mentire o meno. Peraltro il riconoscimento, da un punto di vista pratico e sostanziale, non ha rilevanza. O che sia scritto in una legge o che non lo sia, la Federparchi la rappresentanza  istituzionale delle aree protette italiane ce l’ha comunque, perché gliela danno i soci. Sarebbe come dire che l’ANCI ha la rappresentanza dei comuni Italiani se c’è una legge che gliela dà. L’ANCI associa 7127 dei 7998 comuni italiani, circa l’89% del totale. La Federparchi associa il 100% dei parchi nazionali, il 77% dei quelli regionali, il 78% delle aree marine protette. Certo, che la commissione ambiente del senato abbia licenziato un DDL che riconosce questo ruolo alla Federparchi ci fa piacere, ma anche se non ci fosse per noi non cambierebbe nulla.

Gli aspetti positivi del nuovo testo sono elencati nel portale di Federparchi. Sono ben 66. La stragrande maggioranza dei quali ritengo che siano condivisi anche dalle associazioni ambientaliste, visto che i temi sui quali abbiamo opinioni diverse, illustrati nella risposta precedente, non ne riguardano più di una decina. Comunque, oltre a quelli già citati, ricorderei la nomina dei presidenti dei parchi nazionali in tempi certi (evitando commissariamenti), le competenze del parco anche sulle aree contigue dov’è regolamenta compresa la caccia. Possibilità per il parco di vietare le esercitazioni militari con il proprio regolamento (anche se preferiremmo che fosse tra le cose vietate a prescindere, senza possibilità di deroghe, come la caccia). E ancora i nuovi contenuti del piano del parco, che intercetta anche valori culturali, archeologici e storici, che deve definire obiettivi di conservazione, contenere indicazioni per lo sviluppo economico con conseguente abolizione dell’inutile piano socio-economico; l’abolizione del silenzio/assenso per i nullaosta; l’inasprimento e adeguamento delle sanzioni fino alla confisca dei mezzi usati in caso di prelievo illegale di animali (esempio imbarcazioni e reti utilizzati per pesca di frodo); previsione di due nuove aree marine protette (Capo d’Otranto e Capo Spartivento).

3)      Una legge, anche se dovesse rivelarsi una buona legge, non risolverà certo i problemi dei parchi italiani. Quali sono secondo lei i principali, e come Federparchi intende affrontare il confronto – anche con le forze politiche – che si aprirà dopo la pubblicazione del documento delle associazioni ambientaliste sui parchi?

Che una buona legge non risolverà da sola i problemi dei parchi italiani non ci sono dubbi, anche se aiuterà. Direi che i problemi che non si risolvono per legge sono quelli relativi ai finanziamenti per le aree marine protette  e per i parchi regionali. È veramente ridicolo che lo stato italiano stanzi per 27 aree marine protette, alcune notevolmente ben gestite, la miseria di 3,5 milioni di euro! I tagli che hanno subito mediamente i parchi regionali sono incredibili. O si riesce a far capire la valenza delle nostra aree protette o, se si esclude i parchi nazionali, protetti da un sistema di finanziamento particolare, il sistema rischia di sprofondare nonostante la capacità di chi lo gestisce. In questo un fronte unico con le associazioni ambientaliste potrebbe aiutare, anche se, quando si parla di stanziare finanziamenti pubblici, sembra che tutti facciano a gara a chi ne stanzia meno, individuando il taglio come una pratica virtuosa, senza nessuna analisi costi-banefici.

4)      C’è un punto non presente nella proposta di modifica della Legge sul quale Federparchi avrebbe osato di più?  

Oltre a quelli illustrati quando parlavo dei punti di condivisione con il documento delle associazioni, aggiungerei il più importante di tutti: la possibilità di gestire i bilanci dei parchi per budget. Infatti oggi le aree protette italiane sono probabilmente le uniche del mondo che non lavorano con un bilancio a budget, da gestire in modo manageriale. I parchi nazionali, per esempio, sono inseriti nel comparto degli enti pubblici non economici, come l’INPS, per capirsi. È del tutto evidente che occuparsi di ambiente e gestire gli ecosistemi, contare gli orsi e gli stambecchi, è molto diverso dalle procedure di contabilità previdenziale o dal realizzare un lavoro pubblico come negli enti locali. Occorre, quindi, un approccio completamente diverso su questi enti. Altro punto importante è l’introduzione di una cosiddetta clausola di resistenza passiva rinforzata della 394, che impedisca la modifica inserendo norme in altri provvedimenti. La 394 è stata a più riprese modificata (in alcuni casi in meglio in altri in peggio), ma fino ad adesso sempre con norme all’interno di provvedimenti che nulla avevano a che vedere con le aree protette. Solo ora, dopo 25 anni, arriva un provvedimento organico. In conclusione capisco che molte delle cose che a noi interessano, come queste ultime due, sono poco appassionanti, perché il parco lo si associa prevalentemente a spazi incontaminati, animali e piante. Però molte sono modifiche che consentirebbero a noi che gestiamo i parchi tutti i giorni, proprio per tutelare quei valori, di farlo molto meglio.