Caso scout: San Rossore come Ponte Vecchio?

[22 aprile 2014]

I fatti sono noti, e anche i lettori e le lettrici di “Greenreport” ne sanno ormai qualcosa. In vista della sua terza route nazionale rover e scolte, all’Associazione guide e scout cattolici italiani (Agesci) è stato accordato il permesso di far campeggiare per quattro giorni ben 30.000 persone all’interno dei confini del Parco di San Rossore.

Per la precisione si afferma che “lungo il viale che da Cascine Vecchie porta a Cascine Nuove, si prevede l’arrivo di 30.000 ragazzi e ragazze  tra i 17 e i 21 anni che verranno ospitati in 10.000 tende, in 5 sottocampi di 6.000 posti ciascuno, con 2.000 adulti in un campo tende per la gestione delle attività della manifestazione, una piazza di 4.000 m2 con un presidio sanitario, due palchi (di 10 x 8 e di 6 x 4 m2), un magazzino per i generi alimentari, una segreteria, 1.400 servizi igienici chimici, 750 docce e 750 lavabi con rete di distribuzione idrica fornita dall’acquedotto comunale (405.00 litri all’ora), con scarichi nel bosco, un’area di 5 ettari con una tenso-pagoda per 500 persone, spazi espositivi coperti per mostre, biblioteca, cinema, stampa”.

Una vera e propria Woodstock, insomma, nel cuore di un’area protetta di importanza nazionale, dotata da anni di un regolamento turistico rigoroso e stringente, come giustamente deve essere ed è sempre in un parco regionale italiano.

Si può dire senza timore di smentita che una cosa del genere è, per il nostro paese, una novità assoluta, inaudita. Due precedenti iniziative analoghe, nel 1974 nel parco della Mandria di Torino e nel 1986 nella Piana di Pezza nel gruppo abruzzese del Velino-Sirente, si svolsero quando quelle due aree non erano ancora divenute aree protette. Successivamente, nessuno si è mai sognato di proporre una cosa del genere. E non a caso: come si è detto, in aree protette importanti – come lo sono i parchi regionali e i parchi nazionali in Italia secondo il dettato della legge quadro – i regolamenti turistici sono molto severi e tendono a diluire le presenze nello spazio e nel tempo e a renderle meno impattanti possibile. Le sanzioni per qualsiasi infrazione a tali regolamenti, come si è ricordato in questi giorni, sono pesanti e vengono fatte pochissime eccezioni, di portata minima e cercando di limitarne al massimo l’impatto.

Guardando dunque in prospettiva storica, l’autorizzazione accordata all’Agesci costituisce a tutti gli effetti un monstrum e non c’è dunque in alcun modo da stupirsi se studiosi e ambientalisti pisani hanno preso carta e penna e, sostenuti dalla crema delle scienze naturali e dell’ambientalismo nazionale (Franco Pedrotti, Fulco Pratesi, Giorgio Nebbia, Francesco Maria, Raimondo, Adriano Prosperi, Salvatore Settis, Marcello Buiatti) hanno chiesto di soprassedere e di scegliere un’altra collocazione per l’evento, magari sempre in ambito pisano. Ci si sarebbe dovuto stupire piuttosto del contrario.

Ora, quel che invece sorprende è il tono della risposta del direttore del Parco, Andrea Gennai, che pure è tecnico di ottima scuola e di rodata esperienza amministrativa. Tono che non fa presagire nulla di particolarmente buono. Per tre motivi.

Riferendosi ai firmatari dell’appello Gennai a un certo punto scrive: «chi dice  che i Parchi  non  son luoghi  per manifestazioni come queste temo non sappia quasi nulla delle strategie  di conservazione  e di educazione  ambientale».  Un’affermazione questa che, vista la caratura dei firmatari, alcuni dei quali padri riconosciuti del sistema delle aree protette italiane, ricorda molto, ma molto da vicino la polemica di Matteo Renzi contro i “professoroni”, cioè contro la crema del costituzionalismo italiano. E visto il decisionismo di Renzi, l’analogia non può che preoccupare.

In secondo luogo Gennai scrive che «è curioso che questi esperti abbiano già le idee chiare sul previsto impatto di tale Route, pur non avendo nemmeno visto il progetto». Quando si parla di 30.000 persone per quattro giorni all’interno dei confini di un’area protetta, e anzi in una delle sue zone cruciali, cosa mai vista nella storia delle aree protette italiane, cosa c’è da dire di più? Chi, appunto, sa qualcosa “delle strategie  di conservazione  e di educazione  ambientale” sa immediatamente che si tratta di un’iniziativa non solo da non promuovere, ma da vietare. Come normalmente – e giustamente – si vieta infinitamente meno. Ma questo fa presagire che il progetto sia il passepartout che giustifica l’ingiustificabile, come pure il parere della Conferenza  dei Servizi che, essendo costituita dai soggetti che hanno voluto e sostenuto l’iniziativa, non potrà che essere favorevole, a prescindere.

C’è infine un lungo passo nel quale Gennai rivendica la giustezza della scelta e ne anticipa quindi la necessaria approvazione, raccontando enfaticamente dei 30.000 che “andranno via dopo 4 giorni con il cuore gonfio  per la bellezza  di questi  posti e per le emozioni  vissute  grazie  a questa  natura,  che certo  saprà  sopportare questa  ‘invasione’”, e che si tramuteranno in “30.000  angeli  custodi  del nostro  Parco,  attenti  alla natura  anche  quando  andranno  negli  altri parchi”. Visioni su cui si potrebbe in ogni caso discutere a lungo.

Queste tre affermazioni lasciano insomma presagire già dal tono come andrà a finire. Cioè che in nome dell’ossequio a un’associazione che oltre che benemerita (il sottoscritto vi ha militato dieci anni e oltre a non esserne pentito la ritiene una delle esperienze più formative di tutta la sua vita) è espressione diretta di un potere intoccabile nel nostro Paese come quello della Chiesa Cattolica si passi direttamente dalla giusta logica “permessi zero” a 90.000 (30.000 x 3 notti) presenze tutte d’un colpo nel cuore dell’area protetta. Senza contare il capitolo ancora oscuro di cosa succederà con l’arrivo del Papa.

Al pari di Andrea Gennai, che pure – ripeto – stimo, mi viene da dire “vedremo cosa ne uscirà”, ma se il buongiorno si vede dal mattino, temo proprio che non ne uscirà nulla di buono.