Reti, droni e sottomarini fermeranno le meduse? Nell’Adriatico arriva quella cannibale

[7 luglio 2014]

Spinta dalla presunta o temuta invasione delle meduse, prolifera lungo tutte le coste italiane – dall’Elba alla Puglia – l’artificializzazione del mare attraverso la messa in opera di reti per fermare questi animali. Secondo quanto ha detto oggi all’Ansa Ferdinando Boero, biologo marino dell’università del Salento e del Cnr-Ismar, è in atto «una grande proliferazione della medusa Pelagia (Pelagia noctiluca) nel Mediterraneo occidentale, mentre in Alto Adriatico è tornata dopo quasi un secolo la Drymonema dalmatinum, la medusa più grande del Mediterraneo con un cappello di circa 80 cm».

Boero, che coordina il progetto CoCoNet – “Towards COast to COast NETworks of marine protected areas ( from the shore to the high and deep sea), coupled with sea-based wind energy potential“, spiega che «dal monitoraggio fatto anche attraverso le segnalazioni dei cittadini e dei pescatori, precisa emerge che la Pelagia quest’anno si è riprodotta tantissimo e le correnti possono spingere queste specie marine urticanti, tipiche del Mediterraneo e dal caratteristico bordo violaceo, sul mar Ligure, il Tirreno e lo Ionio. In Alto Adriatico non ci sono, ma lì è tornata  la Drymonema dalmatinum, una specie descritta per la prima volta nel 1880, poi riavvistata solo nel 1940, e poi più nulla per decenni».

Questa grande medusa nell’ultima settimana è stata avvistata al largo di Lignano e Pirano e  un’esemplare di 80 centimetri di diametro si è spiaggiato a Muggia. La cosa è abbastanza eccezionale perché, anche in condizioni normali e nel suo areale solito, la Drymonema dalmatinum è molto rara e le segnalazioni sono scarse. Eppure potrebbe essere un’alleata dei balneari e dei sindaci preoccupati che i bagnanti non siano punti dalle meduse, visto che probabilmente si tratta di una specie mangia-meduse, parente della medusa criniera di leone (Cyanea capillata) che vive nell’oceano Atlantico e nel mare del Nord, un’altra nota divoratrice di celenterati.

Se si spera nelle reti, nelle meduse cannibali e nei pesci luna per respingere l’invasione di pelagie, Boero sottolinea che le barriere probabilmente non serviranno ad arginare l’invasione delle specie aliene. Come a Venezia, dove tra novembre 2014 e marzo 2014 – come avevamo già raccontato su greenrepor.it – è arrivata  la  Pelagia Benovici, probabilmente prendendo un “passaggio” nelle acque di zavorra di qualche nave. A quanto pare, ora la Pelagia Benovici, che somiglia molto alla P. nuctiluca ma ha un ombrello dorato,  probabilmente non è comunque riuscita ad acclimatarsi così a nord.

Le barriere anti-meduse servono anche a respingere animali, o meglio colonie di animali, come le velelle (velella velella),  che nei giorni scorsi si sono spiaggiate in massa, tingendo di blu le coste di Sardegna, Liguria, Campania, Lazio e Toscana. Si tratta di sinofori completamente innocui per l’uomo, ma il cui proliferare potrebbe avere un discreto impatto sullo zooplancton.

A Boero, nonostante le perplessità di diversi ambientalisti e zoologi, piace il progetto Med-Jellyrisk, coordinato da Stefano Piraino dell’università del Salento e  finanziato da European Neighbourhood Policy and of its financing instrument – Enpi-Cbc Med, un progetto Ue che ha come capofila la Regione Sardegna, e che ha il dichiarato intento di «migliorare gli approcci gestionali e mettere in atto specifiche strategie di mitigazione degli impatti provocati dalla proliferazione delle meduse», interessando un’area che va da Castellaneta Marina nel tarantino alle Eolie.

Secondo il coordinatore di CoCoNet, «sia l’l’installazione di reti anti-medusa nelle spiagge libere, sia misure di sostegno, come avviene per le calamità naturali, a quegli esercenti degli stabilimenti che devono fare un investimento non irrilevante» servono a far calare la paura dei bagnanti (soprattutto delle mamme di bambini piccoli) per la presenza di meduse che, è bene ricordarlo, non sono quasi mai pericolose e spesso nemmeno urticanti.

Ma Boero ha anche un’altra idea che può sembrare stravagante: «Se le crisi possono diventare opportunità, non andrebbe sottovalutata l’idea dell’avvio di un turismo per le meduse. Sono specie non aggressive, e viste a debita distanza con una maschera, uno spettacolo a mare aperto tra i più affascinanti: sono animali bellissimi». Si verificherebbe quindi il paradosso di tenere lontane dai bagnanti le meduse con barriere che di fatto realizzano una sorta di piscina protetta e allo stesso tempo poi si andrebbero a cercare, un po’ come già avviene con gli squali in molte parti del mondo, mentre Issia Cnr e Ismar stanno testando sensori remoti per tenere sotto controllo le coste italiane, utilizzando anche droni volanti e dispositivi sottomarini.