Reintrodurre i dingo per fermare il declino della fauna selvatica dell’Australia

Ma per ripristinare l’ecosistema bisogna abbattere parti della barriera anti-dingo

[19 febbraio 2015]

Un team di scienziati australiani, statunitensi e neozelandesi è convinto che bisognerebbe abbattere la grande barriera anti-dingo per permettere di nuovo ai dingo di entrare in un parco nazionale del New South Wales, così questi predatori potrebbero contribuire a ripristinare l’equilibrio dell’ecosistema attaccando gli animali esotici invasivi introdotti dall’uomo.

La teoria è presentata nello studio “Resolving the value of the dingo in ecological restoration” pubblicato su Restoration Ecology, nel quale il team di ricercatori ricorda che «C’è un interesse globale a ricostituire le popolazioni di predatori, sia per la loro conservazione che per sfruttare i loro servizi ecologici. In Australia, la reintroduzione del dingo (Canis dingo) è stata proposta per contribuire a ripristinare pascoli degradati. Questa proposta si basa su teorie ed i  risultati di studi che suggeriscono che i dingo possono sopprimere popolazioni di prede  (soprattutto di erbivori medie e grandi dimensioni) e predatori invasivi come le volpi rosse ( Vulpes vulpes ) e i gatti selvatici ( Felis catus ) che predano specie autoctone minacciate».

Ma in Australia  l’idea di reintrodurre i dingo nelle aree dalle quali sono stati eradicati non trova d’accordo altri scienziati che temono per l’impatto di questi canidi su alcune specie ed ambienti.

Lo studio propone un progetto sperimentale fattibile per valutare il ruolo di dingo nel ripristino ecologico  e delinea  una re-introduzione sperimentale dei dingo oltre la recinzione che serve a tenerli distanti, identificando l’area più adatta nello Sturt National Park, nel New South Wales occidentale.

Gli scienziati sono convinti che, « Anche se difficile, questa iniziativa potrebbe verificare se i dingo possono aiutare a ripristinare la biodiversità dei pascoli dell’Australia, e potenzialmente fornire il “proof-of-concept” per le  reintroduzioni a livello globale di predatori all’apice».

Il lungo recinto anti-dingo dell’Australia deve essere modificato per consentire ai dingo di rientrare nel parco nazionale e per verificare se possono contribuire a invertire il declino precipitoso dellafauna selvatica autoctona. La “dingo fence” dell’Australia, la più grande recinzione del mondo, lunga 5.531 Km ed alta 1,8 m, piantata nel terreno per più di 30 cm, che si estende dal Queensland orientale alla costa del Sud Australia,  dovrebbe essere quindi modificata per permettere ai dingo di entrare nello Sturt National Park, dove non potrebbero predare il bestiame allevato dagli uomini. I dingo sono predatori di canguri, emù e capre selvatiche e si pensa che tengano lontano anche volpi e gatti rinselvatichiti, due predatori introdotti e ritenuti responsabili del declino di animali come bilbies, bandicoot e bettongs in tutta l’Australia. I dingo invece sono stati confinati al di là della grande barriera e poi una campagna di abbattimenti per impedir loro di attaccare il bestiame li ha eliminati del tutto in una vasta area che va dal New South Wales, dal Victoria al South Australia .

Il principale autore dello studio, Thomas Newsome dell’Università di Sydney, spiega che «La predazione da parte delle volpi e gatti selvatici è il fattore chiave dell’estinzioni, quindi dobbiamo cambiare quello che abbiamo già fatto e vedere se i dingo ci possono aiutare. La dingo fence ci offre un’opportunità unica: se la ricostruiamo sui lati orientali e meridionali possiamo monitorare la ricolonizzazione del territorio da parte dei dingo, riducendo al minimo l’impatto sugli  allevatori. Attualmente sappiamo cosa succede quando i dingo vengono  eliminati da un ambiente, ma non sappiamo cosa succede quando ce li mettiamo di nuovo. Se le teorie sono valide, ci aspettiamo che i dingo abbiano effetto positivo sull’ecosistema».

Newsome fa notare che «Studi precedenti hanno suggerito che piccoli mammiferi, rettili e uccelli hanno tutti beneficiato della presenza dei dingo. Si ritiene che potrebbero, nelle giuste circostanze, anche aiutare gli agricoltori predando i canguri, in concorrenza con il bestiame, come le pecore nei terreni pastorali. Ci sono  molte prove che i dingo hanno effetti positivi, abbiamo solo bisogno di trovare i modi in cui possiamo convivere con loro. Se le persone non sanno di questi benefici, è difficile far capire gli aspetti positivi dei dingo, se le persone non sanno di questi benefici».

La fauna autoctona australiana è in piena crisi di estinzione, in particolare i piccoli marsupiali. Ben 29 mammiferi endemici si sono estinti dopo l’arrivo degli europei in Australia, si tratta del 10% di tutti i mammiferi autoctoni, il più alto tasso di estinzioni del mondo negli ultimi 200 anni.

Il governo australiano sta attualmente lavorando su una nuova esca avvelenata, chiamata Curiosity, per cercare di eliminare i 20 milioni di gatti rinselvatichiti ma per ripristinare l’equilibrio ambientale e salvare la fauna selvatica australiana gli ecologisti guardano sempre più agli esempi europei di “rewilding” di predatori. Gli esempi più citati sono l’aumento di orsi, lupi, e linci in Europa e l’introduzione di lupi al parco nazionale di Yellowstone negli Usa, che hanno portato numerosi benefici al territorio. Il governo del Victoria sta prendendo in considerazione un progetto per introdurre i diavoli della Tasmania, per migliorare lo stato della fauna selvatica nel Wilsons Promontory national park.

Newsome conclude: «C’è un crescente interesse per i predatori come strumento di ripristino. Dobbiamo usare la scienza come guida per lavorare validamente al ruolo di queste specie e per vedere se possono salvare i territori degradati dell’Australia».

Se approvato il progetto pilota sui dingo durerà 10 anni e verrebbe studiato anche un sito di controllo dove non sarebbero re-introdotti, per confrontare le reazioni delle diverse specie.