Quanta plastica c’è nel Mediterraneo? 1-10 pezzi per mq nelle zone più inquinate

Ricerca spagnola: «E’ una grande zona di accumulo di rifiuti di plastica»

[2 aprile 2015]

Un team di ricercatori spagnoli che lavorano per le università di Cadicee e Barcellona, per  l’Instituto Mediterráneo de Estudios Avanzados e per il Red Sea Research Center saudita della  King Abdullah University of Science and Technology,  ricorda che «recenti studi hanno dimostrato l’esistenza di cinque regioni con accumulo in larga scala di detriti plastici galleggianti negli oceani, corrispondenti a ciascuna delle spirali subtropicali situate ai lati dell’equatore». Come è ormai noto, questi vortici trasportano e accumulano la plastica galleggiante proveniente da terra a causa della cattiva gestione del ciclo dei rifiuti – il problema infatti non è certo la plastica, ma l’uso che se ne fa e come si gestisce a fine vita -, in particolare dalle città costiere, dai fiumi e dalle spiagge turistiche, ma anche dal mare (traffico marittimo e piattaforme estrattive). Tali materiali si accumulano in mare aperto e i ricercatori dicono che «questo processo determina forti concentrazioni superficiali di plastica fino all’ordine di chilogrammi (o milioni di pezzi) per kmq nel centro di vortici oceanici, mentre le concentrazioni nell’oceano aperto, fuori dalle spirali a volte arrivano solo ad alcuni grammi (o migliaia di pezzi ) per Kmq».

Ma la valutazione del contributo della plastica all’inquinamento marino è relativamente recente, e vaste zone del mare restano ancora inesplorate, compresi i mari regionali semichiusi situati in bacini dove esiste un intenso utilizzo di plastica e lo studio “Plastic Accumulation in the Mediterranean Sea” pubblicato su Plos One dal team iberico prende in considerazione il caso forse più noto: il Mediterraneo.  Gli scienziati spagnoli ricordano che «nelle sue coste abita a circa il 10% della popolazione mondiale costiera (circa 100 milioni di persone entro il 10 km fascia costiera). Il bacino costituisce una delle vie marittime più trafficate del mondo, e riceve le acque di bacini fluviali densamente popolati (ad esempio, Nilo, Ebro, Po). Inoltre, il Mar Mediterraneo è collegato all’Oceano Atlantico solo dallo Stretto di Gibilterra e ha un tempo di permanenza dell’acqua lungo più di un secolo».

Uno studio pubblicato nel 2011 (Numerical modelling of floating debris in the world´s ocean)  ha identificato il Mar Mediterraneo come una«zona di accumulo potenzialmente importante su scala mondiale», mentre uno studio più recente (Plastic Pollution in the World’s Oceans: More than 5 Trillion Plastic Pieces Weighing over 250,000 Tons Afloat at Sea) ha valutato la plastica che galleggia sulla superficie del Mediterraneo in 23.150 tonnellate. E’ dagli anni ’80 che si è cominciato a prendere atto dell’abbondante presenza di plastica galleggiante nelle acque del Mediterraneo, e indagini visive hanno valutato in  circa 1.300 oggetti in plastica per Kmq  l’inquinamento di una regione centrale del bacino; i ricercatori sottolineano però che altri conteggi visivi effettuati in diverse regioni del Mediterraneo, realizzati da ricercatori ed ambientalisti, «da allora hanno riportato meno di 200 pezzi  per chilometro quadrato».

Gli studi e le indagini in mare hanno permesso di rilevare frammenti di plastica di piccole dimensioni nelle zone costiere del nord-ovest di Italia, Francia meridionale e Sardegna occidentale. I ricercatori sottolineano che «questi studi hanno riportato concentrazioni che vanno da decine di migliaia a centinaia di migliaia di oggetti per chilometro quadrato, il che suggerisce una presenza abbondante di detriti di plastica galleggianti nel bacino». Per il lavoro presentato ora su PlosOne i ricercatori spagnoli/sauditi hanno effettuato una campionatura lungo il bacino del Mare Nostrum, «per fornire un’approssimazione del primo ordine di grandezza dell’inquinamento in plastica nelle acque superficiali del Mediterraneo. Le concentrazioni di plastica rilevate vengono confrontate con quelle riportati per le cinque regioni di accumulo di detriti di plastica in mare aperto». I risultati suggeriscono che «data la ricchezza biologica e la concentrazione delle attività economiche nel Mediterraneo, gli effetti di inquinamento in plastica sulla vita marina e umana si pensa siano particolarmente frequenti in questa regione di accumulo della plastica»

Infatti, i risultati dello studio identificano il Mediterraneo come «una grande zona di accumulo di detriti di plastica. Dalla concentrazione di plastica media misurata nel bacino, il carico di plastica in superficie nel Mediterraneo è stimato in circa mille tonnellate, contribuendo al carico globale stimato di plastica in superficie del 7%», il che corrisponde ai carichi previsti per questo mare dai modelli realizzati dai diversi  studi a livello mondiale. Ma i ricercatori avvertono che sono dati da trattare con cautela a livello di tutto il bacino, e che «la stima del carico di plastica nel Mar Mediterraneo derivante dalla calibrazione del modello è di un ordine di grandezza superiore rispetto alla nostra stima di un approccio a griglia, considerando sia i carichi totali che la microplastica (<5 mm). Lo sviluppo di stime più accurate della magnitudo e della distribuzione per sottobacino dell’inquinamento di plastica nel Mar Mediterraneo richiede una migliore risoluzione e copertura del  campionamento».

Detto questo, però gli scienziati iberici sottolineano che «le simulazioni si sono dimostrate strumenti utili per orientare le indagini sul campo volte a valutare l’entità dell’inquinamento globale di plastica marina. Il modello di Lebreton et al. ha individuato il Mediterraneo come una regione di alto carico di inquinamento da plastica, e questo è confermato dalle nostre stime. Lebreton e colleghi hanno anche evidenziato il Golfo del Bengala e il Mar Cinese Meridionale come rilevanti zone di accumulo, mentre il modello di van Sebille e dei suoi collaboratori  ha attirato l’attenzione sul Mare di Barents e nel Mar Glaciale Artico come zone di accumulo. Recenti misure hanno verificato l’esistenza di una grande abbondanza di plastica nelle zone del Golfo del Bengala, ma le attuali valutazioni delle concentrazioni di plastica nel Mar Cinese Meridionale suggeriscono carichi inferiori al previsto. I dati disponibili per i detriti galleggianti nelle acque artiche mostrano concentrazioni relativamente basse di plastica, ma sono disponibili ancora poche misure e queste valutazioni hanno bisogno di essere estese alle latitudini più alte. È interessante notare che, recenti analisi dell’inquinamento di plastica nelle carote di ghiaccio mostrano carichi significativi di microplastiche nella calotta di ghiaccio dell’Artico, il che implica l’accumulo di inquinamento di plastica in quest’area».

La scoperta di questi grossi accumuli di rifiuti marini di tutto il mondo ha attirato l’attenzione dei media, che spesso si riferiscono a queste aree come “isole di plastica” o “great garbage patches”, ma i ricercatori bacchettano i media perché presentano questo fenomeno, le sue cause e le possibili soluzioni in maniera imprecisa e dicono che il loro lavoro «converge con altri nel definire queste zone di accumulo come “spans of the ocean” molto grandi (aree di milioni di Kmq), anche se i loro confini sono estesi e cambiano e al loro interno mostrano un’elevata eterogeneità, a molteplici livelli. Queste zone di accumulo sono dominate da piccoli pezzi di plastica, principalmente dell’ordine di millimetri, non facilmente percepibili da un osservatore da una nave. Quando il mare è calmo, frammenti di plastica sono presenti in quasi il 100% della risalite in superficie in queste aree, ognuna coprendo circa 1.000 mq, ma la densità di pezzi di plastica non è così alta come può suggerire il termine “patch”». La normale concentrazione spaziale media misurata è stata di circa 1 frammento di plastica per 4 mq, raggiungendo 1-10  pezzi per mq nelle zone più inquinate.

«L’inquinamento marino della plastica – concludono dunque i ricercatori iberici – si è diffuso fino a diventare un problema di scala planetaria, dopo solo mezzo secolo di diffuso utilizzo di materiali plastici, richiedendo strategie di gestione urgenti per affrontare questo problema. Le attività di pulizia sul litorale potrebbero essere particolarmente efficaci nel Mar Mediterraneo, visto che la deposizione di detriti galleggianti sembra essere comune in questo mare semi-chiuso. Tuttavia, dato che la produzione di materie plastiche probabilmente continuerà ad aumentare nei prossimi decenni, le strategie di gestione dovrebbero essere affrontate alla fonte, al fine di impedire il rilascio di rifiuti in plastica per l’ambiente».

Come sempre, anche in questo studio, gli scienziati dicono che il problema non è la plastica, ma il mancato riciclo e recupero e di questo prezioso materiale, che l’irresponsabilità umana ha trasformato in un pericolo per l’ambiente e la vita marina.