Quando la natura non è solo una voce di spesa: cosa serve ai parchi

[19 agosto 2013]

Le cronache estive ci hanno riservato conferme allarmanti di una condizione ambientale sempre più a rischio. Incendi dolosi e disastrosi con pochi ‘canadair’ a disposizione e pure senza carburante. Era già accaduto con i mezzi della vigilanza in parecchi parchi.

Dal canto suo, la Goletta verde di Legambiente segnala per il nostro sistema marino costiero  inquinamenti ammorbanti specie in alcune regioni mentre si sta cercando di bloccare trivellazioni in corso o previste.

L’Unione europea, tanto per cambiare, in campo ambientale e culturale ci sanziona per inadempienze e ci richiama a utilizzare meglio e più accortamente e saggiamente i finanziamenti comunitari.

Il tutto mentre la poco brillante stagione turistica conferma che a tenere di più e meglio sono proprio i territori, la natura, il paesaggio dei nostri parchi e aree protette montane, collinari, marino costiere, fluviali. Si è tornati a parlarne infatti come del nostro petrolio, come avvenne già in passato con effetti da dimenticare. Allora si parlò addirittura (De Michelis docet) di giacimenti! Singolare rilancio tanto più assurdo nel momento in cui anche in campo energetico nessuno punta più solo sul petrolio.

Colpisce quindi ancora una volta che proprio gli ambienti e i territori più prestigiosi del nostro patrimonio storico, culturale, naturale e paesaggistico debbano fare i conti con penalizzazioni tanto gravi e persino assurde.

Per fortuna in questo panorama così poco confortante abbiamo registrato anche qualche segnale nuovo sia da parte del ministero dei Beni culturali sia di quello dell’Ambiente. Si tratta ancora solo di un avvio, che tuttavia dopo anni di disimpegno – peggio -, di gestione assolutamente rovinosa (vedi Pompei) e di inspiegabili e colpevoli latitanze, fa sperare finalmente in un cambio di marcia.

Qui è opportuno però – senza naturalmente sottovalutare la situazione politica a rischio – cercare di mettere meglio a fuoco una realtà non riducibile (come appare ancora da talune denunce e prese di posizione) a problemi di bilancio che ovviamente ci sono.

I tagli infatti come era inevitabile e prevedibile hanno ulteriormente pregiudicato una situazione già precaria e traballante, sia per i parchi nazionali che per quelli regionali. E hanno contribuito soprattutto a mettere in ombra proprio le cause principali di una crisi che risale e ha origine in  una fase precedente, quella per intenderci avviata in occasione proprio del ventennale della legge quadro 394. Hanno ragione gli amici dell’Associazione 394 a ricordare oggi che i guai dei parchi non sono da ricercarsi nella legge che ha il merito di averci permesso di diffondere in tutto il territorio nazionale i parchi e le aree protette.

I guai veri cominciano quando alla legge, rimasta per aspetti importanti inattuata e penalizzata, si è addirittura cercato di affibbiargli le colpe e le responsabilità della politica. Basti pensare – ma è solo un esempio tra i molti – alla precarietà e instabilità di buona parte dei parchi nazionali commissariati, o con presidente ma senza consiglio di amministrazione. E non parliamo dei piani dei parchi nazionali sul cui giudizio rimandiamo alle recenti e sferzanti valutazioni della Corte dei conti.

Qualche segnale positivo lo stiamo registrando anche qui, ma il panorama complessivo resta connotato da una presenza nell’insieme poca incisiva dei parchi, che pure operano (specie al Sud) su ampi territori con decine e decine di comuni, di più province e anche più regioni.

Non molto più brillante è la situazione dei parchi regionali, salvo poche eccezioni. Qui i tagli hanno prodotto un duplice effetto negativo; a quello diretto e immediato derivante dalle minori risorse si è accompagnato nella maggior parte dei casi – non escluse le situazioni storicamente più consolidate e sperimentate – una confusa ricerca di misure sbagliate (per fortuna non sempre andata in porto) di accorpamento burocratico che ha penalizzato proprio il ruolo specifico e la peculiare identità delle singole aree protette, a cui non giova certo il confuso assemblaggio, come abbiamo già verificato sul piano nazionale specie per le aree marine.

In poche parole, quello che si è fortemente appannato è il:; cosa devono fare oggi i parchi e con chi. È sorprendente, ad esempio, che anche quando si è parlato dei limiti della legge e della necessità di metterci mano non una parola sia stata detta sul fatto che con il nuovo regolamento dei beni cultuali ai parchi è stato sottratto il paesaggio. Ci rendiamo conto che in un Paese come l’Italia e con i vari Pompei i nostri parchi non dovrebbero più occuparsi di paesaggio? C’è qualcuno che ne ha trovato cenno in documenti, dibattiti in Parlamento e fuori?

Ecco perché la partita dei parchi – ma questo vale anche per altri soggetti istituzionali, province, comunità montane, piccoli comuni e anche le aree metropolitane – se viene giocata esclusivamente sul terreno della spesa lascerà sul terreno solo confusione, disagi e campo libero alle mai sopite tentazioni centralistiche. Deve pure insegnare qualcosa la vicenda – su cui sembra calato il sipario – del famigerato titolo V della Costituzione. E’ vero che non ha funzionato rispetto ai suoi obiettivi, che erano quelli di mettere finalmente in rete i diversi livelli istituzionali perché potessero e riuscissero a collaborare, collaborazione di cui nessun soggetto ha più bisogno dei parchi perché i soggetti istituzionali li troviamo tutti; stato, regioni, comuni e province.

Il sistema di parchi prefigurato dalla legge 394 aveva ed ha ancora oggi – se vogliamo realizzarlo, non a chiacchiere –  bisogno di partire dal centro proprio di quella ‘leale collaborazione’ di cui si sono perse le tracce. Per i parchi il colpo di grazia lo dette la Prestigiacomo quando pensò addirittura alla loro ‘privatizzazione’, a cui seguì la non meno brillante idea di modificare la legge 394 sfrattando le regioni dalla gestione delle aree protette marine, ossia il comparto più sbrindellato che non si è riusciti ad integrare con le altre aree protette, sebbene la legge le abbia previste e istituite prima delle altre.

Se vogliamo ripartire sul serio, come si è impegnato a fare il ministro Orlando è da qui che bisogna riprendere il discorso. Ciò significa innanzitutto restituire ai parchi nazionali e regionali il ruolo chiaramente delineato dalla legge, ma svuotato e emarginato da una gestione ministeriale e anche regionale che vanno rimesse a regime.

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