Quanto è difficile “ricostruire” un bosco in salute dopo incendi ripetuti

[30 ottobre 2014]

Castanea, il giornale della Southern Appalachian Botanical Society pubblica l’interessante studio “Forest Development 44 Years after Fire Exclusion in Formerly Annually Burned Oldfield Pine Woodland, Florida” che, pur tenendo conto delle grandi differenze di quelle aree boscate con le nostre, può far capire bene quali siano le difficoltà ecologiche e gestionali del ripristino di un’area percorsa da incendi.

A condurre lo studio è stato Andre F. Clewell, della Tall Timbers Research Station di  Tallahassee, in Florida, che spiga che « Nel sud-est degli Stati Uniti, grandi aree boschive sono state rase al suolo, trasformate in fattorie, abbandonate, e poi incendiate  per tenere sotto controllo le erbe. Negli ultimi decenni in alcune aree sono state date concessioni per far  ricrescere le foreste, ma se questo sia in grado di cancellare, anche parzialmente, secoli di utilizzo umano è incerto».

Lo studio pubblicato da  Castanea riguarda  gli ex terreni agricoli che sono stati  bruciati ogni inverno con la pratica del “burning” e si chiede se quelle aree potrebbero ritornare ad essere  qualcosa di simile al bosco primigenio che ospitava oppure se, una volta smessa la gestione da parte dell’uomo,  sia destinato a crescervi un  nuovo ecosistema.

Lo studio di Clewell ha cercato di capirlo analizzando le differenze e le conseguenze di 44 anni di incendi nell’area di studio che ha scelto nel nord della Florida.

«Gli incendi ripetuti – si legge su Castanea – sono una causa comune di morte per le sezioni superiori degli alberi delle specie sensibili al fuoco. Eppure, gli alberi sopravvivono  e dalle loro radici, tea il bruciato,  continuano a germogliare piccoli gruppi di alberelli. Questo ciclo può continuare fino a quando la massa delle radici sostiene una fitta selva di piccoli alberi. Quando questi  alberi non riescono a raggiungere la loro altezza normale, si dice che sono stati catturati in una trappola di fuoco».

Mentre esaminava, in un’area di 8,64 ettari chiamata NB66,  i cambiamenti nella vegetazione tra il 1966, quando c’è stato l’ultimo grande incendio, e il  2010, Clewell  confrontava quella situazione con  la vegetazione e la  vita delle piante in una zona che invece ha continuato ad essere incendiata ogni anno.  Il suo team ha fatto un censimento degli alberi e delle specie in entrambe le aree, annotando fedelmente dimensione e posizione.  Hanno così scoperto che quando è finito il “burning”, le radici degli alberi hanno immediatamente ricacciato polloni « Di conseguenza, il cambiamento chiave negli oltre 40 anni è stato nell’altezza degli alberi» i numerosi tronchi duri ancora rachitici che  c’erano  prima nella zona nella quale si praticava il burning  sono cresciuti ad un’altezza normale per la loro specie, in media 19,7 m di altezza dopo 44 anni.   Prima del XIX secolo la vegetazione originaria era costituita da boschi di Pinus echinata, querce e noci, inframmezzati da  Pinus palustris e savane su terreni sabbiosi, specie che si ritrovano ancora nell’area NB66 ma che  sono state sostituite in gran parte da specie alloctone molto “aggressive” come magnolie faggi e boschi di latifoglie.

Ma c‘è un problema: «Grazie a questa crescita  –  dicono i ricercatori –  si è formato un baldacchino ininterrotto che ha lasciato poco spazio ad  altri tipi di alberi per stabilirsi nella zona studiata. Arbusti legnosi e viti hanno continuato a ricoprire gran parte dello spazio, rendendo difficile lo sviluppo dei semi  degli  alberi di pino. Gli uccelli nidificanti non sembrano essere attratti da questo spazio. In generale, le variazioni dell’area suggeriscono  che i nuovi ecosistemi possono essere molto meno diversificati rispetto a quelli storici».

Clewell conclude: «Ci sono poche possibilità di rimettere  indietro l’orologio dell’area. Con la possibile eccezione dei cambiamenti climatici che portino a condizioni più  calde e secche, prevedo poche opportunità  di recupero della vegetazione di montagna originale nella continua assenza di incendi. La mancanza di diversità nell’area potrebbe indicare un problema più ampio nella gestione del territorio e per il ripristino delle foreste. La fine degli incendi intenzionali potrebbe non essere sufficiente;  ci potrebbe essere bisogno di reintrodurre le specie autoctone per ripristinare il territorio e la sua passata salute».