Una rivoluzione blu per l’acquacoltura europea

[6 dicembre 2013]

Il Comitato delle regioni (Cdr) è l’Assemblea dei rappresentanti regionali e locali provenienti dai 28 Stati membri dell’Ue, i quali hanno riconosciuto all’unanimità che «La sostenibilità a lungo termine deve essere il perno della riforma del settore dell’acquacoltura e del regolamento sugli aiuti di Stato dell’Ue».

Attualmente il settore dell’acquacoltura – piscicoltura e molluschicoltura – produce il 60 % degli stock ittici a livello mondiale, ma l’Ue contribuisce solo con il 2,3 % a questa industria in espansione. Il Cdr, tenuto conto della diminuzione degli stock ittici e dell’eccessiva dipendenza dalle importazioni, è convinto che «Il mercato dell’acquacultura dell’Ue, se sostenuto da sovvenzioni finanziarie intese a una pesca sostenibile, potrebbe contribuire a stimolare una “rivoluzione blu”.

L’assessore all’economia e sviluppo, ricerca e innovazione della Regione Veneto, Marialuisa Coppola (nella foto), ha presentato il parere approvato dalla plenaria del Cdr che sottolina che «Occorre trovare quanto prima una soluzione per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Vista la costante crescita della domanda di pesce e frutti di mare nell’Ue, il Cdr «Accoglie favorevolmente i piani della Commissione europea volti a introdurre misure per trovare un equilibrio tra la protezione dell’ambiente e lo sviluppo di un mercato della pesca sostenibile». Secondo il Comitato delle regioni, «Per stimolare una “rivoluzione blu” sarà necessario investire nella giusta tecnologia e concentrare gli sforzi sulla creazione di un settore dell’acquacoltura sostenibile».

La Coppola ha sottolineato: «L’importante è che l’Ue offra prodotti alimentari provenienti dal mare sani, di qualità e a prezzi accessibili per soddisfare la domanda, proteggendo al tempo stesso le specie sovrasfruttate. Dobbiamo perciò rimanere competitivi sul mercato mondiale semplificando le barriere amministrative che ostacolano la creazione di nuove aziende ittiche».

Il Cdr dice che l’Ue ‘deve ridurre gli adempimenti burocratici ed evidenzia «Le differenze notevoli nei tempi per il rilascio di autorizzazioni all’attività acquicola, che possono richiedere da sei mesi a tre anni». La Coppola ha ricordato che «Il 90 % di questo settore è formato da piccole e medie imprese e aziende a conduzione familiare. Dobbiamo quindi garantire che venga fornito il sostegno giusto e, al tempo stesso, semplificare le procedure amministrative. L’acquacoltura è un ammortizzatore che si è rivelato di grande vantaggio in periodi di crisi, soprattutto per le regioni ultraperiferiche, e che presenta un potenziale enorme per l’economia delle regioni e città europee. Ma questo potenziale non può essere realizzato senza il concorso degli enti locali e regionali, che sono nella posizione migliore per promuovere sia lo sviluppo sostenibile che la conoscenza generale dell’acquacoltura tra i cittadini».

Il Cdr ha anche adottato un parere sugli aiuti di Stato per la pesca e l’acquacoltura, nel quale afferma che «La riforma dell’Ue attesa per l’anno prossimo deve completare gli sforzi tesi a creare un settore della pesca sostenibile. Per assicurare un mercato equo e concorrenziale, secondo le norme vigenti dell’Ue, gli enti pubblici possono sovvenzionare le imprese soltanto per importi inferiori a 30.000 euro nell’arco di tre anni (il cosiddetto aiuto “de minimis”), oppure quando si ritiene che il sostegno finanziario non distorca la concorrenza in Europa. Visto che questa regolamentazione dovrebbe decadere alla fine del 2013, le città e le regioni europee sostengono che ogni eventuale modifica al regime deve promuovere pratiche sostenibili – comprese flotte di pesca di tipo artigianale – e orientare i fondi alle attività terrestri, per assicurare la protezione delle comunità di pescatori».

Rhodri Glyn Thomas, membro dell’Assemblea nazionale del Galles e relatore del parere, ha detto: «E’ fondamentale che qualsiasi riforma dei regolamenti sugli aiuti di Stato per la pesca e l’acquacoltura sia intrapresa mantenendo come principi di fondo la sostenibilità, le modifiche strutturali e la diversificazione intrasettoriale, sostenendo in tal modo le piccole comunità di pescatori. Da un lato, le pressioni sulle comunità rurali e di pescatori dell’Ue sono particolarmente acute nel quadro dell’attuale crisi socioeconomica, e un sostegno mirato a livello territoriale è d’importanza cruciale per il futuro sociale ed economico di queste comunità. Dall’altro, abbiamo assistito al tramonto di attività di pesca sostenibile per motivi quali l’eccesso di capacità della flotta di pesca e, di conseguenza, il massiccio sovrasfruttamento delle risorse ittiche da parte delle grandi industrie. Per un utilizzo più sostenibile delle sovvenzioni pubbliche nel settore della pesca, che prenda in considerazione la sostenibilità sia degli stock ittici che delle comunità di pescatori in Europa, sono necessarie una volontà politica forte e un’azione decisa a tutti i livelli di governance dell’Ue. Mi auguro vivamente che il periodo 2014-2020 sia quello in cui sarà portato avanti un reale cambiamento».