Survival contro il Wwf: complice degli abusi contro i pigmei Baka. Istanza all’Ocse (VIDEO)

Un nuovo modello di conservazione, che rispetti i diritti dei popoli indigeni

[11 febbraio 2016]

pigmei baka 1

Survival International ha annunciato di aver presentato «una Istanza formale all’OCSE in merito alle attività del Wwf (World Wide Fund for Nature) in Camerun» e sottolinea che «E’ la prima volta che un’organizzazione per la conservazione è oggetto di un’istanza presentata all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Si tratta infatti di una procedura generalmente utilizzata contro le società multinazionali».

Nell’istanza Survival International, l’organizzazione che difende i popoli autoctoni, accusa il Wwf di essere coinvolto in «abusi violenti  e furti di terra ai danni dei Pigmei Baka del Camerun; maltrattamenti perpetrati dalle squadre anti-bracconaggio in parte finanziate ed equipaggiate dall’organizzazione». Pigmei è un termine collettivo usato per indicare diversi popoli cacciatori-raccoglitori del bacino del Congo e di altre regioni dell’Africa centrale. Un termine considerato dispregiativo da alcuni indigeni ma che viene utilizzato da altri come il nome più facile e conveniente per riferirsi a se stessi.

Il Wwf aveva reagito a precedenti accuse di Survival definendole assurde e strumentali ma l’Ong pro-indigeni  ricorda che «Nel corso degli ultimi 15 anni, vaste aree del Camerun sudorientale sono state trasformate in parchi nazionali. Altri territori sono stati destinati ai safari di caccia. Ma gran parte di questa regione è la casa ancestrale dei pigmei Baka, che hanno vissuto in quelle foreste per secoli».

Survival non è contro la protezione della foresta pluviale ma dice che «Il problema è che questo modello di conservazione – ovvero la conversione delle terre dei popoli indigeni in parchi nazionali – trasforma le persone che si sono davvero prese cura delle foreste in criminali. Spesso vengono sfrattati da quella che era la loro casa, e gli è proibito praticare caccia e raccolta. Oppure queste attività subiscono forti limitazioni. In tal modo, non sono più in grado di nutrirsi, e finiscono in fondo al mucchio, diseredati e afflitti da terribili problemi sociali – quel genere di problemi che si è abituati a vedere nelle riserve indiane americane, per esempio, o tra le comunità aborigene australiane».

Secondo Survival, il Wwf di essere stato «un promotore fondamentale della creazione di questi parchi, e dal 2000 finanzia le squadre anti-bracconaggio che pattugliano la regione e che cercano di far rispettare le leggi contro la caccia di frodo. Ha anche agito da consulente per una società del taglio del legno che opera anche nelle foreste dei Baka» e accusa direttamente l’associazione ambientalista: «Ha fornito supporto diretto a queste squadre, sotto forma di auto, autisti e carburante, e ha persino costruito le basi da cui operano. Inoltre ha fornito un sostegno indiretto, tramite il Ministero alle Foreste e alla fauna del Camerun. Il suo aiuto è vitale: senza il suo contributo, le squadre non potrebbero operare». Nel Camerun sudorientale, gran parte della terra ancestrale dei Baka è stata destinata alla creazione di parchi nazionali di Boumba Bek, Nki e Lobeke, oppure assegnata a società che organizzano safari di caccia. I Baka sono stati spogliati di tutti i loro diritti territoriali. In teoria, i Baka possono entrare nei parchi, ma nei fatti i guardaparco non ne tengono conto.

Nella sua istanza specifica formale all’Ocse, team legale di Survival accusa: «Prima di avviare le sue attività in Camerun, il Wwf ha mancato di valutare l’impatto che il suo lavoro avrebbe avuto sui Baka. Come conseguenza, il Wwf ha contribuito a gravi violazioni dei diritti umani e ha infranto la Dichiarazione Onu sui diritti dei popoli indigeni. Il WWF fornisce sostegno alle zone di conservazione istituite nel territorio baka (aree in cui è vietato l’accesso ai Baka) e alle squadre anti-bracconaggio che per ben più di un decennio hanno usato violenza contro uomini e donne Baka e contro altre tribù della foresta. Così facendo, il Wwf ha violato sia le linee guida sui diritti umani dell’Ocse sia i suoi stessi “Principi sui popoli indigeni e conservazione” (Statement of Principles on Indigenous Peoples and Conservation)».

Survival riporta alcune testimonianze dei Baka sulle attività delle squadre anti-bracconaggio. Nel 2015 un Baka ha raccontato: «Quando sono venuti nella mia casa a picchiarmi, io e mia moglie stavamo dormendo. Mi hanno picchiato con i machete, e hanno picchiato anche mia moglie». Secondo un’altra testimonianza del 2013, «Lasciano morire gli elefanti nella foresta e allo stesso tempo ci impediscono di mangiare» e un altro Baka aggiunge: «Un tempo, la foresta era per i Baka, ora non lo è più. Ci muovevamo nella foresta secondo i cigli stagionali, ma adesso abbiamo paura. Come possono proibirci di andare nella foresta? Non sappiamo come vivere diversamente. Ci picchiano, ci uccidono e ci costringono a fuggire in Congo».

Survival denuncia che «In alcune aree la situazione è anche peggiore. Quotidianamente, i guardaparco e i soldati che li accompagnano arrestano, ricattano, perseguitano e persino torturano le donne e gli uomini Baka. Molte comunità denunciano morti provocate dai maltrattamenti delle squadre anti-bracconaggio. Un funzionario governativo ha apertamente ammesso che per contrastare il bracconaggio, la tortura è non solo accettabile, ma addirittura necessaria». E riporta altre testimonianze di pigmei: «Quel giorno – dice Marytial (i nomi sono pseudonimi) – i guardaparco cominciarono a picchiarci con i loro machete, e continuarono dall’alba al tramonto. Su tutto il mio corpo. Avevano fatto sedere altri componenti del villaggio all’aperto, e li costringevano a fissare il sole; se abbassavano la testa, li minacciavano. Ci fecero trasportare i loro bagagli alla base del Wwf. Ed è lì che siamo quasi morti per quanto ci hanno picchiato. Non riuscivamo più a camminare. Abbiamo dovuto usare tutta la nostra forza per non morire là, lungo la strada». Mandala, un pigmeo Bak, racconta un altro episodio. «Ci siamo imbattuti in una squadra anti-bracconaggio lungo una strada principale. Volevano estorcerci informazioni torturandoci. Hanno picchiato con un machete una donna incinta. Mi hanno placcato e sono caduto a terra. Ci hanno fatto camminare sulle ginocchia per un lungo tratto. Poi ci costrinsero a correre per più di un chilometro mentre loro ci inseguivano con le moto».

Costrette ad abbandonare la foresta, molte comunità baka denunciano un grave peggioramento del loro stato di salute. Lungo i bordi delle strade, dove sono costretti a vivere, i Baka sono sempre più esposti alla malaria e ad altre malattie. Non possono più raccogliere le piante medicinali di cui hanno bisogno per restare sani, e sono costretti a dipendere da alimenti a basso contenuto nutrizionale. L’alcolismo dilaga. «Ci ammaliamo perché abbiamo cambiato la nostra dieta – ha detto Atono, un Baka –  La nostra pelle non ama il sole e la vita di villaggio. Quando stiamo nella foresta godiamo di buona salute e aumentiamo di peso. Qui abbiamo perso tutti i muscoli, e sembriamo malati. Per dimenticare i nostri problemi, siamo costretti a bere».

Di fronte a queste testimonianze Survival ricorda che «Oggi la terra dei Baka continua a essere devastata dal disboscamento, dalle attività minerarie e dal traffico di animali; gli indigeni temono che le loro terre vadano distrutte, nonostante gli sia negato l’accesso a vaste aree proprio nel nome della conservazione» e per questo l’Ong chiede «un nuovo modello di conservazione, che rispetti i diritti dei popoli indigeni. Questi popoli hanno vissuto e gestito i loro ambienti per millenni. Ciò nonostante, le grandi organizzazioni per la conservazione collaborano con le industrie e il turismo, distruggendo i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale: le tribù. I popoli indigeni sono i migliori alleati dell’ambiente, e dovrebbero stare al centro delle politiche per la conservazione». Nel corso delle generazioni, i Baka hanno sviluppato sofisticati codici di conservazione che servono ad evitare di eccedere nella caccia: i pigmei credono che per cacciare e raccogliere con successo sia necessario condividere, sia tra di loro che con l’ambiente. Survilal sottolinea che «I Baka hanno una conoscenza approfondita delle piante della foresta – ne usano quasi 500 ma ne riconoscono molte di più – e del comportamento animale. Ad esempio, utilizzano più di una decina di parole per definire gli elefanti della foresta a seconda dell’età, del sesso e della personalità. Alcuni studi dimostrano che i Baka lavorano per migliorare l’ambiente della foresta, a vantaggio dei loro vicini animali. Ad esempio, quando raccolgono l’igname selvatico lasciano spesso parte della radice nel terreno e in questo modo diffondono nella foresta la pianta, che è uno degli alimenti preferiti di elefanti e cinghiali.Conoscono le loro terre, e sanno cosa accade in esse meglio di chiunque altro. Tuttavia, i Baka si lamentano di non poter più tramandare queste abilità e conoscenze alle generazioni più giovani: hanno infatti paura di viaggiare con le famiglie nella foresta a causa degli abusi e delle violenze che subiscono».

Il direttore generale di Survival International, Stephen Corry, conclude: «Il Wwf sa che gli uomini finanziati dai suoi sostenitori abusano, e addirittura, torturano ripetutamente i Baka, a cui sono state rubate le terre per istituire le aree di conservazione. Ma questo non ha fermato il Wwfche, anzi, controbatte le critiche con esercizi di pubbliche relazioni. Il Wwf chiede alle aziende di rispettare quelle stesse linee guida dell’Ocse  che esso stesso continua a violare. A chi opera nel campo della conservazione e dello sviluppo è stato permesso di prevaricare i diritti umani per decenni, con conseguente sofferenza da parte di milioni di persone in tutta l’Africa e l’Asia. È ora che le grandi organizzazioni per la conservazione si diano una regolata. Se il Wwf non è davvero in grado di impedire alle guardie che finanzia in Camerun di attaccare i Baka, beh allora forse dovrebbe addirittura chiedersi se ha un qualche diritto di stare lì».

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