Rilancio dei parchi, il documento approvato nell’incontro di San Rossore

[21 febbraio 2015]

Il Gruppo di San Rossore con l’incontro nazionale del 20 febbraio al Parco di San Rossore è tornato a discutere del Rilancio dei parchi riprendendo temi e proposte che sul piano nazionale e anche regionale non hanno trovato finora risposte e impegni adeguati.

Abbiamo così ripreso aspetti che erano stati discussi a fine dicembre del 2013 alla Sapienza di Roma, per iniziativa del ministero dell’ambiente e del governo, dopo anni di latitanza. Constatando con dispiacere che non si è registrato poi il seguito sperato. E’ vero che finalmente, dopo anni di paralisi, si stanno normalizzando le situazioni in alcuni parchi nazionali, dove restano tuttavia aperti delicati problemi. Carenze risultano nel  raccordo con le aree protette marine e ancor di più nel carattere pianificato della  gestione, dato che la maggior parte dei parchi  mancano ancora di un piano. Senza considerare il paesaggio, tuttora oggetto di politiche del tutto separate da quelle delle aree protette.

Non meno preoccupante e incerta è inoltre la situazione in gran parte delle regioni, comprese quelle che da molti anni si sono dotate di una importante rete   di parchi e aree protette regionali e che ora sono alle prese con una crisi nazionale che non riguarda unicamente le politiche di spesa falcidiate pesantemente  negli ultimi anni.

Come emerge da una serie di proposte di leggi regionali, solo in qualche caso fortunatamente ritirate come in Liguria,  anche per i parchi regionali sta venendo meno o è già venuta meno una gestione non accentrata e non  separata dal contesto nazionale dove risulta sempre più evidente il danno arrecato dalla mancata convocazione della terza Conferenza nazionale. Danno soprattutto dovuto alla rinuncia di qualsiasi tentativo di ridefinire indirizzi ministeriali in grado di immettere parchi nazionali, regionali e aree protette di qualsiasi altro tipo in politiche di sistema e di programmazione, come a suo tempo previsto e stabilito dalla legge quadro. Carta della Natura, Piano della biodiversità, classificazione seria del complesso oggi confuso e indistinto delle aree protette sono rimaste al palo non trovandosi di meglio che addebitare i ritardi alla legge 394, ritenuta ormai invecchiata e colpevole di aver impedito al ministero, al governo, alle regioni e agli enti locali di fare quello che gli competeva e gli compete. La prova conclamata della infondatezza e pretestuosi tà di questa tesi è confermata d’altronde dal fatto che è dal 2011 che  al Senato non si riesce a  cavare un ragno dal buco da proposte di legge spesso senza capo né coda. Ecco perché, come abbiamo toccato con mano nel dibattito del 20 febbraio in San Rossore,  grazie ai molteplici e autorevoli contributi  di rappresentanti istituzionali, culturali e politici, è possibile dopo tante manfrine e pasticci  ripartire con il piede giusto solo se si parte da alcune precise decisioni politiche senza continuare a menare  il can per l’aia.

Deve essere innanzitutto promosso un incontro dal Ministero dell’Ambiente con le Regioni, con l’ANCI, l’UPI e  Federparchi, in cui si possa finalmente fare il punto della situazione sulla base anche di un documento a suo tempo presentato dalle regioni, ma mai discusso in alcuna sede. Verificare lo stato dell’arte in ordine ai piani dei parchi nazionali e regionali, del raccordo tra parchi terrestri e aree protette marine che restano separate e che le leggi in discussione al senato separerebbero ancor di più dalle altre in barba alle direttive e politiche comunitarie recentemente confermate e ribadite dalla Direttiva sulle acque in riferimento anche ai bacini idrografici.

Vanno bloccate operazioni come quella in corso al Parco dello Stelvio che rischiano, in palese contrasto con il riconoscimento Unesco alle Dolomiti (che ha richiesto l’istituzione di una specifica Fondazione con ruolo di coordinamento e di interlocutore unico, proprio per superare l’impasse derivante da normative differenti tra regioni ordinarie e province autonome),  di frammentare una gestione che deve restare unitaria.  Soluzione non favorita peraltro dalla politica centrale nei confronti delle regioni che elude, ancora una volta, lo scompenso tra regioni e province speciali e regioni ordinarie.

Deve essere chiarita e confermata la indispensabilità, specie dopo la Convenzione europea, che i piani dei parchi nazionali o regionali debbano includere il paesaggio, perché è impensabile qualsiasi politica di tutela ambientale che lo escluda.

Va ripristinata una sede nazionale  sul modello della Consulta Tecnica  in cui questi temi possano essere affrontati e risolti e non rimessi, come ora avviene, solo alla conflittualità costituzionale destinata, come ben sappiamo, a paralizzare qualsiasi intervento ad ogni livello.

Dobbiamo avere presente, inoltre, che l’attuale dibattito in corso sul titolo V, a partire dall’abrogazione delle province, sta mettendo a rischio proprio questo coinvolgimento ‘paritario’ e di ‘leale collaborazione’ istituzionale già fallito nel 2001.

Non giova, ad esempio, che l’affidamento delle competenze specifiche delle province in campo ambientale privilegi, come sta già avvenendo in alcune regioni, questo accentramento che crea nuovi problemi e difficoltà ai parchi provinciali e  alle aree protette locali, ma anche all’iniziativa dei comuni specialmente quelli piccoli.

Vanno meglio ridefinite le modalità di nomina dei membri degli enti parco e anche del direttore. Va definitivamente sgombrata la strada da idee di inserimento di rappresentanze di categorie negli enti parco nazionali e regionali che ne snaturerebbero il ruolo.

Vanno fermate, come richiesto ormai da più parti e non solo istituzionali, le trivellazioni a mare e altri tentativi e progetti che pur incentrati sulle energie rinnovabili risultano incompatibili specialmente  in territori protetti o contigui. Un aspetto questo che tocca in particolare la tutela del paesaggio a cui abbiamo già fatto riferimento e che conferma l’assurdità di una valutazione di impatto ambientale che ‘escluda’ parchi e aree protette in nome di una competenza esclusiva che non può significare men che mai oggi anche valutazione e gestione esclusiva.

Noi, come già in occasione dell’incontro alla Sapienza di Roma e nei due incontri con il ministro Orlando, siamo disponibili in sede ministeriale, parlamentare e nelle regioni a dare il nostro contributo insieme ai molti altri che anche nell’incontro di San Rossore hanno confermato la loro disponibilità a far la loro parte.

Disponibilità peraltro già manifestata a metà Novembre scorso all’incontro nazionale sulla Carta di Livorno in relazione ai molteplici e complessi problemi della gestione del mare, in particolare nel santuario dei cetacei.

Oggi dovrebbe essere più chiaro che le aree protette del nostro paese hanno una occasione unica sul piano internazionale e nazionale per ripartire. Unica e irripetibile che non possiamo assolutamente permetterci di perdere come è già avvenuto altre volte anche nel recente passato.

L’EXPO, le nuove norme, programmi e progetti messi a punto dall’Unione Europea, dall’UICN, da Europarc devono poter contare sull’impegno rinnovato dei nostri parchi oggi azzoppati e penalizzati da troppi ritardi ed errori.

 

Gruppo di San Rossore