Sorpresa: il dingo è una specie distinta, sia dai cani che dai lupi

[3 aprile 2014]

Aveva ragione il naturalista tedesco Friedrich Meyer che nel lontanissimo 1793 capì che quel canide “giallo” australiano doveva essere qualcosa di diverso dai nostri cani domestici e lo chiamò Canis dingo. Infatti questa denominazione scientifica è stata resuscitata dal team di ricercatori australiani  che, pubblicando sul Journal of Zoology  lo studio “An updated description of the Australian dingo (Canis dingo Meyer, 1793)” rivela che ci eravamo sbagliati e che Meyer ci aveva visto giusto.

Gli scienziati australiani sottolineano che «Una buona comprensione della tassonomia delle specie minacciate è essenziale per stabilire le priorità di conservazione e lo sviluppo di strategie di gestione. L’ibridazione è una minaccia per la conservazione delle specie perché compromette l’integrità di linee evolutive uniche e può compromettere la capacità dei managers della conservazione di individuare taxa minacciati e di raggiungere gli obiettivi di conservazione».

Il dingo, che è più grande predatore terrestre australiano, riassume in sé entrambi i problemi: «E’ un taxon controverso ed è  minacciato dall’ibridazione – si legge sul Journal of Zoology – Dal loro arrivo <5000 yBP (anni prima del presente) i dingo sono state oggetto di isolamento, portandoli a diventare un canide unico. Tuttavia, lo stato tassonomico gli dei dingo è offuscato dall’ibridazione con moderni cani addomesticati e dalla confusione su come distinguere i dingo “puri” dagli ibridi dingo-cane». Questa confusione esiste perché non ci sono descrizioni o esemplari originali con i quali confrontare le identità dei presunti ibridi e dingo “puri”.  I ricercatori australiani evidenziano che «I metodi attuali per classificare i dingo hanno scarse abilità discriminatorie perché la variazione naturale all’interno dingo è compresa male, e non si sa se ​​l’ibridazione possa aver alterato il genoma dei campioni di riferimento post XIX secolo».

Lo studio fornisce una descrizione dei dingo basata su campioni pre XX secolo «Che è improbabile che siano stati influenzati da ibridazione». Ne è venuto fuori che il dingo differisce dal cane domestico  sia per la larghezza del palato  che per la dimensione ed alcune caratteristiche del cranio. Inoltre i ricercatori scrivono che «Un campione di pelli di dingo del XIX secolo che abbiamo esaminato suggerisce che vi c’era  una notevole variabilità nel colore del dingo e comprendeva varie combinazioni di giallo, bianco, zenzero e variazioni scure dal marrone chiaro al nero». Quindi, per se la variabilità nei dingo attuali è molta, lo studio «Pone dei limiti morfologici su ciò che può essere considerato un dingo».

Insomma, confusione o meno il dingo  non  può più essere chiamato Canis lupus dingo perché è una specie distinta e viene così confermata anche l’intuizione scientifica di Meyer, che si era basato su un semplice disegno e sulla descrizione fatta su una a rivista dal primo governatore dell’Australia, Arthur Phillip, senza fare riferimento a un campione fisico.

Per trovare un esemplare di un dingo che non si fosse incrociato con cani domestici, i ricercatori hanno cercato  nelle collezioni museali in Europa, Australia e America, che contenevano esemplari pre XIX secolo, compresi  resti i provenienti da siti archeologici. Hanno esaminato 69 campioni di crani e 6  campioni di pelle per creare una descrizione di riferimento dei dingo. Le caratteristiche fisiche che definiscono l’animale sono risultate: testa ampia con un muso lungo, orecchie dritte e coda folta.

Il principale autore dello studio, Mathew Samuel Crowther della School of Biological Sciences dell’università di  Sydney, sottolinea che «Ora tutti i  canidi selvatici  –  dingo, cane, o ibridi dei due – possono essere giudicati rispetto a  tale classificazione»  e Mike Letnic, del Centre for Ecosystem Science, School of Biological, Earth and Environmental Sciences dell’università del New South Wales, aggiunge: «Possiamo anche definitivamente dire che il dingo è un canide selvatico  caratteristico dell’Australia e  o membro della famiglia dei cani a sé stante, separato dai cani e dai lupi. La classificazione scientifica appropriata è Canis dingo, dato che sembrano non discendere dai lupi, sono distinti da cani e non sono una sottospecie. A molti australiani piace pensare che i dingo siano sempre di colore giallo e che gli animali con qualsiasi altra colorazione non siano dingo. Questo è falso. Una delle nostre intuizioni è che il colore del mantello non definisce un animale come dingo, cane o ibrido. Abbiamo scoperto che i dingo possono essere marrone chiaro, scuro, nero e marrone, bianco, o possono avere la colorazione “sable” tipica dei cani pastore tedesco».

I dingo in Australia hanno un ruolo importante nella conservazione dell’equilibrio ecologico, dato che questi grandi predatori si cibano di specie come canguri, wallaby e volpi rosse invasive. Una migliore comprensione della consistenza delle popolazioni di dingo, basandosi sulla chiara identificazione che emerge da questo studio, migliorerà la comprensione del loro ruolo nella biodiversità.

Crowther conclude: «Distinguere i dingo dai loro ibridi (incroci) con i cani selvatici è una preoccupazione pratica. Le attuali politiche in alcune parti dell’Australia sostengono la conservazione del dingo, ma lo sterminio di “dingo-cani”, che sono considerati un nocivo importante perché uccidono il bestiame. I dingo sono stati introdotti in Australia intorno a 3 – 5.000 anni fa, con evidenze genetiche che suggeriscono che provenivano da cani domestici dell’Asia orientale. Sono allevati in isolamento fino all’arrivo di cani domestici, dopo insediamento degli europei.  Il che ha reso problematico distinguere i dingo dai cani, dato che i test del DNA e le analisi della loro struttura fisica si basavano su dingo la cui ascendenza non era nota. erano o animali in cattività o animali selvatici di incerta discendenza».

Ora lo studio australiano mette fine alla discussione: il dingo è una specie a parte di canide, un predatore essenziale ed unico, che come tale va difeso.