Un nuovo studio fa a pezzi la teoria neutrale della biodiversità

Forti le implicazioni pratiche sulla gestione delle Aree marine protette

[30 maggio 2014]

Un team internazionale di ricercatori, del quale fa parte anche Lisandro Benedetti-Cecchi del dipartimento di Biologia dell’università di Pisa, ha pubblicato su Pnas i risultati dello studio “Commonness and rarity in the marine biosphere”, liquidando la “teoria neutrale della biodiversità”, con forti implicazioni anche su come vengono gestite le Aree marine protette (Amp).

Il principale autore dello studio, l’australiano Sean Connolly dell’ARC Centre of Excellence for Coral Reef Studies (Coral CoE) della James Cook University (Jcu), afferma che i risultati ottenuti «rovesciano la teoria utilizzata a lungo impiegando un nuovo metodo matematico. E’ il più grande studio del suo genere, coprendo una vasto range di ecosistemi marini sulla Terra. Lo scopo della teoria neutrale della biodiversità è quello di spiegare le relative abbondanze delle specie all’interno degli ecosistemi. Tuttavia, la teoria ha un difetto importante: non riesce a cogliere l’importanza che hanno le specie altamente abbondanti che dominano le comunità marine».

La teoria che ha guidato la ricerca sulla biodiversità nel decennio passato è stata spesso utilizzata come strumento per la salvaguardia delle specie e per la gestione delle aree protette, ma Connolly spiega che «spesso le specie abbondanti offrono notevoli vantaggi agli ecosistemi, quali la fornitura di habitat per i pesci, o mantenimento delle barriere coralline pulite dalle alghe. Queste specie hanno caratteristiche uniche che permettono loro di essere così abbondanti e di svolgere questi ruoli essenziali. Ma quando la teoria neutrale sottende la conservazione marina, le specie vengono trattate come barattabili. Così, la teoria implica che se si perde una specie davvero abbondante, successivamente un’altra può semplicemente prendendo il suo posto, aumentando il numero dei propri elementi».

Secondo la teoria neutrale della biodiversità, le specie diventano comuni o rare come conseguenza di processi casuali: la presa senza casuale di un predatore che fa strage di una popolazione, la dispersione della prole che viene trasportata in un’area inadatta alla sopravvivenza del fondo marino, etc. Il nuovo studio dei ricercatori sembra dimostrare invece che «questi processi casuali non sono abbastanza forti per spiegare le grandi differenze tra le specie comuni e rare».

Connolly fa l’esempio delle barriere coralline dei Caraibi: «Fino agli anni ’70 questi reefs sono stati dominati da due specie, parenti strette dei coralli ramificati che dominano le scogliere della Grande barriera corallina. Quando queste specie erano quasi scomparse come conseguenza della pesca eccessiva e di altre forme di degrado del reef, nessun’altra specie di coralli è aumentata per colmare il gap».

E Julian Caley, dell’Australian Institute of Marine Studies, ribadisce: «quelle specie avevano caratteristiche particolari, che le avevano rese così abbondanti e quindi fondamentali per un sistema di barriera sano e funzionante. Sia i teorici che i responsabili della conservazione della biodiversità devono stare attenti a queste caratteristiche, perché spesso sono le specie più comuni – e non quelle rare – che sono più importanti per gli ecosistemi in buona salute. I risultati di questo studio sono anche senza precedenti per la loro notevole consistenza, tramite l’osservazione di un’ampia gamma di sistemi ecologici molto differenti lungo tutti gli oceani del mondo».

Infatti lo studio ha esaminato 14 diversi ecosistemi marini e campionato 1.185 località in tutto il mondo, con dati che vanno dalle regioni polari a quelle tropicali, dalle profondità marine  agli ambienti poco profondi delle barriere coralline e alle zone intertidali. Lo studio comprende inoltre vertebrati e di invertebrati, dal plancton ai bivalvi, fino ai pesci della barriera corallina.

Per ribaltare la teoria neutrale della biodiversità, lo studio ha utilizzato un metodo matematico che identifica le previsioni comuni dei diversi modelli che formano la teoria; tali previsioni sono state poi state testate su questa vasta gamma di ecosistemi marini e ne sono uscite malconce. La conclusione dei ricercatori, dunque, è netta: «Questi risultati evidenziano la necessità di una teoria della biodiversità nella quale le differenze ecologiche tra le specie, come le differenze di nicchia e demografiche “trade-off”, giocano un ruolo centrale».