5 assi di intervento per superare limiti e cogliere opportunità

Un patto territoriale e ambientale per il futuro del Delta del Po

Gestione non a un parco di carta, ma a un'area protetta nazionale o a un vero parco interregionale

[9 ottobre 2017]

14 associazioni hanno lanciato da  Ferrara proposta di un  «patto territoriale e ambientale per il futuro del Delta del Po –  hot spot della biodiversità globale, il più ampio sistema di zone umide d’Italia, alla foce del più importante fiume della Penisola – che lo faccia diventare un’area pilota su scala nazionale e internazionale per la tutela della biodiversità e del paesaggio, l’assetto idrogeologico e l’adattamento ai cambiamenti climatici, lo sviluppo sostenibile».

Aiab  – Associazione Italiana Agricoltura Biologica, Aipin – Associazione Italiana per l’Ingegneria Naturalistica, Apab – Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica, Cirf – Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, Cts, Federazione Pro Natura, Federbio Italia Nostra, Legambiente, Lipu, Marevivo, Slow Food, Touring Club Italianoe Wwf sostengono un «Patto territoriale – che trova i suoi presupposti giuridici nella legge n.662/1996 – su 5 filoni di intervento: 1. tutela e gestione integrata e dinamica della biodiversità e del territorio, tenendo conto dell’adattamento ai cambiamenti climatici, 2. corretta e oculata gestione del bacino fluviale e della risorsa idrica, garantendo la naturalità del fiume e la qualità delle acque; 3. lotta contro i fenomeni di bracconaggio faunistico ed ittico; 4. adozione delle scelte produttive e tecnologiche più innovative a minore impatto su suolo, acqua e aria; 5. coinvolgimento e motivazione delle comunità e degli operatori locali nella corretta e dinamica valorizzazione del patrimonio naturale locali e nella riconversione e ottimizzazione degli impianti industriali e dell’apparto produttivo e delle pratiche agricole, anche attraverso la promozione dell’agricoltura biologica e biodinamica».

Dal  dibattito “Il futuro del Delta del Po – Tutela della biodiversità  e del paesaggio, equilibrio idrogeologico e sviluppo sostenibile, che ha coinvolto 22 esponenti della comunità scientifica ed esperti locali, è emersa la richiesta di  «una visione del futuro che superi gli attuali limiti: i parchi regionali veneto ed emiliano-romagnolo non riescono a garantire una tutela efficace di habitat e specie uniche per varietà in Italia (sono oltre 300 le specie di uccelli censite nel Delta, 40 le specie di mammiferi e 25 tra anfibi e rettili); l’Autorità di bacino del Po rileva che la qualità delle acque marino-costiere nel asso corso del fiume Po hanno una qualità ambientale non buona  e uno stato ecologico appena sufficiente; l’Ispra, istituto di ricerca del ministero dell’ambiente, in un rapporto del 2016  indica il Delta come una delle aree del Paese dove il bracconaggio è più intenso;  si attendono ancora progetti credibili di conversione economica ed ecologica della centrale termoelettrica Enel  di Porto Tolle».

Eppure le idee ci sono, e le associazioni chiedono innanzitutto che «finalmente si affidi la gestione unitaria dell’area del Delta del Po non ad un unico parco di carta, ma ad un’area protetta nazionale o a un vero parco interregionale che ne garantisca la gestione coordinata ed effettiva, a cominciare dall’inclusione nell’area parco dei siti della Rete Natura 2000. Ad oggi solo 7 dei 20 Siti di Importanza Comunitaria (SIC), e/o ZPS (Zone di Protezione Speciale), sono inclusi completamente nel parco emiliano-romagnolo e 5 degli 8 nel parco veneto – che esclude dall’area parco habitat di grande valore: il “Vallone di Loreo”, le “Dune di Rosolino e Volto”, il “Bosco di Nordio”».

SEcondo Stefano Mazzotti, direttore del Museo civico di storia naturale di Ferrara, «Bisogna stabilire delle priorità per azioni di salvaguardia che esaltino l’unicità del Delta del Po, l’ambiente umido più importante d’Italia e tra i più rilevanti d’Europa (come testimonia il riconoscimento del Delta del Po quale Riserva della Biosfera,  Mab-Unesco), per garantire un’adeguata tutela di habitat caratteristici e particolarmente estesi quali i boschi costieri, i canneti, le paludi, le valli salmastre e di un’eccezionale varietà e abbondanza faunistica».

Carlo Magnani, direttore del Dipartimento culture del progetto dell’università IUAV di Venezia, ha spiegato che «Il Delta del Po è un ambiente semi-naturale, che è stato plasmato nel tempo. Una grande macchina che merita un’accurata manutenzione per evitare che scompaia e progetti e idee innovative che ne esaltino le vocazioni evitando il degrado. Penso a come garantire la sopravvivenza dei sistemi di acqua dolce per rilanciare la risicoltura (attraverso idroveore alimentate con fonti rinnovabili, depositi di acqua e raccolta d’acque piovane). Penso al recupero e alla rigenerazione del patrimonio immobiliare abbandonato delle bonifiche per favorire un turismo di nuovo tipo. Penso alla creazione di un polo avanzato per la ricerca e la produzione di energie rinnovabili a Porto Tolle».

Ezio Todini, presidente della Società idrologica italiana, h evidenziato che «Il cambiamento climatico nel bacino del fiume Po ci riserva in futuro un aumento delle temperature, con prolungate ondate di calore e una diversa distribuzione spazio-temporale delle precipitazioni in pianura e piogge intense e violente su piccole aree, nonché periodi di siccità prolungate. Tutti fenomeni che avranno effetti sulle importanti attività socio-economiche e sulle aree urbanizzate del Delta, a causa della scarsa disponibilità idrica per usi potabili, agricoli e industriali e per il rischio di piena alla scala di bacino. Studi e strumenti di simulazione modellistica, che includano le componenti climatiche/idrologiche, quali quelli sviluppati dalla Fondazione Cmcc (centro euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici), ci consentiranno di predisporre adeguati piani di adattamento ai cambiamenti climatici per prevenire e contrastare questi fenomeni».

Walter Sancassiani di Focus Lab, esperto di green economy e stakeholder enagement, ha concluso: «La valorizzazione integrata del Delta del Po dal punto di vista ambientale, sociale ed economico passa necessariamente attraverso la combinazione di azioni multilivello, strumenti di promozione multicanale, tutela e governance territoriale coordinati. I nuovi approcci di economia circolare, i 17 obiettivi internazionali di sostenibilità dell’Agenda 2030 Onu da applicare su scala locale, strumenti di responsabilità sociale d’impresa, possono offrire nuove opportunità di turismo slow, riqualificazione territoriale, promozione delle varie filiere produttive e delle loro eccellenze, sviluppando nuove competenze, lavoro a valore aggiunto. Le varie sfide intersettoriali richiedono di conseguenza muove modalità di partnership tra i vari stakeholders con una visione condivisa di medio e lungo termine e impegni coerenti e misurabili di settore».