Riceviamo e pubblichiamo

Scoiattolo grigio: quando l’animalismo è in malafede

[12 febbraio 2014]

Si è appreso in questi giorni che il TAR della Liguria avrebbe accolto la richiesta degli animalisti dell’Associazione Verdi Ambiente e Società – V.A.S, di  sospendere la cattura degli scoiattoli grigi nel parco di Genova Nervi. Per chi non lo sapesse (come forse tanti animalisti), lo scoiattolo grigio è una delle specie considerate “invasive” dal mondo scientifico e preservazionista. Lo scoiattolo grigio è di origine nordamericana e fu immesso accidentalmente nei parchi e nei boschi italiani del nord a partire dal 1948.

Questa specie sta però mettendo a rischio la sopravvivenza dell’autoctono scoiattolo rosso, tanto da indurre le stesse autorità e gli esperti di gestione faunistica a prendere delle misure per la sua eradicazione. E’ l’uomo il responsabile del caos biologico, si dirà; certo, ma è questo stesso uomo che dovrebbe, soprattutto nei casi gravi (quando appunto come in questo caso una specie alloctona mette a rischio la vita di una specie autoctona), rimediare con efficaci politiche di contenimento ed eradicazione. Negli scorsi anni si è tentato di procedere in questo senso, ma spesso a bloccare tutto ci hanno pensato… i soliti ricorsi degli animalisti. Uno dei motivi di questi ricorsi era la violenza dei metodi di eradicazione; si sa che lo scopo principale dell’animalismo è denunciare i maltrattamenti agli animali e questa prerogativa, se associata ad un atteggiamento collaborativo e non fondamentalista,  potrebbe anche essere comprensibile. Il problema è che, almeno in questo caso specifico del parco di Nervi, le misure intraprese per l’eradicazione degli scoiattoli grigi erano del tutto incruente, proprio perché prevedevano la cattura e la sterilizzazione. Ma evidentemente certi animalisti devono combattere le politiche di gestione della fauna per principio preso, ricorrendo a delle confuse teorie che dovrebbero giustificare ideologicamente la loro contrarietà… Queste teorie spesso prendono corpo nei comunicati degli animalisti e si riporta come esempio il testo di una petizione organizzata dalla LAV per sottolinearne la confusione che vi alberga: “si dice mettano [gli scoiattoli grigi] a rischio la sopravvivenza dello scoiattolo rosso perché in diretta competizione. Eppure tutte le teorie evoluzionistiche sostengono che se oggi siamo ciò che siamo, lo dobbiamo proprio alla competizione tra specie ed alla sopravvivenza di quelle maggiormente adattabili. Per una volta la permanenza di una specie sul territorio, non sarà messa a rischio dall’inquinamento, dalla distruzione dell’ambiente, dalla caccia sfrenata, ma da un naturale processo di adattamento all’ambiente (…) se oggi siamo ciò che siamo, lo dobbiamo proprio alla competizione tra specie ed alla sopravvivenza di quelle maggiormente adattabili”. Intanto non è proprio naturale la competizione tra lo scoiattolo grigio e lo scoiattolo rosso, semplicemente perché è stato l’uomo a portare in Europa lo scoiattolo grigio; se dovessimo considerare questo atto umano come naturale, allora dovrebbe essere naturale anche la distruzione operata a scapito delle altre specie dall’uomo, visto che secondo la LAV appunto, “se oggi siamo ciò che siamo, lo dobbiamo proprio alla competizione tra specie ed alla sopravvivenza di quelle maggiormente adattabili”. Sta di fatto che l’ambiente a cui si dovrebbero adattare le specie di cui parlano la LAV e altri animalisti è un ambiente che ha subito profonde trasformazioni da parte dell’uomo. E il senso dell’ambientalismo preservazionista sta proprio nel ripensare un nuovo equilibrio ambientale guardando alla “biodiversità potenziale”, ovvero a ciò che di naturalmente integro esiste ancora nel nostro paese. Lo scoiattolo rosso è un indicatore di questa biodiversità, e deve essere salvaguardato  non solo per il suo valore scientifico, ma anche “simbolico”; è un’immagine cioè, di ciò che ancora abbiamo ma che rischiamo di perdere irrimediabilmente, assieme a tante specie chiave e ai loro habitat originari: l’orso marsicano e le sue foreste, la lontra e i torrenti incontaminati, l’aquila reale e le pareti inviolate, il picchio rosso mezzano e i boschi dell’Appennino, la cicogna nera e gli ambienti indisturbati. In questo discorso sulla conservazione entrano in gioco oltre all’inquinamento e all’urbanizzazione, purtroppo per gli animalisti, anche le specie invasive e alloctone. Ma questi discorsi evidentemente interessano poco agli animalisti.

La vicenda del parco di Nervi ha dimostrato che, anche se sono state accolte le loro proposte “non-violente”, come le catture e le sterilizzazioni, gli animalisti hanno preferito seguire caparbiamente un metodo disfattista che rende anche evidenti le palesi contraddizioni che lo contraddistinguono. E’ curioso infatti che si faccia ricorso contro la proposta della sterilizzazione quando sono gli stessi animalisti di solito a porre la regola aurea della sterilizzazione sempre e comunque per i loro cani e i loro gatti (basti ricordare il manifesto della campagna degli “Animalisti Italiani” con un testimonial d’eccezione, l’ex pornoattore Rocco Siffredi)!  Dobbiamo allora giungere a questa conclusione: o gli animalisti sono dei disfattisti in malafede, o hanno idee molto confuse sull’ecologia… o tutte e due queste cose assieme.

di Saverio De Marco, vicepresidente Associazione Italiana Wilderness

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