Gli inaspettati risultati di una ricerca made in Usa

Se la vita dell’uomo si allunga, aumentano le specie in via d’estinzione

«Dobbiamo renderci conto che abbiamo un collegamento diretto con la natura»

[15 ottobre 2013]

«Con l’aumento della speranza di vita umana, aumenta anche la percentuale di uccelli e mammiferi invasivi e in via di estinzione». È questo l’inatteso aspetto dell’impatto antropico sulla biodiversità che è stato evidenziato dallo studio Social-Ecological Predictors of Global Invasions and Extinctions, pubblicato su Ecology and Society della The Resilience Alliance da Aron Lotz e Craig R. Allen, (rispettivamente dell’università di California-Davis e della Nebraska Cooperative Fish and Wildlife Research Unit).

Lo studio ha esaminato una combinazione di 15 variabili sociali ed ecologiche, dal turismo al prodotto interno lordo pro capite, dallo stress idrico alla stabilità politica; i ricercatori hanno poi analizzato le correlazioni di queste variabili con gli uccelli ed i mammiferi invasivi e in via di estinzione, che sono due indicatori di quel che il conservazionista Aldo Leopold ha definito “land sickness”.

La durata della vita umana viene raramente inclusa tra gli indici per esaminare l’impatto antropico sull’ambiente. Nello studio in questione, invece, emerge come un predittore chiave delle invasioni globali e delle estinzioni. Secondo Lotz, «Non è un pattern casuale. Tra tutti questi dati, questo fattore, l’aspettativa di vita umana,  è stato il fattore determinante per gli uccelli e i mammiferi in via di estinzione e invasivi».

Lo studio ha analizzato i dati provenienti da 100 Paesi, che rappresentano circa l’87% della popolazione mondiale, il 43% del Pil globale pro capite ed il 74% della superficie totale della Terra. Gli altri fattori presi in considerazione sono stati l’intensità agricola, le precipitazioni, la regolamentazione dei pesticidi, l’efficienza energetica, la protezione dal deserto, la latitudine, il rapporto export-import, la denutrizione, l’alfabetizzazione degli adulti, la partecipazione femminile al governo e la popolazione totale.

I risultati finali dell’analisi illustrano come la Nuova Zelanda, gli Stati Uniti e le Filippine abbiano tra le più alte percentuali di uccelli in via di estinzione ed invasivi. La Nuova Zelanda ha avuto la più alta percentuale di tutte le specie in via di estinzione e invasive insieme, in gran parte a causa della sua mancanza di mammiferi terrestri autoctoni. Lo studio sottolinea infatti che «Negli ultimi 700-800 anni, da quando il Paese è stato colonizzato, ha vissuto una massiccia invasione di specie non indigene, con una conseguente perdita catastrofica di biodiversità».

La Nuova Zelanda ha avuto la più alta percentuale (il 24%) di uccelli in via di estinzione – come il parrocchetto dalla fronte arancione e il Kakapo – seguita dalle Filippine (con l’11%), dagli Usa (9%) e da Giappone ed Indonesia (entrambi al 7%).

Tra i Paesi con la più alta percentuale di mammiferi in via di estinzione le prime tre sono isole: Cuba con il 31%, seguita dalla Repubblica Dominicana con il 29% e dallo Sri Lanka con il 26%. Al quarto posto c’è l’India con il 23%.

I Paesi africani hanno la più bassa percentuale di uccelli e mammiferi invasivi e in via di estinzione. «Questi Paesi hanno avuto ben poco del commercio internazionale, il che limita le opportunità di invasione biologica», dicono Lotz ed Allen-.

Se in un Paese aumenta il Pil pro capite, lo stesso avviene per la percentuale di uccelli e mammiferi invasivi. «Come in un Paese aumentano la biodiversità totale e la superficie totale, così fa la percentuale di uccelli in via di estinzione», dice lo studio, e la biodiversità in questo contesto non è una misura di salute ambientale, ma si riferisce al numero di specie in un’area.

Lotz evidenzia che «I risultati dello studio indicano la necessità di una migliore comprensione scientifica delle complesse interazioni tra gli esseri umani e il loro ambiente. Alcuni studi hanno questa visione che ci sia la fauna selvatica, e poi ci siamo noi. Ma noi siamo parte dell’ecosistema. Dobbiamo iniziare a mettere in relazione gli esseri umani con l’ambiente nella nostra ricerca e non lasciarli fuori dall’equazione. Dobbiamo renderci conto che abbiamo un collegamento diretto con la natura».

Quindi lo studio, pur mantenendo come rischi per la biodiversità la deforestazione, l’agricoltura intensiva ed il turismo di massa negli habitat sensibili, ritiene che potrebbe essere l’aumento della vita media umana “il fattore determinante” che avrebbe il maggiore impatto sulla sopravvivenza delle specie rare, con Australia, Indonesia, Usa e Filippine con il maggior numero di specie in via di estinzione.

I cambiamenti nella biodiversità causati dalle attività antropiche sono stati molto più vasti negli ultimi 50 anni che in tutta la storia umana precedente: il 52% delle cycas, il 32% degli anfibi, il 25% delle conifere, il 23% dei mammiferi e il 12% per cento delle specie di uccelli sono attualmente a rischio di estinzione.

Secondo l’United Nations Environment Programme, nel 2007 i tassi di estinzione erano tra 100 e 1.000 volte più alti rispetto al periodo precedente la comparsa dell’uomo sulla Terra.