Sobborghi selvaggi: nelle periferie delle città vivono più mammiferi di quanto crediamo

Una grande iniziativa di citizen science a Washington DC e nella North Carolina rivela una realtà sorprendente

[25 ottobre 2018]

Secondo Arielle Parsons, principale autrice delo studio “Mammal communities are larger and more diverse in moderately developed areas” pubblicato su eLIFE da un team di ricercatori statunitensi «contraddice le ipotesi secondo cui nelle aree urbanizzate  ci sono meno mammiferi e meno varietà nelle specie di mammiferi»

La Parsons, ricercatrice del North Carolina Museum of Natural Sciences e del Department of Forestry & Environmental Resources della North Carolina State University, spiega: «E’ una giungla là fuori in periferia, dove molti mammiferi selvatici prosperano vicino agli esseri umani».  Lo studio realizzato su vasta scala ha utilizzato le immagini scattate dalle foto-trappole gestite da centinaia di citizen scientists a Washington D.C. e a Raleigh, nella North Carolina.

Sia in North Carolina che a Washington DC sono state rilevate 17 specie di mammiferi. Ma nelle stesse aree vivono altre specie: a Washington DC sono stati censite 30 specie mammiferi, ma le foto-trappole e le telecamere non sono in grado di scovare toporagni e piccoli roditori, mentre pipistrelli e mammiferi acquatici come i castori semplicemente non sono stati fotografati. Ma i  ricercatori hanno immagini di tutti i mammiferi di medio e grossa taglia che potevano aspettarsi di trovare e in numero sorprendente.

La Parsons spiega ancora: «Abbiamo scoperto che non c’era una differenza significativa tra le popolazioni di mammiferi nelle aree suburbane e nelle aree selvatiche in termini di quante specie le utilizzavano e l’intensità con utilizzavano  quelle aree, il che per noi è stato molto sorprendente. Questo sembrerebbe indicare in particolare che per molti mammiferi l’impatto delle aree suburbane è meno grave di quanto pensassimo in precedenza e che forse c’è un certo livello di adattamento dei mammiferi agli esseri umani».

Infatti, contrariamente alle aspettative, le aree selvagge non avevano il maggior numero di mammiferi: «Le aree urbanizzate in realtà avevano un’occupazione di mammiferi significativamente più alta o statisticamente simile per abbondanza relativa, ricchezza e diversità rispetto alle aree selvagge – scrivono i ricercatori – La gilda dei mammiferi esistenti sfrutta tutti i livelli del gradiente urbano-selvatico e  nessuna specie è interamente relegata al gradiente selvatico».

Scienziati e citizen scientists  hanno collaborato per monitorare la fauna selvatica con foto-trappole e collocate in oltre 1.400 località lungo un continuum urbanizzato  basato sulla densità della popolazione: aree selvagge, rurali, extraurbane, suburbane o urbane. La loro analisi comprendeva aree con grandi foreste, piccoli frammenti forestali, aree aperte e quartieri residenziali.

I wildlife watchers  da giardino spesso avvistano quelli che la  Parsons chiama i “soliti sospetti” che sono abbondantemente presenti nelle immagini dello studio: cervi, procioni, scoiattoli grigi, opossum e occasionalmente volpi. Ma le foto-trappole hanno anche ripreso alcune specie sorprendenti. «Anche se i coyote sembrano preferire le zone rurali, sembra stiano lentamente infiltrandosi nelle regioni più popolate e li abbiamo individuati nelle aree suburbane di Raleigh e Washington – dice la Parsons – La scoperta davvero sorprendente è stata quella delle linci rosse nella periferia di Durham, nella Carolina del Nord, e in misura minore a Raleigh. E a Washington DC, in realtà avevamo alcuni orsi, non nelle aree suburbane, ma nel livello successivo, che è quello che chiamiamo exurban : tra il suburbano e rurale in termini di densità abitativa».

Mentre lo studio mostra l’adattabilità di alcune specie di mammiferi, altre sono definitivamente scomparse: «La regione che abbiamo osservato ha perso le più grandi specie di predatori a causa dell’attività umana e dell’urbanizzazione, il che è qualcosa che dobbiamo ricordare – sottolinea la Parsons – Questo studio dimostra l’importanza per l’habitat della conservazione delle aree verdi. Sappiamo che là fuori ci sono specie di mammiferi sensibili, specie rare che non avrebbero la capacità di adattarsi o sopravvivere se portassimo via loro quelle aree protette».

Lupi e puma sono scomparsi da entrambe le aree oggetto dello studio, le linci preferiscono comunque le aree più selvagge e gli orsi della North Carolina non sono stati rilevati affatto intorno a Raleigh. Ma, escluse queste specie, le comunità di mammiferi suburbane ed extraurbane erano numerose, più che nei territori selvaggi, un dato che i ricercatori attribuisco alla diversità degli habitat e al divieto di caccia nelle aree urbanizzate.

Ma al di fuori dei mammiferi, lo studio mostra una minore adattabilità delle altre specie: «Se parliamo di piante, uccelli, rettili, anfibi e pesci, molti studi hanno dimostrato che l’urbanizzazione ha un impatto molto negativo sull’abbondanza e sulla diversità – spiega ancora la Parsons – I mammiferi sembrano essere tra i migliori nel trattare con gli umani sul territorio, almeno quando sono protetti dalla caccia».

Un altro autore dello studio, Roland Kays, un biologo del North Carolina Museum of Natural Sciences e della North Carolina State University evidenzia che «Se dai ai mammiferi un po’ di protezione e un po’ di spazio per vagabondare, possono adattarsi e trovare un modo per guadagnarsi da vivere vicino alle persone. Per rivelare le vite nascoste degli animali, la ricerca ha sfruttato e la citizen science  su vasta scala. Le persone spesso parlano degli animali che vedono nei loro quartieri, ma questa è la prima volta che abbiamo la prospettiva della foto-trappola per confrontare realmente i siti selvatici con quelli suburbani, compresi gli animali notturni che la maggior parte della gente non vede».

 

I ricercatori invitano a non generalizzare in senso positivo le loro scoperte: due regioni metropolitane degli Usa orientali non possono rappresentare il  mondo. E’ necessario studiare più città in biomi diversi, e certamente molti ricercatori hanno descritto gli impatti negativi dell’urbanizzazione su particolari specie e comunità.

Tuttavia, se si tratta dei mammiferi suburbani di Washington DC e Raleigh, i ricercatori scrivono che «la resilienza di queste specie dà speranza per la fauna selvatica nell’Antropocene». E invece di utilizzare i loro risultati come una scusa per favorire la cementificazione e rinunciare a proteggere i luoghi selvaggi, sperano che «questa ricchezza suburbana ispirerà le persone a perseguire approcci animal-friendly dove avviene l’urbanizzazione».

La Parsons conclude: «Speriamo che il nostro studio possa aprire gli occhi degli abitanti delle periferie sulla fauna selvatica che vive intorno, Sembra che tutti condividiamo i nostri cortili con più fauna selvatica di quanto non sapessimo».