Per ridurre davvero i cinghiali la braccata è inutile

Arci Caccia: niente fantasie! La caccia al cinghiale si fa in braccata. Ma il Parlamento aveva detto il contrario

[29 novembre 2017]

La caccia al cinghiale con la tecnica della braccata – mute di cani e “poste di cacciatori – è sotto accusa  sia per le vittime umane che provoca che per l’inefficacia dimostrata, visto che il numero dei cinghiali non fa altro che aumentare e che le loro popolazioni si sono ormai diffuse sull’intero territorio italiano grazie a scriteriate campagne di immissione di animali provenienti dal nord Europa e spesso ibridati con i maiali domestici per renderli ancora più prolifici.

Un tipo di caccia che sembra sempre più insostenibile e nel mondo venatorio hanno fatto molto scalpore  le dichiarazioni  del presidente provinciale dell’Arci Cacca di Chieti, Angelo Pessolano, secondo il quale l’emergenza cinghiali è provocata proprio da questo approccio venatorio sbagliato, Come dimostrano anche studi recenti  a un maggior numero di abbattimenti (e di densità venatoria) corrisponde in realtà una  maggiore attività riproduttiva delle femmine, soprattutto dove viene esercitata la braccata e Pessolano ha preso semplicemente atto che «quest’ultima non permette di selezionare in modo adeguato i capi che devono essere abbattuti». Per il presidente dell’Arci Caccia di Chieti l’unica soluzione giusta sarebbe quella di abbattere esclusivamente gli esemplari piccoli e i “rossi”, cioè i giovani porcastri, cosa impossibile con  la braccata. E il presidente dell’Arci Caccia chietina ha sottolineato che questa ipotesi viene fatta da tecnici e scienziati che si occupano del cinghiale come specie, «oltre a trattarsi di un elemento basilare di una buona gestione faunistico-venatoria» e aggiunge che «La caccia in braccata consente di uccidere i selvatici, ma non di ridurre il loro numero. Al suo posto dovrebbe invece essere introdotto un prelievo venatorio selettivo in grado di controllare la specie dal punto di vista scientifico».

Una presa di posizione basata sulla scienza e il buonsenso che però a sollevato le ira delle altre associazioni venatorie e anche di cacciatori dell’Arci Caccia, tanto che è dovuto intervenire il presidente nazionale dell’Arci Caccia Sergio Sorrentino  che c in una nota ufficiale sottolinea. «La posizione dell’Arci Caccia sulla caccia al cinghiale è una ed una sola. Quella che abbiamo affermato nei documenti e con forza in mille occasioni: La caccia al cinghiale si fa in braccata!!! La forma di caccia a cui sono legate le nostre tradizioni e che è l’unica in grado di garantire con più efficacia quel controllo della consistenza della specie, indispensabile per la tutela dell’agricoltura. Tutte le altre forme sono solo in grado di tamponare qualche emergenza momentanea o qualche situazione in cui non si può intervenire in altro modo o organizzare in tempo reale la braccata».ù

Le dichiarazioni di Pessolano, vengono “disinnescate” così: «L’articolo uscito sulla stampa, tra l’altro, pone l’accento su alcune frasi espresse in un contesto ben più generale e ampio; tutte da verificare. La nostra posizione è chiarissima e l’abbiamo ribadita reiteratamente, l’ultima volta non più tardi di venerdì scorso al convegno organizzato nella giornata di apertura della Fiera Caccia&Country di Forlì (che sarà visibile a breve e in formato integrale su www.agrilinea.tv). La caccia al cinghiale – cultura da trasferire alle nuove generazioni –  per Arci Caccia è quella della braccata con l’utilizzo dei cani da seguita. E questa è la posizione dell’associazione, valida dalle Alpi alla Sicilia e quindi anche in Abruzzo.  La selezione è altro, è un intervento mirato straordinario dove la braccata non riesce a intervenire, come è noto ai cacciatori, alle squadre».

Il comunicato si conclude con un richiamo all’ordine e al rispetto della gerarchia associativa venatoria: «La posizione dell’Arci  Caccia è frutto di processi democratici partecipati, di centinaia di Assemblee, di Congressi. La caccia al cinghiale è patrimonio unitario, insieme a tutte le altre forme di caccia, della migliore cultura rurale del nostro Paese, oggi e domani. Il Presidente dell’ARCI Caccia dell’Abruzzo, Massimiliano Di Luca, conferma di essere sulla stessa “lunghezza d’onda” del Presidente Sorrentino. Qualche volta si leggono tempeste in un bicchiere d’acqua….».

A dire il vero il bicchiere è molto grande e agitato  visto che in realtà quel che dice Pessolano è così noto da essere stato addirittura approvato da una risoluzione in Commissione agricoltura presentata da Susanna Cenni (PD) il 29 ottobre 2024, alla quale hanno contribuito numerosi esponenti del PD e del Movimento 5 Stelle e nella quale si legge: « in particolare, a differenza di quanto si sia erroneamente ritenuto fino ad oggi, l’ordinaria attività venatoria, così come viene organizzata e gestita in Italia, non rappresenta una forma di controllo delle popolazioni di cinghiale, tantomeno può rappresentarlo un’estensione del periodo di prelievo (deregulation dei calendari venatori) o la concessione del prelievo in aree altrimenti protette. Altresì, l’attività venatoria ha determinato negli anni una destrutturazione della piramide delle classi di età, agevolando la riproduzione degli esemplari più giovani, abbattendo i capi adulti con più di due anni di età».

Che poi il governo abbia ignorato queste indicazioni e che regioni come la Toscana siano andate (senza grande successo) in direzione opposta a quella indicata dalla Commissione agricoltura questo è un problema che riguarda la coerenza politica e istituzionale…

D’altronde anche  l’atto di intesa tra le sezioni regionali abruzzesi delle associazioni venatorie Arci Caccia, Eps, Liberacaccia  stipulato l’11 novembre ammette al punto 4 che qualche problema c’è:  «la gestione della specie cinghiale non appare in alcun modo adeguatamente affrontata secondo scelte di pianificazione e regolamentazione del prelievo non perfettamente operative sul territorio, nemmeno adeguatamente calate sulle diverse realtà usuali di prelievo e che, comunque, al cospetto della burocratizzazione operata, appaiono solo dei palliativi non in grado di corrispondere il necessario sistema adeguato d’intervento»