Presentati i risultati della ricerca dell’Università di Padova

Ricercatori italiani scoprono una strada petrolifera illegale nel Parco Yasuni, Amazzonia

[23 giugno 2014]

“Il Bo”, il giornale dell’Università degli Studi di Padova, pubblica l’articolo “Amazzonia: quando il petrolio distrugge la foresta”, che dà conto di una ricerca svolta da Massimo De Marchi, Salvatore Pappalardo e Francesco Ferrarese dell’università di Padova e Matt Finer dell’Amazon Conservation Association, che – misurazioni e immagini satellitari alla mano – dimostrano le responsabilità della compagnia Petroamazonas nella distruzione della foresta. De Marchi, del dipartimento di ingegneria civile, edile e ambientale dell’università di Padova, tornato da poco dall’Ecuador, denuncia senza mezzi termini: «La compagnia petrolifera Petroamazonas utilizza una via di accesso abusiva nel cuore del parco Yasuni, in Amazzonia. E le violazioni non si limitano a questo».

La denuncia è clamorosa e ha avuto un alto impatto mediatico sia sulla stampa nazionale ecuadoriana sia su quella internazionale, perché la Petroamazonas è una compagnia statale e perché il  parco Yasuni era stato proposto dal governo dell’Equador come un’area protetta dove lasciare il petrolio nel sottosuolo in cambio di rimborsi ed  incentivi. Si tratta del progetto Yasuni-ITT, un piano di tutela sostenuto dall’Onu al quale nel  2010 ha aderito anche l’Italia tramite il meccanismo di cancellazione di una parte del debito che l’Ecuador aveva con il nostro Paese. I fondi raccolti in 5 anni non sono stati sufficienti ed il governo di sinistra di Rafael Correa nell’agosto del 2013 ha cambiato rotta, ha ritirato il piano di protezione dell’ITT ed ha autorizzato  le trivellazioni petrolifere, ignorando la raccolta di firme  per un referendum sulla questione. A maggio è stata proprio la compagnia Petroamazonas ad aggiudicarsi il permesso di estrarre il greggio.

Il parco nazionale dello Yasuni, istituito nel 1979,  si estende su 9.820 Km2  all’interno dell’Amazzonia occidentale, dove le Ande incontrano l’Equatore, L’area è contigua al territorio degli indigeni Huaorani ed è abitata dai Tagaeri e i Taromenane, due popoli indigeni in isolamento volontario. E’ uno dei più ricchi hotspot della biodiversità mondiale e nel 1989 è stato dichiarato Riserva della biosfera dell’Unesco con il territorio degli Huaorani. Uno studio di qualche anno fa aveva censito150 specie di anfibi, 121 di rettili, 596 di uccelli, 169 specie note di mammiferi, 382 specie note di pesci e 2.704 specie note di piante.

Secondo lo studio, «La strada entra per 20 km nella zona più profonda e incontaminata del Parco dello Yasuni, uno dei luoghi con la più alta biodiversità della terra, e si avvicina alla Zona Intangibile Tagaeri Taromenane riservata con una decreto del 2007 per ospitare i popoli indigeni non contattati.

I risultati della ricerca italiana erano già stati presentati il 4 giugno durante la conferenza scientifica tenutasi all’Università Andina Simon Bolivar di Quito e sono davvero preoccupanti: 1 – la nuova strada si espande per 20 km dentro al parco e per circa altri 20 km fuori dai confini del parco, dentro la zona di transizione che costituisce la Riserva della Biosfera dello Yasuni riconosciuta dall’UNESCO nel 1989; 2 – la strada ha una carreggiata di 4 m di larghezza che permette comodamente il transito di un veicolo pesante a 18 ruote e piazzole per permettere la circolazione nel caso di incrocio tra veicoli; 3 – scientificamente riteniamo che il concetto di “sentiero ecologico” – termine preteso da costruttori, committenti e amministratori – non si possa applicare ad una struttura di questo tipo: si tratta di una strada che presenta circolazione di veicoli, strutture notevoli (un ponte bailey, numerosi sottopassi a condotte portanti) inoltre molte sezioni sono costruite in rilevato o in spianamento; 4 – per costruire una strada di 4 m di carreggiata è stata disboscata una fascia con una larghezza media di 26 m quando lo studio di impatto ambientale aveva previsto un Diritto di Via di 10 m, eccezionalmente e solo localmente consentito a 15 m; 5 – per determinare la larghezza della fascia deforestata sono state realizzate misure ogni 10 m lungo il “sentiero ecologico” e si è rilevato che all’interno del parco il 94% delle misure è superiore ai 15 m di larghezza; 6 – All’interno del parco per la costruzione della strada e la realizzazione delle piattaforme per l’attività di estrazione del petrolio sono stati disboscati 63,6 ha di foresta primaria contro i 47,33 dichiarati da un documento ufficiale presentato nel settembre 2013 alla Assemblea Nazionale.

Nonostante le foto e le prove inequivocabili, la Petroamazonas continua a negare l’esistenza di una strada e la definisce «un sentiero ecologico di 4 metri all’interno di un diritto di via di 10 m utilizzato sia come asse stradale che per la posa dell’oleodotto». Anche il ministero dell’ambiente dell’Equador sostiene la tesi del  sentiero ecologico ed ha ribattuto che «Il Diritto di Via si è mantenuto con una larghezza di 10 m e solo eccezionalmente risulta più largo, inoltre sarebbe troppo presto per esprimere un giudizio sulla larghezza in quanto si dovrebbe attendere la riforestazione».

Suklla questione è intervenuto il 14 giugno, nel corso del programma settimanale La Sabatina  (Enlace Ciudadano, 2h41′), il presidente della Repubblica Rafael Correa che ha assicurato che nello Yasun non esistono strade larghe 26 metri, però la tv ecuadoregna non ha mostrato le immagini messe a disposizione dai ricercatori e Correa ha sostenuto la posizione ufficiale del governo con immagini e paragoni riguardanti le strade della capitale Quito.

Nonostante questo, stampa, radio e televisioni dell’Ecuador stanno seguendo con interesse la questione.

Eppure per dirimere la questione, nel 2013 il gruppo di De Marchi attraverso immagini satellitari ad alta risoluzione aveva perfezionato  i rilievi effettuando  2.341 misurazioni, ogni 10 metri lungo il percorso. I calcoli d sono stati eseguiti da due operatori che agiscono indipendentemente. Lo studuio conclude: «Il percorso all’interno del parco viene utilizzato come una vera e propria strada di accesso alle piattaforme petrolifere», infatti sono stati rilevati  almeno 22 veicoli all’interno del parco (e altri 9 appena oltre i confini),  un grande ponte in acciaio sul fiume Pindoyacu e altri 35 più piccoli, 15 dei quali di una lunghezza compresa tra i 6 e i 12 metri e 20 inferiori ai 5 metri. Senza contare gli altri 3  appena fuori dal parco, dove è stata rilevata la presenza di un’altra strada.

Secondo i ricercatori, «la costruzione di nuove strade di accesso e la violazione dei termini stabiliti dal Sia e dalle licenze ambientali assumono particolare rilievo in questo momento se si considera che la Petroamazonas ha appena ricevuto l’approvazione ad avviare i lavori di estrazione petrolifera nell’area adiacente al blocco 31 (il blocco ITT – Ishpingo-Tambococha-Tiputini)». Proprio in questa zona, infatti, la più orientale del parco al confine con il Perù, il governo ecuadoriano guidato da Rafael Correa nel 2007 propone di lasciare il greggio nel sottosuolo in cambio di una compensazione economica da parte della comunità internazionale che avrebbe dovuto bilanciare i mancati introiti derivanti dall’attività petrolifera».

De Marchi Conclude: «In tutto questo, dopo aver dimostrato le responsabilità della compagnia petrolifera, a stupire è la reazione del governo ecuadoriano che, come sempre quando si tratta di “affari in Amazzonia” opera negando e deformando la realtà».