Per salvare la biodiversità i limiti planetari non funzionano e sono scientificamente sbagliati

E’ più sensato e praticabile concentrarsi su come la perdita di biodiversità influisce sugli ecosistemi

[20 novembre 2017]

L’idea che gli impatti umani sulla biodiversità siano gestibili fintanto che li manteniamo entro i “confini planetari” – le soglie oltre le quali si verificherà un danno irrevocabile e diffuso – ha guadagnato aderenti negli ultimi anni, ma il nuovo studio “Planetary Boundaries for Biodiversity: Implausible Science, Pernicious Policies”  rivela che questa teoria, per essendo molto seducente, , «è profondamente viziata scientificamente e – peggio ancora – incoraggia politiche dannose». A scriverlo su  Trends in Ecology & Evolution sono tre dei principali ecologi del mondo:José Montoya  (Centre national de la recherche scientifique – Cnrs), Ian Donohue (Trinity College Dublin) Stuart Pimm, (Duke University) che propongono un approccio alternativo, basato su informazioni sempre più approfondite sulle connessioni tra la biodiversità e il funzionamento degli ecosistemi.

Secondo  Pimm , «La questione cruciale è come dovremmo gestire le azioni umane che danneggiano la biodiversità, Vogliamo davvero operare all’interno di  un  presupposto – come la nozione di un limite planetario per la biodiversità – che gli esseri umani possano  continuare con business as usual fintanto che gli impatti delle nostre azioni rimangono all’interno di un arbitrario “spazio operativo sicuro”?

Il concetto di confini planetari si basa sull’idea che ci siano almeno nove processi globali che regolano la resilienza e la stabilità della Terra, e che le azioni umane dopo la rivoluzione industriale siano  diventate il principale motore del cambiamento in ognuno di loro. Questi processi includono i cambiamenti climatici, l’uso del suolo, l’uso di acqua dolce, l’acidificazione degli oceani, i depositi di azoto, i depositi di fosforo, la riduzione dell’ozono, l’inquinamento chimico, il livello aerosol atmosferico, la perdita di biodiversità.«Mentre questa parte della nozione è “chiaramente vera” – dice Pimm – alcuni scienziati anno oltre e sostengono che quando gli impatti delle attività umane superano il limite di un sistema, o il tipping point, ci sarà un cambiamento ambientale precipitoso e irreversibile, che potrebbe minare Il funzionamento della terra e, in definitiva, la sopravvivenza umana. Questa idea è certamente non vera, almeno con la portata e l’ubiquità globale che i suoi inventori propongono. Ad esempio, il tordo beffeggiatore di Floreana conta attualmente meno di 150 individui. La sua estinzione sarebbe stata una tragedia, non ultimo perché era una delle quattro specie di tordi nelle Galapagos che dettero a Charles Darwin i primi indizi sull’evoluzione. Ma se si fosse estinto, non è chiaro come questo sfortunato evento avrebbe portato a massiccio collasso dell’ecosistema sul lato opposto del pianeta».

Pimm, Montoya e Donohue  sostengono che l’esempio del tordo di Floreana (Mimus trifasciatus) «sottolinea perché la perdita di biodiversità nel quadro dei limiti planetari sia priva di significato e controproducente».

Per Montoya, »La nozione di un limite planetario per la biodiversità non aggiunge nessuna  comprensione in più alla nostra comprensione delle minacce alla biodiversità e a come funzionano gli ecosistemi, non ci sono prove empiriche per sostenerla, è troppo vaga per essere utilizzata da chi gestisce la biodiversità e può promuovere politiche dannose. Oltre a questo quali parametri dovrebbero essere utilizzati per impostare la soglia planetaria delle perdite accettabili? L’idea originale era quella di usare i tassi di estinzione. Certamente, ci sarebbero delle conseguenze locali per la perdita di specie, ma perché ci dovfrebbe essere un precipitoso e globale collasso degli ecosistemi? Né la teoria né i dati empirici supportano alcuna soglia della biodiversità al di sotto della quale la funzione dell’ecosistema è compromessa. Di fronte a questi fatali difetti dell’idea originale, c’è stata una proliferazione di nuovi indici. Non aggiungono nessuna intuizione utile. Anche se fossimo in grado di stimare i numeri necessari, la definizione della soglia è del tutto arbitraria».

E Donohue  fa notare che oltre a questa ambiguità scientifica, «Ci sono acuti pericoli morali associati a questa visione del mondo sbagliata. Poiché non esiste una definizione operativa di cosa sia il nostro” spazio operativo sicuro , i policy maker e i manager delle risorse possono presumere che le specie e i loro habitat possano riprendersi da qualsiasi attività umana o sviluppo che sia entro i limiti, Peggio ancora, se suggeriamo che sia accaduta una catastrofe e le conseguenze non sono evidenti, allora come potranno i manager e i responsabili politici fidarsi della scienza che produciamo? Se il pianeta non sta ovviamente crollando intorno a noi, allora sicuramente, possiamo continuare a impoverirlo!»

Gli autori del nuovo studio o sostengono che «Un approccio più sensato e praticabile per stabilire questo tipo di limiti  è quello di concentrarsi su come la perdita di biodiversità influisce sugli aspetti chiave degli ecosistemi naturali della Terra».

Pimm aggiunge: «Ci sono prove crescenti che la perdita di biodiversità altera il rifornimento delle funzioni e della stabilità degli ecosistemi da cui dipendono molte specie, compresi gli esseri umani. Per determinare l’efficacia delle politiche ambientali, dovremmo concentrarci su questo, e non su un limite arbitrario e mal definito. L’attenzione deve essere data  su livelli e variabili appropriati che possiamo misurare operativamente e che si legano a pressanti problemi pratici. Per esempio, come possono il funzionamento degli ecosistemi e dei loro servizi associati agli esseri umani persistere di fronte ai cambiamenti climatici, in particolare quando le estinzioni locali riducono la resistenza della produttività dell’ecosistema agli estremi climatici? Questo è un esempio che illustra come il cambiamento dell’ecosistema sia graduale e inestricabilmente legato alla perdita di biodiversità».

Montoya.conclude: «Una buona politica significa che non abbiamo altra scelta se non quella di comprendere la complessità necessaria della natura negli ambienti che stiamo iniziando a svelare. Non è sufficiente solo riconoscere queste complessità. Abbiamo bisogno dei particolari: quali aspetti del cambiamento dell’ecosistema puntiamo a minimizzare, quali specie sono vitali per quali processi e come questi si collegano ai sistemi sociali ed economici umani».