Riceviamo e pubblichiamo

Un Pit per l’Arcipelago toscano

[25 gennaio 2017]

Sono passati decenni e decenni dai tempi durante i quali si contrapponeva agricoltura e aree protette. Poi nel 1991 è arrivata la Legge Quadro dove chiaramente si esplicita che compito dei parchi è anche quello di favorire lo sviluppo delle attività agricole tradizionali dei territori. Ma anche così non fu facilissimo favorire le iniziative per nuovi impianti di vigneti, che eroici agricoltori intrapresero all’Elba, Giglio e Capraia una ventina di anni fa, e difendere quelli esistenti.

Oggi le cose sono cambiate. A Capraia, alla Gorgona e si spera quanto prima anche a Pianosa si producono vini di qualità. All’Elba e al Giglio si sono sviluppate aziende vinicole di prestigio e risonanza nazionale, che hanno saputo coniugare vecchi e nuovi vitigni in un sapere ecologico che unisce tradizione ed innovazione.

In questo quadro martedì scorso nella sede del Parco nazionale all’Enfola si è tenuto un incontro di grande importanza – Un Pit per l’Arcipelago Toscano – avente lo scopo di presentare alla Regione Toscana un progetto, che unisce dipartimento di Scienze della produzione agroalimentare dell’ Università di Firenze, Parco nazionale, Consorzio di bonifica Toscana Costa e le aziende vinicole dell’Elba, Giglio e Capraia, in grado di attivare fondi europei di notevole portata (attorno a 1,7 milioni di euro sui 7 destinati alla Toscana). Un progetto di notevole impulso economico e culturale ad un settore produttivo che riveste un ruolo strategico per la manutenzione del territorio dai dissesti idrogeologici e per il paesaggio.

Un progetto che fra l’altro potrebbe tentare il recupero, culturale ed economico, degli antichi e suggestivi balzi di vigne che l’incendio a Chiessi e Pomonte dell’estate passata ha scoperto  lungo i pendii del San Bartolomeo.