Quale riforma per la legge sulle Aree protette? Forum di greenreport.it con le associazioni ambientaliste

Risponde Fulvio Mamone Capria, Presidente della Lipu

[24 ottobre 2016]

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Dopo l’approvazione della riforma della legge quadro 394/91 sulle Aree protette in Commissione ambiente in Senato, le Associazioni ambientaliste hanno firmato un documento unitario che contiene osservazioni e proposte a quel testo che i senatori si apprestano a discutere in Aula.

Di fronte ad un importante documento, che unisce nuovamente il fronte ambientalista sulle aree protette, greenreport.it ha promosso un Forum sulla riforma delle Aree protette rivolgendo 4 domande ai presidenti di  Lipu/BirdLife Italia Fulvio Mamone Capria,  Italia Nostra Marco Parini, Legambiente Rossella Muroni e Wwf Donatella Bianchi.

Il primo a intervenire nel Forum è il presidente della Lipu Fulvio Mamone Capria.

Ecco  le nostre domande e le sue risposte,  

  • Con il documento “Aree protette, tesoro italiano. Per un rilancio delle aree protette italiane e un’efficace riforma della Legge 394”, le associazioni ambientaliste hanno ritrovato il dialogo e il confronto sul testo della modifica della legge sulle aree protette in discussione al Senato: quali sono i punti che hanno consentito di arrivare al documento unitario?

Il lavoro sul merito della legge e sulle necessità vere delle aree protette italiane, che sono decisamente diverse da quelle che sono state individuate, piuttosto male,  dal disegno di legge al Senato. Conservazione della biodiversità, respiro nazionale e internazionale, priorità alle politiche che favoriscono la natura e la sostenibilità ambientale, governance efficace e competente. Queste sono le idee portanti alla base del nostro documento.

  • Quali sono i punti più controversi della proposta del Senato? Quali quelli positivi?

Il disegno di legge è pieno di elementi critici: l’accento localistico della riforma, un sistema di governance ad alto rischio di lottizzazione e ricatti, la pessima proposta di gestione faunistica, che è inefficace, contraria alle norme comunitarie e tutta affidata a fucili e cacciatori. In una parola: inaccettabile. Un elemento positivo è la rete Natura 2000 come sistema di aree protette riconosciute e classificate dalla legge.  Un’ottima cosa, circondata da cose sbagliate.

  • Una legge, anche se dovesse rivelarsi una buona legge, non risolverà certo i problemi dei parchi italiani. Quali sono secondo lei i principali, e come la sua Associazione intende affrontare il confronto – anche con Federparchi e le forze politiche – che si aprirà dopo la pubblicazione del documento delle associazioni ambientaliste sui parchi?

E’ fondamentale ricordarsi cosa siano la 394 e le aree protette: strumenti prioritari per la conservazione della natura. Se non si rimette questo concetto al centro del dibattito, se non si ha il minimo coraggio di cambiare marcia, sotto il profilo normativo, regolamentare, di finanziamento e di supporto anche culturale a favore della biodiversità, allora la biodiversità italiana e gli stessi parchi entreranno in una crisi irreversibile.

Speriamo che la politica accetti le nostre proposte, poche ma fondamentali, nell’interesse generale del Paese, dei cittadini, della natura. Se non accadesse si riaprirebbe una frattura molto profonda che si trascinerebbe alla Camera con il rischio di ritardare l’approvazione della riforma.

  • C’è un punto non presente nel documento unitario sul quale la sua Associazione avrebbe osato di più? 

E’ forse proprio quello dei finanziamenti. Le politiche di conservazione della natura ed educazione ambientale vanno sostenute con uno sforzo enormemente maggiore, legando le risorse a competenze e capacità di chi la effettua. La natura è il futuro, è opportunità e salvezza. Se pensiamo che meriti uno zero virgola, allora stiamo letteralmente chiudendo la porta al futuro.

Nessuno osi pensare che per salvare gli ultimi “orsi marsicani” nel parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, che attraggono indirettamente risorse in turismo ambientale pari a decine di milioni di euro, dobbiamo ricorrere a tentativi di tassazione delle imprese. Quello magari può essere considerato solo un “in più”, ma lo Stato deve garantire risorse certe per tutelare la nostra biodiversità.