Trovati i diavoli negli abissi [FOTOGALLERY]

Cosa ci fanno le mobule a 2.000 metri di profondità?

[3 luglio 2014]

Un team di ricercatori statunitensi, portoghesi e sauditi ha pubblicato su Nature Communications lo studio “Extreme diving behaviour in devil rays links surface waters and the deep ocean” che getta una luce completamente nuova sulla vita e il comportamento delle mobule, o diavoli di mare, che si distinguono dalle mante perché hanno la bocca posta nella parte inferiore rispetto al capo e denti su entrambe le mascelle.

Il team di ricercatori, guidato da Simon Thorrold, un biologo della Woods Hole Oceanographic Institution (Whoi) sottolinea che «Le connessioni ecologiche tra le acque superficiali e l’oceano profondo rimangono poco studiate, nonostante l’elevata biomassa di pesci e calamari che vivono in profondità oltre la zona eufotica. E’ probabile che questi animali supportino reti trofiche pelagiche che ospitano una serie di predatori che includono pesci commercialmente importanti e mammiferi marini».

Per capire come funzionano questi scambi gli scienziati hanno dotato di trasmettitori satellitari su 15 mobule cilene (Mobula tarapacana) dell’Atlantico centro-settentrionale e ne hanno studiato i movimenti per 9 mesi tra il 2011 e il 2012.  Le Mobula tarapacana  possono arrivare a 4 metri e sono nomadi oceanici che si pensava vivessero solo in superficie nelle acque temperate. I nuovi dati hanno rivelato che gli individui taggati erano fortemente attivi e che percorrevano anche 30 miglia di oceano al giorno, coprendo una distanza di fino a 2.300 miglia durante i 9 mesi dello studio, ma la cosa più stupefacente  è che scendevano a velocità fino a 6 metri al secondo a profondità di quasi 2.000 metri e con temperature a meno di 4 gradi centigradi.

«Si sa così poco su queste razze – ha detto Thorrold – pensavamo che probabilmente viaggiassero su lunghe distanze in orizzontale, ma non avevamo idea che facessero immersioni così profonde. E’ stata  veramente una sorpresa».

I tag applicati ai diavoli di mare misuravano anche la temperatura dell’acqua, la profondità ed i livelli di luminosità delle acque, quando i tag sono riemersi in superficie,  attraverso il sistema satellitare Argo, hanno trasmesso i dati ai computer sulla costa. Thorrold spiega. «I dati dei tag ci danno una visione tridimensionale dei movimenti di questi animali ed aprono una finestra sul modo in cui vivono nel loro habitat marino, dove vanno, quando e perché».

Le immersioni profonde si svolgono seguendo due modelli. Nel primo sono seguite da generalmente da un lento ritorno graduale alla superficie con un tempo di immersione totale che va da 60 a 90 minuti. Le mobule taggate hanno generalmente fatto solo una o due immersioni a grandi profondità  in  24 ore. Nel secondo modello di immersione, gli individui discendevano l e poi restavano a profondità  fino a 1.000 metri per  un periodo anche di 11 ore. Durante il  giorno i diavoli di mare trascorrono gran parte del loro tempo soprattutto in superficie, presumibilmente per riscaldarsi prima e dopo un’immersione profonda. Ma come fanno questi animali a resistere così tanto alle fredde temperature delle profondità?

Un precedente studio degli anni ’70 aveva scoperto che diverse specie di diavoli di mare possiedono un adattamento fisiologico: la rete mirabile, una ben sviluppata rete di vasi sanguigni intorno alla cavità cranica che servono essenzialmente come sistemi di scambio di calore. Allora si ipotizzò  che le mobule utilizzassero questo adattamento per raffreddarsi, ma a quanto pare serve esattamente al contrario.

Thorrold. Spiega ancora: «Le mobule sono state sono stati sempre visti nell’acqua molto calda fino alla superficie, quindi perché avrebbero bisogno di un adattamento per l’acqua fredda? Una volta che abbiamo visto i dati d’immersione dei tag, ovviamente abbiamo avuto perfettamente il senso che i hanno questi sistemi nelle mobule. A volte fanno immersioni per due o tre ore nell’acqua molto fredda – da due a tre gradi Celsius». Anche se non è certo quello che i diavoli di mare cileni fanno a queste profondità, i profili di immersione suggeriscono che utilizzino le immersioni per cibarsi  di un gran numero di pesci.

Un altro degli autori dello studio, Camrin Braun, che lavora al  Mit/Whoi Joint Program in Oceanography, sottolinea che «C’è una tale enorme quantità di biomassa nelle profondità dell’oceano che stiamo solo iniziando a capirne il significato. Questo documento suggerisce che i diavoli di mare ne sono consapevoli e sfruttano regolarmente questa risorsa, il  che dimostra un nuovo legame inatteso tra la superficie e la profondità dell’oceano».

Ma le incursioni in profondità non evitano alle mobule  i crescenti rischi derivanti dalle pressioni della pesca, in particolare negli oceani Indiano e Pacifico: le branchie delle mante e delle mobule sono molto richieste dalla medicina cinese e la loro cartilagine viene utilizzato come integratore della zuppa di pinne di pescecane. «Questa ignoranza ha notevoli implicazioni per la conservazione – dice il team statunitense-portoghese-saudita –  Come per qualsiasi specie, più ne sappiamo su di loro, meglio saremo attrezzati per proteggerle e per sapere che cosa ci troveremo a perdere se dovessero scomparire».

Pedro Afonso, dell’Instituto do Mar dell’Universidade dos Açores, evidenzia che «In definitiva, rispondendo alla domanda se questi animali dipendono dagli strati profondi dell’oceano per la loro alimentazione e la loro sopravvivenza potrebbe avere importanti implicazioni per la loro gestione degli habitat oceanici».

Si sa molto poco sulla vita delle mobule o a quale età si riproducano, si pensa che, come altre grandi “razze”, i diavoli di mare mettano al mondo un solo cucciolo all’incirca ogni due anni. Thorrold conclude: «Con questo tipo di basso tasso di riproduzione, qualsiasi tipo di mortalità avrebbe un grande impatto sulle specie. Non ne sappiamo abbastanza sui Devil Rays, anche se dovremmo essere preoccupati per il loro stato. Ci sono prove che suggeriscono che dobbiamo preoccuparci, o almeno che dovremmo cercare di saperne di più sulla biologia e l’ecologia di queste razze».