Nelle questioni di fondo non esistono alternative valide ai test contestati

Tra ricerca e difesa degli animali: cosa manca a politica e scienziati italiani

Agli italiani la scienza piace, ma la cultura antiscientifica trova spesso sponde politiche

[9 dicembre 2013]

La ricerca biomedica italiana è sotto tiro, titola l’editoriale del numero di dicembre di Nature Neuroscience, una delle più importanti riviste scientifiche al mondo nel campo delle neuroscienze. Gli ultimi due anni per la scienza in Italia sono stati di fuoco.

Prima i tagli alla ricerca: 3,8% nel 2012; ulteriore 10% nel 2013; ulteriore 10% nel 2014. Poi la controversa “sentenza dell’Aquila”, con la condanna di sei geofisici e di un ufficiale di governo a sette anni di carcere. Poi, aggiungiamo noi, l’incredibile vicenda di Stamina. Infine la legge sulla sperimentazione con animali votata ad agosto dalla Camera e in attesa di approvazione da parte del Senato che, sostiene l’editorialista di Nature Neuroscience, bloccherà di fatto la ricerca biomedica in Italia.

Le questioni sollevate dall’editoriale sono diverse. La prima riguarda, appunto, le legge che intende tutelare gli animali impiegati nella ricerca, molto più restrittiva di quella europea. La seconda riguarda l’esistenza o meno di un’onda antiscientifica nel nostro Paese che è montata negli ultimi anni. La terza è se esiste o meno una responsabilità degli scienziati in tutto ciò.

Sulla prima questione è difficile dare torto all’editorialista di Nature Neuroscience. Esiste, infatti, una legge europea che regola la sperimentazione con animali. Questa legge è stata approvata a Strasburgo dopo aver ascoltato sia la comunità scientifica sia i rappresentanti dei movimenti animalisti. L’equilibrio è stato trovato su molti punti. Lo potremmo sintetizzare così: ridurre il numero di animali impiegati; migliorarne le condizioni di vita; cercare alternative scientificamente fondate; evitare il dolore inutile.

L’Italia giunge in ritardo con una sua la legge più restrittiva di quella europea, il che apre una questione formale sulla sua legittimità. L’Unione Europea aveva indicato, infatti, un limite temporale massimo – il 2010 – per l’approvazione di leggi più restrittive. La legge italiana proibisce l’uso di cani, gatti e primati non umani nella ricerca con l’eccezione di pochi processi cosiddetti traslazionali che riguardano direttamente la salute umana; impone l’uso dell’anestesia per qualsiasi processo in cui gli animali possano provare dolore (comprese le semplici iniezioni), con l’eccezione di test che studiano proprio il dolore e l’anestesia; l’uso di xenotrapianti; l’uso di animali in test sull’abuso di farmaci.

Nature Neuroscience riconosce ciò che sostiene la comunità scientifica italiana: se questa legge verrà approvata al Senato la ricerca biomedica italiana sarà gravemente compromessa, perché per ora nelle questioni di fondo non esistono alternative valide ai test con gli animali: né in vitro (sulle semplici cellule), né al computer, su modelli virtuali.

L’editoriale di Nature Neuroscience considera questa legge l’ennesima riprova che in Italia è difficile fare scienza. Non solo perché il nostro Paese investe poco in ricerca (e addirittura taglia i fondi); non solo perché il nostro sistema produttivo fa a meno della ricerca; ma anche perché esiste una cultura antiscientifica che spesso riesce a imporsi a livello di governo e di parlamento.

In realtà occorrerebbe articolare il discorso. La cultura antiscientifica è diffusa in molti paesi: basti pensare ai creazionisti negli Stati Uniti d’America. Ma è quasi sempre minoritaria. Anche in Italia  è così: lo dimostrano i dati dell’Eurobarometro, che puntualmente registrano una simpatia degli italiani per la scienza analoga, se non superiore, a quella media europea. Non c’è nessuna onda anomala nel nostro Paese.

La differenza rispetto ad altri paesi è che in Italia la cultura antiscientifica trova molto spesso una sponda a livello politico e diventa maggioritaria in Parlamento: dal caso Di Bella al caso Stamina, dal caso Englaro al caso Welby, gli esempi davvero non mancano. Perché? Nature Neuroscience lascia trasparire l’ipotesi che i politici italiani abbiano una cultura scientifica inferiore a quella dei politici di altri paesi. Vero. I nostri politici, in genere, conoscono poco o per nulla la scienza.

Ma c’è un dato, probabilmente, più sostanziale. Manca, in Italia, un’istituzione scientifica che, come la Royal Society inglese, dialoghi in maniera sistematica con le istituzioni politiche, forte di un implicito mandato dal parte della comunità scientifica e di un implicito riconoscimento da parte delle autorità politiche.

Forse bisognerà dare i natali a questa istituzione scientifica. E per farlo occorrerà che la riconoscano non solo governo e parlamento, ma che la riconosca anche la comunità scientifica. Negli uni né l’altra hanno fatto sentire forte la loro voce in proposito.

Eccoci dunque al terzo punto sollevato da Nature Neuroscience: le responsabilità della comunità scientifica. Secondo l’editorialista della rivista, la comunità scientifica italiana non ha ancora imparato a comunicare con i pubblici di non esperti. L’analisi è solo in parte vera. Gli scienziati italiani, infatti, hanno recuperato negli ultimi anni il terreno che li separava dai loro colleghi europei o nordamericani e comunicano quanto gli altri e con tutti i mezzi. Molti scienziati sono editorialisti affermati e autori di libri di successo; l’Italia vanta il programma televisivo di scienza con la più alta audience (Quark, di Piero Angela); i festival scientifici italiani sono un modello all’estero; i musei della scienza di nuova generazione iniziano a essere molti e di qualità. Le università e gli enti pubblici di ricerca hanno uffici stampa sempre più attrezzati e di qualità.

Perché, dunque, la difficoltà degli scienziati a farsi ascoltare sui tavoli dove si decide? Difficile rispondere. Una causa probabile è quella cui abbiamo già accennato: manca un luogo istituzionale in cui la voce della comunità scientifica prende corpo. Ma questo luogo manca anche perché gli scienziati italiani stentano molto spesso a scendere nell’agone politico. E a prendere posizione. Come singoli e, soprattutto, come comunità. Oggi, nella società della conoscenza, questo non è più possibile.