Tahlequah si è arresa: dopo 17 giorni di lutto mamma orca lascia al suo destino il cucciolo morto

Maestosi predatori diventati vittime indifese della sovrapesca e dei progetti petroliferi

[13 agosto 2018]

Dopo 17 strazianti giorni, Tahlequah (J35), la femmina di orca che ha commosso il mondo, ha finalmente smesso di trasportare il suo cucciolo morto attraverso il Salish Sea, al largo delle coste del Pacifico dello Stato Usa di Washington e della British Columbia. Un lutto durante il quale Tahlequah ha percorso 1,000 miglia spingendo e sostenendo suo figlio morto.

Il Center for Whale Research, che studia le orche resident meridionali (Southern Resident killer whale) per cercare di salvarle dall’estinzione, spiega che mamma orca «Ha inseguito vigorosamente un branco di salmoni con i suoi compagni di branco nello Stretto di Haro» al largo dell’isola canadese di Vancouver e aggiunge che «il suo tour del dolore è finito e il suo comportamento è straordinariamente vivace».

Secondo Greenpeace Italia, quella di Tahlequah e del suo cucciolo «E’ una storia terribile, che ci colpisce perché noi umani possiamo essere partecipi del dolore di questa madre. È una storia che ci avvicina a questi animali. L’orca è un predatore, feroce come tutti i predatori che devono cacciare per sfamare se stessi e i loro cuccioli, allattandoli. Assassina, lo è solo nei film. È un animale magnifico, come tigri, leoni, e altri grandi predatori. Che, come l’orca oggi sono in pericolo».

J35 era stata avvistata per la prima volta con il suo cucciolo morto il 24 luglio, al largo della costa dell’isola di Vancouver. «Si ritiene che il cucciolo  sia morto lo stesso giorno – dicono al Center for Whale Research –  La causa della morte è sconosciuta». E’ noto che le orche restano accanto ai loro cuccioli morti e se li trascinano dietro anche per una settimana, ma gli scienziati ritengono che il comportamento luttuoso di questa madre abbia segnato un record, ma alla fine, sabato,  Tahlequah ha lasciato andare il suo cucciolo la cui carcassa è probabilmente affondata sul fondo delle acque interne del Mar Salish, al confine tra il Canada e Usa, dove i i ricercatori potrebbero non avere la possibilità di esaminarlo per l’autopsia.

Sia il Canada che gli Stati Uniti elencano le orche residenti meridionali come in via di estinzione: questi intelligenti cetacei dipendono dal salmone Chinook che negli ultimi anni è in forte declino e la comunità di tre branchi, composta da circa 75 orche si incontra frequentemente a sud dell’isola di Vancouver e nelle acque marine interne dello Stato di Washington. Il problema è delle orche residenti meridionali nate negli ultimi 20 anni ne è sopravvissuto solo un terzo e che negli ultimi 3 anni nessuna gravidanza ha prodotto con successo prole vitale. . Gli scienziati stanno anche monitorando J50, un giovane machi di 4 anni e mezzo dello stesso branco che è malato e rischia di morire prematuramente.

Ben Smith, un dirigente di Greenpeace Usa che vive a Seattle,  ricorda che «le Southern Resident killer whale sono una parte incredibilmente importante della cultura e della storia del Pacifico del nord-ovest. Sfortunatamente, quella popolazione è malnutrita e ha un disperato bisogno di cibo e protezione. Questo è il motivo per cui i nostri amministratori e i leader civici hanno la responsabilità morale di agire e garantire che la principale fonte di cibo dell’orca, il salmone, recuperi e non sia ulteriormente impoverito; di non permettere a Trump di rottamare l’ Endangered Species Act  e  di non permettere a progetti come l’oleodotto Trans Mountain Expansion Project di metterle a rischio con  fuoriuscite di petrolio e il rumore di petroliere che minacciano la capacità di sopravvivere delle orche residenti meridionali».

Greenpeace Usa ha recentemente pubblicato il  rapporto  “Tar Sands Tanker Superhighway Threatens Pacific Coast Waters” che documenta i rischi del Trans Mountain Expansion Project per le Southern Resident killer whale, evidenziando che, se non viene bloccato, ha il potenziale per portare all’estinzione i branchi di orche residenti: «Il progetto di espansione – spiegano gli ambientalisti – porterebbe un aumento di 7 volte del traffico di navi cisterna delle sabbie bituminose attraverso l’habitat critico delle orche in via di estinzione».

Una possibile marea nera contaminerebbe non solo le acque in cui vivono le orche, ma minaccerebbe anche la popolazione di salmoni da cui dipendono per il loro sostentamento. «La malnutrizione e la fame sono ragioni importanti per cui le orche residenti meridionali sono in pericolo – spiega ancora Greenpeace Usa – Questo problema è esacerbato dal rumore delle navi, che interferisce con l’ecolocalizzazione delle orche, il modo in cui comunicano tra loro e cercano cibo. Anche senza una fuoriuscita di petrolio, il rumore da solo e un aumento del traffico di petroliere potrebbe significare l’estinzione di queste orche».

E non ci sono solo le orche: in seguito a precedenti catastrofiche fuoriuscite di petrolio, le comunità costiere che si affidano alla pesca e al turismo hanno subito miliardi di dollari in danni economici. Questa è una delle maggiori preoccupazioni per le comunità del Pacifico. Attualmente, l’economia costiera di Washington, Oregon e California vale 60 miliardi di dollari e fornisce oltre 150.000 posti di lavoro nella pesca commerciale e oltre 525.000 posti di lavoro nel turismo costiero. Secondo il rapporto di Greenpeace, che si basa su diversi studi indipendenti, «una grande fuoriuscita di petrolio a Washington avrebbe costi per 10,8 miliardi di dollari e una a Vancouver costerebbe 1,2 miliardi di dollari canadesi».

Greenpeace Italia aggiunge: «Semplicemente, per poter esportare, negli USA e in Asia, il peggior petrolio del mondo. Petrolio che deriva dalle sabbie bituminose dell’Alberta. Per estrarre un barile di petrolio da queste sabbie bisogna usare energia equivalente a… mezzo barile di petrolio. Ma non ci sono solo i costi energetici per lo scavo, la desolforazione e gli altri processi di estrazione. Per ogni barile di petrolio così prodotto, si contaminano infatti non meno di tre/cinque barili d’acqua e si distruggono enormi estensioni di foresta. Le sabbie bituminose non sono solo una “bomba climatica”, sono un crimine ambientale sotto ogni punto di vista».  l’oleodotto Trans Mountain Expansion Project  produrrebbe «Inquinamento, rischio di collisioni e soprattutto rumori, che per un animale come l’orca, che vive in un mondo di suoni che noi umani difficilmente possiamo immaginare, sono oltre il limite della sopportazione – conclude Greenpeace – E tutto questo per soldi, distruggendo una delle ultime grandi foreste boreali, inquinando fiumi e laghi di cui vivono le comunità locali e mettendo sempre più in pericolo il clima del pianeta. Oltre che l’ultimo gruppo di orche che ancora si ostina a vivere tra Vancouver e Seattle».