Sulla Terra sono rimaste solo due grandi foreste: Amazzonia e Congo

La maggior parte delle foreste sono frammentate da strade, insediamenti e miniere

[27 marzo 2015]

Un nuovo studio, “Habitat fragmentation and its lasting impact on Earth’s ecosystems”, pubblicati su Science Advances da un folto team internazionale di ricercatori, dimostra quanto l’umanità abbia adattato le foreste alla nostra occupazione del pianeta, a scapito del resto del mondo naturale. Inoltre i risultati dello studio forniscono dati a lungo termine su come gli ecosistemi e le specie reagiscono nel tempo alla perdita di habitat ed alla frammentazione. La tendenza è tipicamente negativo.

Il principale autore dello studio Nick M. Haddad, un biologo della North Carolina State University, ha detto a ThinkProgress: «In ogni esperimento c’è una perdita consistente di specie – uccelli, farfalle, piante – e questi esperimenti variano ampiamente, ma tutti puntano verso il basso. Sono scioccato per i risultati di questo studio su quanto abbiamo affettato e fatto a cubetti gli ecosistemi forestali lungo lo sviluppo umano, che comprende di tutto, dalla costruzione ferrovie al tagliare alberi per i terreni coltivati. Mi aspettavo di vedere più foreste remote e più deserte».

Mettendo insieme numerosi studi sulla frammentazione degli Habitat realizzati negli ultimi 35 anni, Haddad e il suo team  hanno scoperto che sulla terra rimangono ormai solo due “grandi macchie” di foresta: l’Amazzonia brasiliana  e il bacino del Congo; circa il 70% della restante copertura forestale mondiale è a un tiro di schioppo da insediamenti ed infrastrutture umane: un chilometro.

Haddad  ha spiegato: «Se si somma tutto, se vi trovate in ​​qualsiasi foresta in qualsiasi parte del mondo, c’è una possibilità su cinque possibilità che siate nel raggio di 100 metri – la lunghezza di un campo di calcio – della fine del bosco. E ci sono tre quarti di possibilità che vi troviate ad un chilometro di distanza. Il che è come pochi isolati di una città, posso vedere più lontano della finestra del mio ufficio».

Lo studio ha anche rilevato che la frammentazione dell’habitat riduce la biodiversità dal 13 al 75% ed altera il funzionamento degli ecosistemi rovinando i cicli dei nutrienti, con effetti più gravi nelle arre frammentate più piccole ed isolate.

Haddad sottolinea anche un altro aspetto molto preoccupante: «Anche diversi decenni dopo che è avvenuta la frammentazione, l’impatto a livello ecologico continua e noi non sappiamo in definitiva quali saranno gli effetti della perdita di habitat e della frammentazione».

Lo studio ha attuato un approccio prudente nel quantificare l’impatto antropico, concentrandosi solo sulla frammentazione degli habitat da parte di strade, agricoltura ed altre infrastrutture, gli autori hanno volutamente ignorato altri impatti negativi che stanno sopportando le foreste, come il cambiamento climatico, la deposizione di nutrienti e le specie invasive. Haddad ammette che «Nei territori reali, stanno avvenendo molti altri cambiamenti. Il cambiamento climatico esacerberà sicuramente la situazione. Ad esempio,  nell’emisfero nord il riscaldamento delle temperature sta portando molti habitat delle specie a spostarsi lentamente verso nord. Affettare e sminuzzare gli ecosistemi atti penalizza queste piante e animali quando avranno bisogno di muoversi per rimanere nel range del loro habitat desiderato».

A frammentare alcune delle foreste più remote sono le miniere e l’estrazione di petrolio e gas ed il team di Haddad è rimasto sorpreso di quanto siano frammentate le foreste boreali del Canada e della Siberia e sottolineano che «Una volta che una foresta è stata segmentata, perde qualcosa di più grande di una semplice mancanza di superficie. Tutte le foreste non sono uguali. Non importa quanto sei vicino al bordo della foresta, ma quanto questo a ha effetto sul resto dell’ecosistema».

Haddad ed i suoi 25 colleghi dicono che, alla luce dei risultati del loro studio, bisogna fare qualcosa er affrontare una situazione che sembra drammatica: «Questi risultati indicano un urgente bisogno di misure di conservazione e di ripristino per migliorare la connettività del territorio, che ridurrebbe i tassi di estinzione e contribuirebbe a mantenere i servizi ecosistemici».

Proprio mentre la popolazione mondiale cresce, richiedendo più spazio vitale, maggiori rese agricole, più estrazione di risorse, i ricercatori avvertono che «Gli effetti negativi a lungo termine per la biodiversità e la salute dell’ecosistema della frammentazione degli habitat non sono stati pienamente apprezzati».

Uno degli autori dello studio, Lars Brudvig, che insegna biologia vegetale alla Michigan State University, ha detto ThinkProgress che «La più grande minaccia per gli ecosistemi naturali è la conversione del terreno per l’agricoltura. La conversione di terreni per l’agricoltura non può solo distruggere le particelle di ecosistemi naturali, ma anche i frammenti di aree naturali rimasti, esponendoli alle influenze degradanti. E’ chiaro che  questo è un problema complicato, dal momento che dobbiamo nutrire l’umanità; tuttavia, evidenzia le forti esigenze di un’attenta pianificazione della nuova agricoltura e di altre attività, così come di un approccio a all’agricoltura che potrebbero migliore l’equilibrio alimentare attraverso la conservazione della diversità biologica».