Spezzatino dello Stelvio: come la cattiva politica estingue un Parco nazionale

[14 gennaio 2015]

Il decreto che dovrebbe sancire il declassamento del Parco Nazionale dello Stelvio  da area protetta di rilevanza sovranazionale a patchwork di istituti di gestione locali è già pronto, anche se non è ancora definitivamente approvato dalla commissione paritetica tra Stato e Autonomie Speciali. Per questo Legambiente ha scritto al ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti, ai presidenti delle province autonome di Bolzano e Trento e al presidente della regione Lombardia per chiedere loro di cambiare rotta sulla gestione del Parco nazionale dello Stelvio.

Gli ambientalisti chiedono a Galletti, Kompatscher, Rossi e Maroni di destinare i loro sforzi istituzionali non più allo smantellamento del parco ma «alla costruzione di un processo di sviluppo territoriale che affianchi all’attività di un ente parco, unitario ma snello ed efficace nella tutela, una fondazione o un ente di sviluppo in grado di amministrare risorse pubbliche e private per attivare progetti vincolati allo sviluppo del territorio attraverso la cooperazione e il partenariato istituzionale tra i diversi versanti del Parco Nazionale».

Ormai da 4 anni il Parco dello Stelvio, il più grande parco nazionale alpino, è destinato dell’estinzione. «Da un lato le Province Autonome di Trento e Bolzano ne reclamano la spartizione per ambiti provinciali così da potervi liberalizzare la caccia – spiegano al Cigno Verde –  dall’altro la Lombardia è del tutto disinteressata alla porzione che ricade sotto la propria giurisdizione. La passata gestione unitaria, affidata a un consorzio con Regione Lombardia e Ministero dell’Ambiente, è risultata inconcludente e fallimentare, come sostengono a ragione le Province Autonome».

Non si tratta certo di un limpido esempio della vantata efficienza padana o trentina e tanto meno di rigore sudtirolese, ma secondo Legambiente la soluzione prospettata è peggiore della situazione attuale, frutto comunque di accordi politici non sempre limpidi. .

Il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, nella lettera inviata a Province e Regione scrive: «E’ nell’interesse di tutti, e non solo degli ambientalisti, che il Parco Nazionale smetta di essere un consorzio paralizzato per trasformarsi in realtà viva, capace di attrarre turismo, investimenti, progettualità; per questo è ora di uscire da 80 anni di parco tra separati in casa, e di scoprire tutti insieme quali potenzialità possono essere offerte da un partenariato capace di andare oltre i confini amministrativi, per far sì che lo Stelvio diventi un parco d’eccellenza in un territorio d’eccellenza. Una riforma della governance dovrebbe richiedere una semplificazione: un solo ente, come per tutti gli altri Parchi, che sviluppi e coordini le attività di ricerca scientifica e monitoraggio, vigilanza, regolamentazione e pianificazione. Invece, nella soluzione prospettata dalle Province Autonome, restano le tre sedi, con la conseguente proliferazione di centri di spesa e di poltrone, ma ciascuna delle quali rispondente esclusivamente all’ente Regionale della Lombardia o delle Province di Trento e Bolzano. Una non-soluzione che serve solo ad aumentare la discrezionalità nell’esercizio della tutela».

Con la sua proposta il Cigno Verde affronta di petto le difficoltà che – per 80 anni –  hanno impedito al parco, di affermarsi come modello virtuoso di gestione del territorio: la mancanza di comunicazione tra le valli del parco. «Separate da severi confini amministrativi e geografici, le popolazioni che vivono a ridosso o dentro il parco non hanno mai avuto occasione di condividerne e svilupparne il progetto – dicono gli ambientalisti –  non si sono mai realmente trasformate in una “comunità del parco” e, di conseguenza, non hanno mai nemmeno beneficiato dell’opportunità rappresentata dalla presenza del Parco Nazionale».

Per Cogliati Dezza, «Ciò che è mancato finora è stato un programma di sviluppo impostato sulla coesione territoriale, ed è su questo che sfidiamo gli amministratori regionali e provinciali a misurarsi, nell’interesse delle comunità locali. Si tratta di abbandonare la morsa sull’ente di gestione, e di concentrarsi invece sullo sviluppo territoriale, utilizzando risorse che sono disponibili ma vanno ben impiegate: da un lato infatti ci sono i fondi garantiti per le aree di confine dalle Province Autonome, che si dicono disposte a metterli a disposizione del Parco Nazionale; dall’altro lato c’è il Piano d’Area dell’Alta Valtellina, che Regione Lombardia ha sviluppato, ma mai implementato, nei comuni lombardi del Parco Nazionale. Si tratta di usare queste risorse, oltre ai trasferimenti del Governo per il funzionamento dell’ente, non come moneta di consenso, bensì per amministrare un fondo unitario, per metterle a disposizione degli enti locali attraverso bandi che riconoscano come requisito fondamentale il partenariato tra comuni delle diverse valli del parco. Tra Lombardia, Trentino e Alto Adige potrebbe così sorgere, all’ombra del Parco Nazionale, un’area di cooperazione in cui comuni delle Alte Valli venostane, solandre, valtellinesi e camune lavorino finalmente insieme per sviluppare progetti e servizi nel turismo, in agricoltura, nella valorizzazione e marketing di prodotti, nei servizi per la mobilità, nelle infrastrutture montane e nella manutenzione del territorio. In sostanza, la proposta è quella di affiancare all’ente parco unitario una fondazione od altro soggetto, la cui  missione esclusiva sia quella di alimentare lo sviluppo delle vocazioni di questo spazio alpino, affinché possa pienamente esprimere le prerogative che visitatori e residenti si aspettano dalla prossimità del parco nazionale, e lo faccia utilizzando le potenzialità progettuali che discendono dall’attivazione di partenariati».