Specie invasive: l’aumento del negazionismo preoccupa gli scienziati

Il negazionismo infonde un dubbio che impedisce di prevenire nuove invasioni o di controllare quelle esistenti

[15 novembre 2017]

Sui social media, giornali e persino sulle  riviste scientifiche  stanno aumentando dichiarazioni e articoli che negano i rischi per l’ambiente delle specie invasive e che, spesso partendo da un punto di vista etico, negano la base scientifica- biologica dei progetti di eradicazione  e li definiscono “parziali”. Un tema affrontato da Antony  Ricciardi e Rachel  Ryan, del Redpath Museum della McGill University, nello studio “The exponential growth of invasive species denialism” pubblicato su Biological Invasions  e Ricciardi, che insegna alla School of environment della  McGill, spiega su The McGill Tribune che «L’invasione può essere definita come un organismo che viene spostato in un luogo nel quale  non ha una storia evolutiva e nel quale stabilisce una popolazione autosufficiente e riproduttiva».

Nello studio pubblicato a settembre i due ricercatori canadesi hanno esaminato 77 articoli che promuovevano il negazionismo delle specie invasive e  che secondo loro hanno «ignorato o negato i fatti scientifici». Lo studio ha inoltre riscontrato «un aumento esponenziale del numero di questi articoli pubblicati dal 1990 al 2015».

Secondo Ricciardi, «In generale, il negazionismo scientifico è l’infondato rigetto del consenso scientifico. Il negazionismo delle specie invasive delegittima le scoperte e la credibilità dei ricercatori, in modo simile al negazionismo che riguarda la scienza del clima e la scienza medica. Esiste un consenso scientifico sul fatto che le introduzioni di specie non autoctone pongono rischi significativi […] per la biodiversità e gli ecosistemi. Questo non significa che gli scienziati pensino che ogni specie introdotta sarà dirompente, o anche che la maggior parte potrebbe avere impatti indesiderabili».

Infatti, mentre alcune specie aliene non hanno forti impatti, alcune. Come la cozza zebrata (Dreissena polymorpha) o il tarlo asiatico del fusto (Anoplophora glabripennis) hanno effetti devastanti sugli habitat nei quali sono state introdotte.  I ricercatori canadesi sottolineano che «Sono necessarie ulteriori ricerche per migliorare la valutazione del rischio, poiché le specie invasive sono in grado di alterare la biodiversità, gli ecosistemi e le risorse naturali, fino al punto di avere impatti a livello sociale».

Nell’intervista a The McGill Tribune il giornale degli studenti dell’università canadese, Ricciardi ricorda che «Un importante obiettivo della ricerca è determinare quali specie avranno impatti indesiderati Quando sento delle persone [di solito non scienziati] che dicono che gli impatti delle invasioni sono stati esagerati, o non ci si può fidare di questi scienziati perché vogliono solo ottenere più denaro per le sovvenzioni […] è oltraggioso come quando uno scienziato climatico si sente dire che farebbe parte di una sorta di cospirazione politicamente motivata».

Ricciardi ha evidenziato diversi fattori che potrebbero contribuire a questo aumento del negazionismo delle specie invasive, compresa l’opposizione ad una maggiore regolamentazione del commercio deliberato di organismi vivi  per mercati come quelli alimentare e dell’industria degli animali da compagnia. «C’è una quantità enorme di materiale genetico che si muove attorno al pianeta […] e c’è resistenza alla regolamentazione perché può impedire i profitti per il businesses».

Un’altra motivazione per questo negazionismo è la crescente sfiducia nelle istituzioni scientifiche. Secondo Ricciardi, «questo è caratteristico dell’era della post-verità, nella quale l’opinione pubblica è più scettica nei confronti dell’autorità che sfida le visioni del mondo delle persone. Inoltre, alcuni professionisti ritengono di poter aumentare la propria visibilità essendo contrari. Alcune riviste accademiche, incluse quelle prestigiose come Nature , pubblicano articoli di opinione che non includono necessariamente dati». Ricciardi cita anche libri negazionisti come Where Do Camels Belong?  e The New Wild.

The McGill Tribune ipotizza che «Forse la motivazione più importante per questo aumento del negazionismo delle specie invasive è l’esistenza di percezioni conflittuali della natura. Il contrarianismo dei negazionisti non è scientifico, ma piuttosto retorico. La platea dei negazionisti va dagli stakeholders  della pesca ai filosofi e agli attivisti per i diritti degli animali. Mentre questi critici si concentrano sugli individui, non riescono a riconoscere l’importanza delle specie. Alcuni sono addirittura arrivati ​​a dire che gli ecologisti delle specie invasive sono xenofobi».

Ricciardi ha sottolineato che «C’è un ampio dibattito scientifico sull’ecologia, ma un vero dibattito scientifico coinvolge fatti e prove. Non sto certo sostenendo che invochiamo il termine ‘negazionismo’ per bandire gli argomenti, ma le critiche scientifiche dovrebbero essere fatte in un forum scientifico dove vengono valutate attraverso la peer review. I Contrarians devono essere sfidati quando dicono cose che non sono scientifiche o che non hanno basi scientifiche o [quando] interpretano male le prove scientifiche».

Nell’editoriale “Canada should embrace invasive species” pubblicato ad agosto  dal giornale online canadese Maclean’s si affermava che «il Canada dovrebbe accogliere le specie invasive», ma Ricciardi fa notare che l’articolo non forniva prove scientifiche e dice che «Questo è un primo esempio del numero crescente di articoli di giornali che attaccano la scienza, ma non devono passare attraverso lo stesso scrutinio che il processo di peer review previsto per i documenti scientifici prima che vengano pubblicati.

Il negazionismo infonde un dubbio che impedisce agli sforzi di gestione per prevenire nuove invasioni o controllare quelle dannose esistenti. Proprio come gli scienziati climatici hanno iniziato a parlare apertamente contro il negazionismo climatico, gli ecologi devono fare lo stesso quando la loro scienza viene messa sotto attacco nella stampa popolare».

Ricciardi conclude invitando gli scienziati a contrattaccare: «Con il negazionismo delle specie invasive in aumento, i biologi dell’invasione devono trasmettere le loro scoperte al grande pubblico. Altrimenti, l’incapacità di farlo significherebbe una gestione meno efficace delle specie invasive, che è sempre più  rilevante in settori come la biosicurezza, la conservazione e la gestione degli ecosistemi».