Sul ruolo della politica per l’ambiente, un dibattito da allargare

[14 ottobre 2013]

Le polemiche che da tempo accompagnano le politiche ambientali e  del governo del territorio nel loro complesso  con particolare riguardo al paesaggio, al regime del suolo e alla sua insicurezza, alla natura a terra come a mare, investono il sistema istituzionale dallo Stato alle regioni fino agli enti locali.

Qui non c’è scaricabarile che tenga, perché l’accresciuta e per molti versi paralizzante conflittualità costituzionale tra Stato, regioni ed enti locali conferma soltanto che anche alcune delle leggi più  importanti dal suolo al mare alla natura sono rimaste impigliate in quella mancata collaborazione istituzionale che doveva essere ‘leale’ ma che  non c’è stata e continua a non esserci, avendo lasciato il posto a contenziosi senza fine che hanno fatto emergere sempre più la scarsa consapevolezza e anche non poca incompetenza a tutti i livelli.

Limiti insomma della politica e dei suoi maggiori titolarim ossia i partiti e le forze politiche. Gli esempi che si possono fare sono così tanti che vi è solo l’imbarazzo della scelta. Ciò vale naturalmente sia sul piano nazionale che regionale. Ne prendo tra i tanti uno di cui sta discutendo in questi giorni il Senato,  che più e meglio di altri forse si presta alla bisogna. Mi riferisco alla discussione in corso sulla legge che modifica la 394 sui parchi e le aree protette. Non entro qui nel merito di cui anche noi ci siamo già occupati criticamente e a cui abbiamo dedicato anche riflessioni approfondite e documentate di autorevoli esperti su un Quaderno del Gruppo di San Rossore in uscita.

Intendo invece annotare e sottolineare un aspetto che finora non mi pare sia stato colto in tutta la sua portata e significato, e cioè chi e come se ne sta discutendo in questo momento.

Le notizie che circolano, peraltro tra pochissimi addetti ai lavori, ci dicono che sono soprattutto le associazioni ambientaliste – anche in polemica tra di loro – a farsi sentire e valere. Silenzio pressoché totale invece delle regioni, idem degli enti locali. Ma soprattutto buio pesto da parte dei partiti i cui parlamentari peraltro stanno discutendo appunto la legge. Non vi è traccia infatti di  documenti degni di questo nome ne parlamentari né di partito, non meno rari gli incontri o i seminari specifici da cui si possa capire da quali valutazioni e motivazioni politiche si siano prese le mosse per ritenere urgente una manutenzione tanto  rilevante ma anche così fuorviante di una legge che di buoni risultati ne ha sicuramente dati. Bisogna subito aggiungere che non molto diversa è la situazione in altri ambiti pur importanti per il governo del territorio.

Chiunque metta a confronto la situazione  di oggi alla stagione o stagioni passate non faticherà, specie se ha avuto modo di parteciparvi, a cogliere la profonda e allarmante differenza che non sembra interessare, e soprattutto preoccupare, quasi nessuno.

La vicenda dei parchi ma anche altre vicende ambientali, sia nella fase di approvazione delle  leggi che ne regolano la istituzione e gestione specialmente nella fase di attuazione e avvio, è stata segnata innegabilmente da una attiva  presenza dell’associazionismo ambientalista ma ancor più e per la prima volta dalla politica e dai politici.

Per la prima volta infatti anche chi aveva avuto responsabilità in Parlamento ma anche negli enti locali e poi nelle regioni ha dovuto misurarsi con nuove ‘materie’ e culture. I partiti e le istituzioni hanno dovuto provvedere a mettere in campo una nuova leva di amministratori non di ‘tecnici’. I partiti dovettero confrontarsi anche con le associazioni ambientaliste e viceversa; ricordo quando Fulco Pratesi – ma non era il solo – considerava i comuni e le province una lobby da cui era bene guardarsi rispetto alla gestione delle aree protette o anche che l’agricoltura era meglio liquidarla nei parchi a vantaggio dell’ambiente. Ricordo soprattutto cosa questo significò nelle regioni e anche negli enti locali coinvolti nei territori protetti.

Di tutto questo oggi praticamente non è restata traccia o quasi.

E mi riferisco anche a regioni come la Toscana, che di tracce ben visibili e non soltanto normative ne ha lasciate e non poche. Vedi la discussione in questo momento sulla legge regionale del governo del territorio e in particolare quella relativa ai parchi e alle protette che restano – bene che vada – circoscritte a pochi addetti ai lavori pur coincidendo con il dibattito nazionale prima richiamato.

Tanto più grave appare questa persistente latitanza nel momento in cui dopo anni di silenzi e interventi burocratici di malgoverno ministeriale con il ministro Orlando le cose hanno ripreso a muoversi nel verso giusto. Ecco perché la campana suona per le forze politiche e specialmente per il Pd, impegnato in un congresso che dovrà finalmente dire con chiarezza dove si vuole andare.

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