Riforma della Legge sui Parchi, buona la prossima

Rossella Muroni: superare diffidenze, tatticismi e comode rendite di posizione

[22 giugno 2017]

Per giudicare la legge di riforma sulla 394 del 91 bisogna stare ai fatti. Lo diciamo noi di Legambiente che pure abbiamo criticato questa riforma, ma anche provato a generare attorno ad essa una discussione franca e di merito. Per questo abbiamo creato un tavolo di confronto con il Wwf che ha riunito 16 associazioni ambientaliste intorno ad un documento di critica e proposta sullo stato delle aree protette in Italia. Sempre con il Wwf, ed insieme a Federparchi, abbiamo contribuito a definire, con osservazioni e proposte puntuali, uno degli articoli più complessi, quello relativo alla gestione faunistica nelle aree protette. Abbiamo insomma cercato di stare sempre al merito. Certo che se fosse dipeso da noi, la modifica della legge 394 sulle aree naturali protette avrebbe avuto tutt’altro percorso e forse un esito meno conflittuale di questo: ma né Legambiente né il movimento ambientalista in generale hanno il compito di legiferare non avendo semplicemente questa delega dai cittadini.

L’ambientalismo può invece garantire due cose: la voglia di cogliere la sfida riformista che in questi anni ha posto la questione ambientale al centro del cambiamento e il presidio del territorio. Bisogna starci sul territorio e nei parchi, con i circoli e i volontari, per coglierne istanze, bisogni, contraddizioni e buone pratiche. E allora vediamo nel merito i fatti ed alcune delle proposte accolte dal documento delle associazioni ambientaliste nel lavoro della Commissione Ambiente prima e dell’Aula della Camera poi:

  1. Creazione di un finanziamento di 30 milioni di euro in 3 anni per le aree protette, comprese le aree marine protette e quelle regionali, vere “cenerentole” del sistema, abbandonate a loro stesse eppure così centrali nella gestione del territorio, baluardo nel contrasto al dissesto idrogeologico e nella promozione di un’agricoltura di qualità.
  2. Condivisione e aggiornamento del piano triennale delle aree protette attraverso la Conferenza Stato-Regioni e autonomie locali. E’ una richiesta che rafforza l’azione di programmazione condivisa tra le regioni e il governo e ristabilisce una sede unitaria dove promuovere strategie coerenti, a partire dal finanziamento, per i parchi nazionali, regionali e le aree marine protette.
  3. Istituzione di un Fondo per l’incentivazione fiscale nelle aree protette con dotazione annua di 500mila euro.
  4. Per la nomina del presidente del parco si chiarisce che è necessario un profilo con competenza in campo ambientale e viene ripristinata anche per i parchi la norma che consente a chi è in quiescenza – cioè riceve una pensione o un vitalizio – di assumere incarichi dirigenziali solo a titolo gratuito. Quest’ultima è una scelta che apprezziamo poiché, insieme alla norma sulla parità di genere e l’abolizione dell’albo dei direttori dei parchi, fornisce una opportunità per nomine di giovani e donne tra le figure apicali degli enti parco che finora di donne e di giovani ne hanno visti davvero pochissimi: forse uno dei problemi culturali più grandi che abbiamo avuto nella discussione sulla riforma.
  5. Sono state individuate risorse per 3 milioni di euro per potenziare le aree marine protette per il triennio 2018-2020 e previste royalties a favore dei parchi anche per l’imbottigliamento delle acque minerali. C’è da dire che rispetto al sistema delle royalties in generale, ovvero il contributo economico al sostentamento del parco versato da attività economiche impattanti già esistenti su quel territorio, noi di Legambiente abbiamo sempre avuto un atteggiamento assolutamente positivo.

Fin qui le parti positive che ha introdotto l’Aula e che si sommano a quanto di positivo aveva già introdotto la Commissione Ambiente della Camera in tema di rafforzamento di alcuni divieti, come quello per cui all’interno di parchi e aree contigue fossero finalmente vietate le attività di prospezione, ricerca, estrazione e sfruttamento di idrocarburi liquidi, quello relativo alla pratica dell’eliski nei parchi, l’inasprimento delle misure sanzionatorie per le violazioni di legge nelle aree protette, l’introduzione di indicazioni per il rispetto della normativa sull’uso dei prodotti fitosanitari anche nelle aree contigue e l’opportuna conferma del divieto di introduzione dei cinghiali su tutto il territorio nazionale.

Abbiamo sperato che per la riforma dei parchi si potesse ricreare il clima positivo e trasversale registrato per l’approvazione della legge sugli ecoreati, ma il mondo dei parchi, oltre ad esser ricco di biodiversità, è anche pieno di storie piccine, personalità ingombranti e vecchi rancori che hanno precluso quel percorso virtuoso. Per quello che ci riguarda continueremo a praticare il confronto con tutti, e in ogni luogo, e rivendichiamo i tanti cambiamenti positivi che nel passaggio in aula alla Camera si sono realizzati grazie al nostro impegno e alla nostra azione di critica. Non ci siamo negati al confronto e non abbiamo lasciato nulla di intentato nella speranza di trovare soluzioni condivise.

Su alcune questioni, purtroppo, né la Commissione ambiente né l’assemblea della Camera hanno ancora raccolto i nostri suggerimenti. E’ il caso dell’inserimento delle zone umide riconosciute dalla Convenzione di Ramsar e quelle della Rete natura 2000 nella classificazione delle aree protette. Né è stata presa in considerazione la nostra proposta di una Consulta per ogni parco che garantisse la partecipazione e il contributo del partenariato economico e sociale e di un Comitato tecnico scientifico con funzioni consultive. Così per la scelta del Direttore del parco, avremmo preferito che attraverso il concorso pubblico si fosse scelto un solo vincitore a fronte della terna, su cui poi opererà la sua scelta discrezionale il presidente del parco. Mentre per la parte relativa alle royalties si è continuato a escludere funivie e cabinovie dal contributo economico, nonostante queste siano attività impattanti per molte aree protette. Sebbene sia stato il Senato poi a introdurre la norma che delega il governo per il Parco del Delta del Po, abbiamo rinnovato la nostra proposta di istituire in questo caso un Parco nazionale sia alla Commissione ambiente che all’Assemblea della Camera, senza ottenere risposta positiva. E non è stata accolta la richiesta di cancellare l’emendamento che ha introdotto le parole “fatte salve le attività estrattive in corso e quelle ad esse strettamente conseguenti” che a nostro avviso lascia ampi spazi di interpretazione col rischio di consentire all’Eni di continuare ad estrarre ed estendere le proprie attività in Val d’Agri. Al proposito è stata utile l’approvazione di un ordine del giorno bipartisan che impegna il Governo a definire e delimitare le attività estrattive in corso all’interno dei parchi, ma chiediamo al Senato di risolvere più chiaramente la questione. Così come chiediamo che il Senato corregga altre due scelte, a nostro avviso sbagliate, operate dalla Camera: è ora che le riserve naturali dello Stato passino finalmente alla gestione di Parchi nazionali e regionali. Oggi che il CFS è stato assorbito dai Carabinieri non c’è più motivo di rimandare l’applicazione di una norma che attende efficacia dal 1991: attualmente nel cuore di parchi nazionali e aree protette regionali esistono pezzi di territorio di pregio gestiti dai Carabinieri Forestali, un compito dell’Arma francamente fuori luogo e fuori tempo che continua a frammentare l’attività di pianificazione territoriale unitaria. Chiediamo inoltre che vengano ripristinati, nelle aree marine protette, i divieti alla realizzazione di impianti di acquacoltura e di immissione di scarichi non in regola con le leggi più restrittive: una cancellazione incomprensibile e che non fa presagire nulla di buono.

Questi i fatti. Questo quanto di positivo e di negativo è contenuto nella riforma delle aree protette: niente insomma che faccia evocare scenari catastrofici da fine della biodiversità e delle politiche di tutela del nostro Paese e niente che giustifichi entusiasmi e preluda all’avvento di una nuova età dell’oro. La riforma vada avanti dunque e contribuisca, almeno in parte, a scuotere il sistema. Il resto lo facciano i parchi e le aree protette regionali che dopo 25 anni di, più o meno, onorata carriera dovranno saper cogliere le sfide che affiancano alla conservazione della natura la realizzazione di esperienze sostenibili di successo su fronti fondamentali come il turismo, l’agricoltura biologica, la gestione forestale. Oltre i commi e gli articolati di legge i parchi provino insomma a diventare luoghi di eccellenza della green economy, senza paura e conservando la loro identità principale di difesa della natura e della biodiversità italiana. Possiamo farcela, lavorando tutti insieme e superando diffidenze, tatticismi e comode rendite di posizione.

di Rossella Muroni – Presidente Nazionale Legambiente

per greenreport.it