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Ruspe a San Rossore: insegnamenti e “soggetti smarriti” di una storia sbagliata

[7 luglio 2014]

Mentre le ruspe già svellono il suolo della Riserva di San Rossore e la biodiversità ricca e preziosa che esso racchiude, continua a consumarsi attorno alla vicenda della route nazionale Agesci del 6-10 agosto un dramma pubblico che qualcuno, a torto, insiste a considerare superfluo o caricaturale. Il duello attualmente in scena – ben simboleggiato dalla “disfida” tra Andrea Gennai e Franco Pedrotti del 18 giugno – è al contrario non solo estremamente serio ma è anche una spia eloquente di quanto sta avvenendo alle aree protette e, più in generale, alla protezione della natura in Italia. Renzo Moschini, assiduo notista di “Greenreport” e figura storica delle aree protette italiane, sembra non cogliere questa serietà e questo carattere emblematico e tanto nel suo articolo del 19 giugno quanto in quello del 2 luglio sembra voler ridurre la vicenda a un piccolo malinteso o a fastidioso folklore, al pari dell’altrettanto emblematica vicenda della legittimazione delle cave all’interno del Parco regionale delle Alpi Apuane. Moschini sembra attribuire rilevanza decisiva e forse persino esclusiva a un universo costituito principalmente da politici con incarichi di governo, amministratori e legislatori, armati di competenze e senso di responsabilità. Un mondo purtroppo che, da sempre piuttosto poco rarefatto nel nostro Paese, oggi sta diventando sostanzialmente immaginario. Ma questo richiamo di Moschini non fa appello soltanto a un universo pressoché fantasmatico. Esso mostra di non vedere bene i veri attori della vicenda di San Rossore, i soggetti in carne e ossa di questo conflitto, coi loro volti reali. Soggetti che in qualche caso sono “smarriti”, cioè ormai lontani dall’ispirazione che li dovrebbe guidare o che li ha guidati in altri fasi storiche. Dal dramma in scena in queste settimane, tre di questi soggetti “smarriti” si sono tenuti in realtà accuratamente a distanza, come se la cosa non li riguardasse. Regione Toscana, Agesci e presidenza dell’Ente Parco si sono infatti limitati a presentare trionfalmente la calata dei 32.000 come se non esistesse alcun problema, come se non fosse stato sollevato alcun problema. La Regione Toscana e il suo presidente che hanno voluto offrire un ecosistema raro e prezioso, oggetto di una storica battaglia di salvaguardia, come “location” spettacolare hanno ignorato totalmente avvertimenti scientifici, dissensi e pressanti domande di confronto. Come se la natura difesa in un parco regionale fosse non un bene collettivo ma una libera disponibilità dell’eletto di turno (un’interpretazione non molto lontana da questa è in effetti scappata di bocca al direttore del Parco nel confronto pubblico con il professor Pedrotti). Così facendo, Rossi e la Regione sono venuti meno, oserei dire per futili motivi, al loro ruolo di garanti della missione istituzionale delle aree protette regionali e del confronto collettivo sul loro uso e la loro gestione. Una deriva, questa, condivisa del resto da altre regioni italiane come ad esempio il Piemonte, che pure è stato sempre il laboratorio-guida delle aree protette regionali. Ecco, dunque, un primo “soggetto smarrito”. Il secondo “soggetto smarrito” è l’Agesci, la storica associazione degli scout e delle guide cattoliche italiane. Trentanove anni fa, a Torino, durante la prima route nazionale, migliaia di scout imbelviti cacciarono dal palco un esterrefatto Angelo Branduardi solo perché il suo spettacolo, “comperato” dai vertici associativi, costituiva una negazione del vero spirito scout, fatto di gratuità e di animazione autorganizzata. Altri tempi, certo: oggi i 32.000 scout coinvolti non stanno avendo neanche un minimo sentore della preoccupata e indignata opposizione che l’iniziativa, tenacemente voluta dai loro vertici con modalità così dannose, sta suscitando. E questo perché quegli stessi vertici sono ben guardati dall’informare e dall’avviare un confronto interno al riguardo. I 32.000 passeranno così quattro giorni in un ghetto chiuso al pubblico, nutriti di pasti in vassoi di alluminio portati in TIR da Bologna, sicuramente convinti in perfetta buona fede di essere a contatto con una natura sulla quale stanno avendo un impatto zero, il tutto con buona pace proprio del buon vecchio spirito scout. Durante lo svolgimento del dramma qualcuno ha pensato che i vertici dell’Agesci non fossero responsabili né complici consapevoli della scelta di tenere un evento così impattante nel cuore più prezioso del parco regionale. Così si è cercato attraverso diversi canali di spiegare loro, di indurre una riflessione e un ripensamento almeno in loro, in nome di quel rispetto della natura che è parte fondante dello spirito scout. Esito di questi tentativi di interlocuzione? Un silenzio tombale, a indicare come la logica della “location spettacolare a prescindere” non sia stata solo frutto di un’offerta particolarmente zelante, ma anche di una richiesta consapevole e convinta. Ecco dunque un secondo “soggetto smarrito”. Dal canto suo la presidenza dell’Ente Parco, l’organo politico, l’organo legalmente responsabile, l’organo cui alcune riforme della legge quadro del 1991 sulle aree protette vorrebbero attribuire poteri sempre maggiori, è del tutto scomparsa dall’orizzonte, come se fosse attualmente vacante. Un soggetto “chi l’ha visto?”, insomma, più che semplicemente “smarrito”. Col cerino in mano, a fronteggiare obiezioni e proteste amplissime che hanno presto raggiunto un’audience nazionale, è così rimasto il direttore del Parco, Andrea Gennai, appena arrivato e noto – quantomeno nella cerchia dei colleghi – per un profilo non solo di buon tecnico ma anche di appassionato protezionista. E l’emergenza tecnica, democratica e comunicativa l’ha fronteggiata con un piglio decisionista e con uno zelo degni di miglior causa, che non hanno fatto altro che alimentare sconcerto e indignazione. Con il risultato paradossale che i veri attori di una scelta ambientalmente scellerata e politicamente inqualificabile celebravano a Firenze i piccoli fasti mediatici dell’annuncio del migliore degli eventi possibili nella migliore “location spettacolare” possibile, mentre l’unico vero ambientalista dello schieramento si ritrovava, solo, a difendere contro una valanga di altri ambientalisti, con argomentazioni indifendibili e toni assai poco urbani, delle scelte non fatte da lui e che magari, in un altro contesto, lui stesso avrebbe accuratamente evitato di fare o persino cercato di contrastare. Un ulteriore “soggetto smarrito”, insomma, per quanto suo malgrado. Ritornando agli articoli di Renzo Moschini, colpisce come all’enfasi sull’importanza e la serietà proclamata delle sedi istituzionali (eletti, tecnici, legislatori) anche quando queste sono carenti oppure anche quando fanno (raramente, certo!) scelte sbagliate, faccia da contraltare una sottovalutazione dei soggetti collettivi che esprimono disagio, indignazione, critiche motivate e una pressante domanda di interlocuzione democratica. In modo lieve, quasi en passant, Moschini li indica come soggetti che si scaldano per questioni marginali (come appunto la route di San Rossore o l’avallo regionale all’industria del marmo dentro il parco delle Apuane) mentre “ben altre” sarebbero le sedi e le questioni realmente rilevanti. Un po’ come avviene ai classici beoti ai quali, indicata a dito la luna, insistono ingenuamente a concentrarsi sul dito. Qui, invece, c’è un punto veramente importante. Perché se parliamo di protezione della natura, anche e soprattutto nel senso complesso e straordinariamente moderno indicato nella legge quadro del 1991 sulle aree protette, è proprio tra queste persone che Moschini indica come ininfluenti e, certo, incolpevoli vittime di malintesi che noi ritroviamo gli unici soggetti che in queste vicende non si sono mai “smarriti”, che hanno cioè tenuto fede e continuano a tener fede alla vocazione che è loro propria. Quella di esprimere una domanda forte e alta di democrazia, di ambiente, di qualità della vita, di bellezza, di beni collettivi. In una parola, di civiltà. Questa cruciale domanda – ripeto: di democrazia, di ambiente, di qualità della vita, di bellezza, di beni collettivi – si nutre, come si è sempre nutrita, prima di ogni altra cosa di immagini forti, emblematiche, fosse solo il nido del gruccione lambito dalla ruspa dietro la chiesa della riserva di San Rossore. Solo in forma adeguatamente mediata questa domanda può nutrirsi a un livello più alto di leggi, proposte tecniche e alchimie di corridoio. Non cogliere il significato generale e il peso politico della rabbia e della commozione davanti alla ruspa che fa abbandonare i nidi vuol dire non capire da dove è nata – e da dove continuamente rinasce – la battaglia ambientalista e da dove vengono – e sono sempre venute, storicamente – tutte le realizzazioni concrete che oggi stiamo con tanta fatica difendendo. Senza capire questo non resta che l’ossequio quotidiano, triste e rassegnato, ai diktat dei cavatori di marmo, ai richiedenti e agli zelanti offerenti di “location spettacolari” e ai vari “riformatori” che vogliono “adeguare” le leggi ambientali allo spirito mercantile dei tempi. Di tutto questo, e di non meno di questo, parla la battaglia che infuria attorno alla route di San Rossore, col suo piccolo e “insignificante” gruccione costretto a sloggiare dalle ruspe. Far finta di nulla, cambiare discorso o riportare giudiziosamente ai vari “ben altro” comporta il rischio, per chi ha il desiderio o il compito istituzionale di tutelare il nostro ambiente, di diventare anch’esso un “soggetto smarrito”.

Foto di Alessandro Spinelli