Il caso della Colombia

Razzismo ambientale: i conflitti colpiscono di più minoranze etniche e popoli indigeni

[15 aprile 2014]

Anche se ancora incompleto, il global Atlas di Environmental Justice Organisations, Liabilities and Trade (Ejolt) sta già consentendo di rintracciare le popolazioni indigene etnicamente discriminate o quelle tradizionali che sono coinvolte nei mille conflitti ambientali mappati fino ad ora. Le due domande sono in un elenco aperto insieme ad altri, che non si escludono a vicenda. Joan Martinez Alier di Ejolt spiega che la questione «dovrebbe includere non solo le comunità indigene, ma anche le comunità tradizionali di contadini, pescatori, minatori artigianali… che appartengono alla nazionalità tradizionale nel Paese o nella regione».

Una prima cernita di questi conflitti che coinvolgono popoli autoctoni e comunità discriminate è già stata fatta per la Colombia da Mario A Perez, e mostra la geografia del razzismo ambientale dimostrando che le comunità indigene di origine pre-ispanica e afro-colombiane sono colpite in maniera abnorme dalle ingiustizie ambientali che sfociano in conflitti aperti. Come in Colombia.

In un articolo su  El Espectador, il più grande giornale della Colombia, Carlos Andrés Baquero utilizza i dati dell’Atlante di Ejolt per dimostrare l’incidenza dei conflitti ambientali sulle minoranze indigene e afro-colombiane. Dei 72 casi di conflitto già censiti online per la Colombia un paio di settimane fa, in  42 sono coinvolte  minoranze etniche, una percentuale molto più alta rispetto alla popolazione nel suo complesso. Un altro punto è che le comunità indigene sono colpite due volte più spesso delle comunità afro-colombiane.

Secondo Martinez Alier «tali risultati si collegano direttamente alla originale interpretazione della giustizia ambientale nei movimenti per i diritti civili degli Stati Uniti negli anni ‘80 (da Benjamin Chavis, Robert Bullard e altri attivisti-autori) come alla lotta contro il “razzismo ambientale”».

Le popolazioni indios ed afro-colombiane vivono spesso ai confini di aree di estrazione delle materie prime e secondo Ejolt questo trend sarà confermato per il Brasile (sia per quanto riguarda le popolazioni indigene che afro-brasiliane), che per le popolazioni indie in molti altri Paesi dell’America Latina.

Martinez Alier  si chiede se «i dati per l’India permetteranno agli analisti dell’Ejolt Atlas di fare una simile analisi in termini di identità castali/tribali, e quali sarebbero i risultati per l’Africa. Tali ipotesi e conclusioni dovrebbero essere di immediato interesse per gli organismi internazionali, in particolare per i relatori dell’Onu per i diritti degli indigeni e per i diritti umani. Ci chiediamo quanto tempo ci vorrà all’Unep ad iniziare un lavoro basato sul Ejolt e altre fonti  sulle estrazioni delle risorse e dei conflitti sullo smaltimento dei rifiuti nel mondo odierno. Invece l’Unep si mantiene piuttosto in silenzio sulle migliaia di conflitti socio-ambientali e sulle loro numerose vittime».

Ma l’articolo di El Spectator interpreta comunque male i dati dell’Ejolt Atlas  quando fa notare che la Colombia è il secondo Paese al mondo dopo l’India per conflitti ambientali. Come spiega Martinez Alier, «il motivo è che siamo ancora indietro nella compilazione dei casi del Messico e in Brasile in America Latina e per l’Indonesia, la Cina e gli altri grandi Paesi».

Comunque il 58% dei casi di conflitti ambientali registrati fino ad ora in Colombia colpiscono minoranze etniche e 42 sono in aree indigene, il 38%  coinvolge sia indios che afro-colombiani, il 45% solo indios e il 17% neri. Baquero spiega ad El Espectador che tra i maggiori conflitti «ci sono  progetti come quelli che si estendono sulla Sierra Nevada de Santa Marta, lo sfruttamento minerario del Cerrejón, l’ampliamento della Ruta del Sol, le costruzioni inconsulte della represa Ranchería y Puerto Brisa o i progetti turistici nel Parque Nacional Tayrona. Tutto provoca violazioni del diritto alla vita, alla salute o all’autonomia».

Secondo un documento elaborato per l’Ejolt Atlas da Mario Alejandro Pérez, dell’Instituto de Investigación y Desarrollo en Abastecimiento de Agua, Saneamiento Ambiental y Conservación del Recurso Hídrico, «dei 7,9 milioni di persone colpite, gli indigeni, così come i campesinos, sono tra i più colpiti».

Pérez e Baquero pensano entrambi che queste cifre davvero preoccupanti obblighino a concentrare l’attenzione su tre punti essenziali: «L’espansione della “frontiera dello sfruttamento”, l’importanza di proteggere il diritto alla consultazione preventiva e la necessità di produrre, come hanno fatto le comunità in India e Sudafrica, alleanze tra i colpiti».

Ma l’ex direttore dell’Instituto Nacional de los Recursos Naturales Renovables y del Ambiente, Julio Carrizosa, dice ad El Espectador che «queste comunità devono essere considerate in maniera diversa da come le vediamo oggi. Perché la maggioranza dei colombiani li vedono come cittadini di seconda classe». E’ quindi indispensabile consultare preventivamente le comunità indigene ed afro-colombiane  e Baquero evidenzia che «E’ essenziale che non si faccia quando la violazione è avvenuto, ma prima che sia presa la misura legislativa o amministrativa che colpirà il progetto». L’attivista di Ejolt ricorda il caso di Puerto Brisa: «nel 2010 la Corte Constitucional ordinò di fermare la costruzione perché era iniziata violando il diritto alla consultazione dei popoli indigeni dela Sierra Nevada. Nonostante questo, l’impresa non ha accettato le decisione ed ha violato il diritto alla consultazione ed al libero consenso, preventivo ed informato dei popoli indigeni»

Pérez è convinto che «Tutti questi conflitti, senza dubbio, hanno un’incidenza sui gruppi sensibili e vulnerabili: indigeni, campesinos e afros. Ed anche se la Costituzione ha dato loro un meccanismo di protezione come la consultazione preventiva, si sono evidenziate vari limiti. Per esempio: è chiaro che c’è un tema complesso in relazione al codice minerario. Anche quello degli Awá è un caso critico. Per loro il petrolio è il sangue della Terra. Questo dimostra che, oltre al tema economico, ci sono conflitti legati a valori e credenze delle comunità».

Intanto negli ultimi anni in Colombia sono aumentati i conflitti causati da miniere, dighe idroelettriche, estrazione di idrocarburi o piantagioni di palma da olio e Baquero accusa i governi di Uribe e Santos di aver appoggiato in ogni modo anche i progetti più distruttivi: «Questo, insieme alla costruzione del mito dello “sviluppismo”, secondo il quale l’unico modo di produrre risorse economiche è attraverso progetti su grande scala».

E’ anche vero che i conflitti ambientali dell’epoca Uribe/Santos sono avvenuti spesso all’interno della più grande guerra interna per la droga e le risorse che in Colombia coinvolge Forze Armate, guerriglieri, paramilitari di destra, narcotrafficanti e corruzione economica, un mix letale al quale le comunità non possono far fronte.

Il 47% dei conflitti ambientali censiti in Colombia riguardano estrazione di oro e carbone. I progetti infrastrutturali sono all’11% dei conflitti con le comunità e le dighe idroelettriche al 10%. Il restante 32% si divide tra piantagioni di palma da olio, petrolio, legname ed altre risorse naturali. Ad essere più colpiti dalle conseguenze ambientali di queste operazioni sono i fiumi (36%), seguiti dai boschi (24%), il mare e le zone umide rappresentano entrambi il 210% delle fonti di conflitto ambientale in Colombia. «La cosa grave – conclude Baquero – oltre alle conseguenze sull’ecosistema, è che a causa di questa infinità di programmi, molti di questi gruppi etnici sono stati espulsi dai loro territori».